Trieste sottosopra di Mauro Covacich e altre storie di me e Trieste

Trieste sottosopra

Quando, circa un anno fa, è saltata dal niente la possibilità di venire a vivere a Trieste ammetto di non aver avuto molti dubbi. Sono una abbastanza abitudinaria, ma ormai ero nel vortice del cambiamento e gli imprevisti lo rendono ancora più eccitante.
Non fa niente se hai studiato inglese come una matta, è sempre utile.
Non fa niente se sai a memoria tutti gli annunci delle case in affitto di Reading (Uk), è materiale per qualcosa che sempre servirà, prima o poi.
Non fa niente se hai l’unico gatto che vive in casa con il chip e l’antirabbica, non avremo problemi in caso di vacanza all’estero e latenza di catsitter, sono comunque soldi ben spesi.

Trieste sottosopra

 

Andiamo a Trieste, quindi. La città che mi ha chiamata.
Sì, mi ha chiamata tre anni fa, quando, in preda alla consapevolezza che io e Stefano ci stavamo avvicinando al decimo anniversario di quello che siamo, alla sua domanda: «C’è un posto particolare che vuoi vedere? Una città italiana che ti piacerebbe visitare?», io ho risposto senza pensarci troppo: «Sì, andiamo a Trieste!», «Trieste? E perché?» «Come perché? Perché è Trieste: Svevo, Joyce; dai c’è stata Margerita Hack (che era morta da pochissimi giorni, all’epoca); c’è la Sissa, sai, tutti geni; e poi dice che la piazza, quella sul mare, è proprio bella. E comunque non mi pare giusto che nessuno se la caghi mai! Dai, andiamo a Trieste! Voglio conoscerla, mi sta chiamando!»

E se prima di quella tre giorni a Trieste avessi avuto per le mani Trieste sottosopra di Mauro Covacich molto probabilmente sarei venuta a viverci già allora. Avrei risposto prima al suo richiamo.

Quindi, rompendo la tradizione dei “per chi” alla fine delle recensioni, ve lo dico subito ora: questo è un libro da leggere prima di venire a Trieste, mentre state a Trieste e volendo anche dopo, ma poi avrete un sacco di rimpianti perché non avrete fatto la metà delle cose che Covacich ci descrive.

Praticamente sempre? Sì.
Questo è un libro per chi vuole amare Trieste.
Anche se non è un libro che fa una città e anche se sono passati 10 anni da quando è uscito e molte cose sono cambiate. Più o meno.

Trieste sottosopra sono delle “passeggiate” che lo scrittore fa tra i luoghi caratteristici della città. E tra i suoi luoghi, quelli della sua infanzia e giovinezza. Ci racconta le contraddizioni di Trieste che è, sì, come una principessa austriaca e un intellettuale da caffè letterario, ma è anche una Sissi col piercing.

C’è un edonismo antico, morale, nei triestini. E anche un vitalismo moderno un po’ easy-going, alla californiana. Trieste è una città meridionale, la città più meridionale dell’Europa del Nord.

Si parte da Miramare e il suo parco. Dice Covacich che il castello è come lo disegneremmo se avessimo dieci anni e ci chiedessero di disegnare un castello: bianchissimo, intatto, medievaleggiante. Da lì ci parla anche del tratto costiera di Grignano. Arrivando in macchina da Sistiana questo è il benvenuto meraviglioso che vi dà la città.

Racconta poi la bora, la cosa più nota di Trieste. E vivendoci, e cosa che mi è stata confermata nel libro, ho capito che la bora è un po’ come la nebbia a Milano. Raramente è fortissima e raramente è un problema. Anzi, per i triestini è quasi una benedizione: la voce e il respiro possente della città.

Non prendetemi per pazzo fanatico, questa fredda giornata di aprile è una fortuna che hanno avuto in pochi. Non buttatela via, non difendetevi dalla bora, lo dico sia nel caso siate qui con me, sia nel caso progettiate di venirci – ben imbacuccati – in futuro.

Ci parla poi delle osterie che a Trieste non sono covi di ubriaconi, ma una via di mezzo tra dopolavoro e circoli. E in questo capitolo ho finalmente trovato le parole per capire il rapporto che Trieste ha con l’alcol:

A Trieste non si beve per star male, non ci si chiude in casa e ci si ammazza di alcol, il vino è sempre il medium di una situazione conviviale.

Aggiunge anche che a Trieste l’alcolismo non è una piaga sociale, mi piacerebbe sapere se è ancora così, dopo 10 anni. Ma per quanto riguarda il fatto che a loro piace bere in compagnia ‘fuori’ da casa, è tutto vero. È complicatissimo far accettare un invito a cena o a pranzo a un triestino; e riceverne uno anche. Loro escono, vanno fuori, a divertirsi e a bere. Evidentemente non sono mai stati a casa mia, dove non ci si ammazza di alcol, ma si beve in una situazione conviviale, appunto.

Ovviamente Covacich non può non parlare del caffè e dei caffè a Trieste e di come l’espresso triestino può tranquillamente competere con il napoletano. Ne ho parlato già in un vecchio post.

E poi ci sono i capitoli che parlano di posti che ancora non ho visto, per pigrizia, perché non voglio andarci sola, perché non sono ancora pronta.
La Risiera di San Sabba, l’unico, terribile campo di sterminio con forno crematorio che abbiamo avuto in Italia.
Le foibe di Basovizza e i boschi intorno, sul Carso; i luoghi del confine dove i profughi disperati che arrivavano dall’est durante il regime comunista correvano, sperando in un mondo libero.
Il manicomio di San Giovanni, quello dove Basaglia ha iniziato la rivoluzione.
E ha parlato dell’andar per «osmizze»… Se non trovo qualcuno che mi ci porta a un certo punto ci vado in autostop!

E poi Barcola, l’Ausonia e il Pedocin, i luoghi, nella città, dove i triestini “vanno al bagno”; sempre, appena possono. Perché il mare e i triestini sono una cosa sola. Molto divertente tutta la parte in cui parla delle clanfe, non vedo l’ora che arrivi l’estate per vederne qualcuna anche io. Magari vado a vedere le olimpiadi.

E il centro, nel quale ci porta insieme a Svevo, rivivendo le passeggiate che facevano sia lui che i personaggi dei suoi libri. Un centro che è diventato un po’ parco tematico, dice Covacich. Io invece credo che siano ben fuse anche lì le due anime di Trieste. È sempre un piacere passeggiare per la città e le statue degli scrittori ormai mi fanno compagnia.
Sono bellissime le pagine dedicate a piazza Oberdan e ai due innamorati: leggere questo libro vale la pena anche solo per quelle.

 

Mascherini

Però la “passeggiata” che ho amato di più, perché mi ha dato davvero tanti spunti su cui riflettere e lavorare, è stata quella in cui ci parla del rione San Giacomo e dei «taliàni».
Insomma, la questione linguistica che tanto spiega Trieste, i triestini e il loro essere un po’ italiani, un po’ no. Quello che spiega la loro unicità.
Mi son sentita chiamare milioni di volte «terrona», per scherzo (anche non per scherzo, ma è andata peggio a loro, quindi non vale la pena parlarne), a Milano, quindi sentirmi chiamare «taliàn» col sorriso sulle labbra e tra una battuta e l’altra, non mi ha fatto né caldo, né freddo, anzi. Ormai mi definisco pure io una «talìan a Trieste».

«Talìani» sono tutti gli abitanti della penisola che non sono triestini, tutti coloro che si affidano all’idioma nazionale.

Perché a Trieste non lo parlano l’italiano, ed è anche qui, insieme a tante altre piccole affinità, che ho trovato il legame con la mia terra natia. A Trieste parlano il dialetto triestino, tutti, a tutti i livelli: immagino, grazie a un esempio del libro, come sia bello sentir parlare di Dante in triestino nei corridoi dell’Università. Covacich spiega molto bene perché: ci parla di identità triestina, della storia della città che è stata teresiana, napoleonica, austroungarica, fascista, titina e americana. Ci dice che lui l’italiano lo ha imparato a scuola, perché a casa si parlava triestino e questo non è mai stato un problema, né un indicatore di bassa estrazione. È un’identità nell’identità e va rispettata. Diversamente accade in altre realtà.

E poi basta, perché sennò finisce che riscrivo il libro.
Sì, credo di aver un po’ esagerato con l’entusiasmo e le parole, e più che una recensione ho scritto un post che parla di me e Trieste. Ma è l’effetto che fa Trieste sottosopra, un libretto molto breve che può servire a tutti quelli che passano da queste parti e vogliono vedere davvero la città. Un libro che userò per far capire alle mie persone cos’è che mi ha tanto affascinata e perché continuo a parlare di com’è bella Trieste.

Ho provato anche un po’ di invidia, lo confesso, perché tra tutti i traslochi e i cambiamenti della mia vita chissà se sarò mai capace di conoscere e amare così tanto una città, da sentirla mia e parlarne come ne parla Covacich…

E cavolo! Non vi ho parlato dello spritz!

Se fa abbastanza caldo da stare fuori, guadagnatevi un tavolo sotto la pergola e ordinate uno spritz. Vi porteranno un bicchiere da un quarto, metà vino bianco e metà selz (spritzen in tedesco significa sprizzare), una bevanda nata al tempo degli austriaci per dissetare senza ubriacare, che mantiene in sé e ripropone ancora una volta l’idenità autenticamente spuria – l’umore vinoso e il cervello frizzante – di Trieste. Come tutte le cose vincenti esportate altrove, lo spritz ha subito mille variazioni sul tema – a Udine lo bevono con il limone, i veneti con il Campari o l’Aperol – ma voi, mi raccomando, diffidate delle imitazioni.

Insomma, che fate, venite a trovarmi o no?

 

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3 commenti su “Trieste sottosopra di Mauro Covacich e altre storie di me e Trieste

  1. Bellissimo articolo, ora non mi resta che colmare la lacuna e leggere il libro.
    La prossima volta che capiti da queste parti ti consiglio di fare un giro al Parco di San Giovanni: posso capire la difficoltà di visitare un luogo come la Risiera, ma il Parco è diventato ormai il luogo simbolo di rinascita, con mille progetti, iniziative e -per non farci mancare niente- un bellissimo roseto. 🙂
    Un saluto da una triestina!

  2. Pingback: Cara Trieste

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