Tergeste e le venderigole

Il nome antico di Trieste era Tergeste. Secondo alcuni significa “costruita tre volte”, secondo altri il termine non è romano ma molto più antico. E deriverebbe da “terg” che vuol dire “mercato” ed “este”, suffisso veneto che vuol dire “città”.
Stando a questo, Tergeste, e quindi Trieste, significa “città di mercato“. E quando l’ho scoperto, visto che vengo da una famiglia di “mercatari”, che hanno venduto all’aperto dal torrone ai vestiti,  mi si sono drizzate le orecchie… dovevo assolutamente approfondire.
E con la passeggiata (trekking urbano, detta dai moderni) che ho fatto sabato 17 ottobre, organizzata dall’associazione Joseph, guidata dalla giornalista Cristina Favento, oltre a passare un interessante sabato mattina a passeggio per le vie della città, ho colmato la lacuna.

venderigole Trieste

In piazza dell’Unità d’Italia, punto di partenza, abbiamo incontrato, grazie alle storie raccontate dalla nostra guida, le ’venderigole’.
Le venderigole erano le donne che vendevano al mercato. Spiegazione semplice e asciutta. Ma non erano solo questo. Erano donne del popolo, combattive, carismatiche, rumorose. Erano l’anima dei mercati triestini e visto che a Trieste si faceva mercato da tutte le parti, le venderigole erano Trieste.
Vendevano soprattutto frutta e verdura, ma in realtà facevano anche i dolci e qualcuna aveva anche l’autorizzazione per preparare prodotti caldi.

Piazza dell’Unità, era luogo di mercato, sì, ma soggetto a parecchie restrizioni (poche ore di mercato, divieto di lasciare carri e merci fuori da queste ore, ecc. ecc.), perché, anche quando non c’era ancora l’apertura sul mare (cosa che non riesco proprio a immaginare), era considerata il salotto buono della città. E nel salotto buono mica ci metti delle venderigole urlatrici e attaccabrighe?

La situazione si faceva un po’ più colorata appena usciti da piazza dell’Unità. Proprio dietro il palazzo del comune, nella piazzetta che si chiama piazza Piccola c’erano le ‘pancogole’, in sostanza le venderigole che vendevano il pane (fatto rigorosamente solo con le farine del comune, altrimenti guai). In realtà qui si potevano trovare anche formaggio, carne e pesce sotto sale e in savor. Prodotti conservabili, insomma.

piazza Cavana, Trieste

Da piazza Piccola, rientrando su piazza dell’Unità, col mare di fronte, andando a sinistra, si arriva facilmente in Cavana, che era chiamata anche piazza del Sale perché c’era un magazzino di sale, appunto. La piazza di Cavana oggi è un posto molto frequentato e vivo, uno dei posti più famosi di Trieste, con tanti locali. Quando siamo venuti a cercare casa, appena scoppiata la bomba del trasferimento a Trieste, è stato il posto dove inizialmente avrei voluto vivere. Mi ricordava Arezzo. Sarà stato l’angusto…  All’epoca, invece era una zona emarginata. Chi lo avrebbe mai detto. Era un posto stretto e buio, poco igienico, dove c’erano strani giri e, con grande contrarietà da parte dei cittadini triestini (che sembravano non essere mai contenti di niente), ci ammazzavano anche i maiali. Immaginate gli odori e i rumori…

Arco di Riccardo, Trieste

Salendo da Cavana per via delle Mura si arriva in piazza Barbacan e all’arco di Riccardo. Io trovo che questa piazzetta sia molto suggestiva e affascinante. All’epoca si trattava di uno dei posti meno prestigiosi per le venderigole e infatti ci stavano quelle senza posto fisso, ed erano quelle più aggressive perché dovevano lottare ogni volta per un posto dove vendere.
Andando sempre per vicoletti, passando accanto alla chiesa più antica di Trieste, la chiesa di San Silvestro che risale al XII secolo e che ora è luogo di culto della comunità elvetico-valdese, scendendo da una delle tante scalinate cittadine si arriva in via del Teatro Romano, dalla quale ci si può facilmente inoltrare nel vecchio ghetto ebraico; ora il ghetto è famoso per gli antiquari, all’epoca, stando in realtà vicinissimo alla piazza Piccola di cui abbiamo già parlato, era parte del flusso del pane. Da qui, passando per piazza Vecchia si arriva in via delle Beccherie, la via dei macellai, dove avveniva la pesa ufficiale. E abbiamo scoperto che i macellai triestini (ma anche i panettieri) dovevano fare un giuramento per vendere la carne. Doveva essere sempre fresca e rispettare determinate condizioni igieniche.
È stranissima questa contraddizione: una città di mercato, affollata, multiculturale, colorata, dove tutto era rigorosissimo e organizzato, anche le venderigole avevano la loro congregazione!
Da via delle Beccherie è molto facile spuntare in piazza Borsa, proseguire per via della Cassa di risparmio, fermarsi a prendere un caffè, siamo pur sempre a Trieste!, e arrivare al Canal Grande e in piazza Ponterosso.
Ed è qui che la festa si anima.

Ponterosso, Trieste

Il Canal Grande fino a qualche tempo fa non era come è ora. Era molto più largo e arrivava fino alla chiesa di Sant’Antonio. Poteva ospitare fino a 30 vascelli grandi e proprio qui, nell’adiacente piazza del Ponterosso, che si chiama così perché c’era un ponte mobile rosso, semplice, arrivavano tutte le merci. Questa era la vera e propria casa delle venderigole.

Qui c’erano i posti più ambiti, si vendevano uccelli da cortile, erbe aromatiche, animali vari, anche esotici, e bestie feroci.
Qui si tenevano dei veri e propri spettacoli e le venderigole erano anche cabarettiste e intrattenitrici. In Ponterosso c’erano le competizioni, gli scontri, la confusione. Si parla anche della Baba della tombola, una venderigola che organizzava una tombola per vendere i suoi dolci. Ed è qui che c’era Giovanin, l’omino al centro della fontana che si trova in piazza, il protettore delle venderigole.

Giovanin Ponterosso Trieste

Il vero e proprio mercato, insomma. Il centro nevralgico del commercio triestino.
Il tutto fino agli anni Settanta del Novecento, quando c’è stata “l’invasione dei bluejeans”, che in sostanza vuol dire che c’è stato meno spazio per frutta, verdura e altri alimenti, ci si è abituati agli animali esotici e dalla ex Jugoslavia arrivavano veri e propri flussi di persone che cercavano i bluejeans, perché da loro erano vietati (il rapporto di Trieste con il vicino regime di Tito è una cosa che andrebbe affrontata bene e a parte, io non ne ho avuto la possibilità in questi giorni).

Continuando per la nostra passeggiata, sfiorando la piazza delle Pignatte, chiamata così perché si vendevano le pentole ed era sempre ‘decorata’ con cataste di pignatte molto scenografiche, spuntiamo in piazza Goldoni, un’altra delle piazze principali del mercato a Trieste.
Questa piazza è stata piazza delle Legna fino al 1902 perché qui c’erano cataste di legna da ardere, ed era una piazza vivacissima perché non c’era un assetto strutturato per le venderigole e gli altri venditori come per le altre piazze importanti. Ma si poteva trovare tanto cibo. Soprattutto per i ceti bassi: trippa, minestrone dei capuzzi (crauti), formaggi, salame, uova e miele. O c’erano dei casotti di legno improvvisati oppure i tendoni. Immaginate un po’ cosa succedeva con la bora…

Mercato coperto, trieste

Abbiamo poi proseguito fino al Largo della Barriera vecchia e ci siamo ritrovati al Mercato Coperto, il Guggenheim triestino. Chiamato così per la particolare struttura architettonica.
Non è tanto l’edificio, aperto nel 1936, a essere interessante ma il perché della sua stessa esistenza.
Sara Davis, la figlia di un commerciante olandese, che visse a Trieste e conosceva la realtà delle venderigole, nel suo testamento lasciò una somma di denaro destinata alla costruzione di questa struttura. Perché le venderigole potessero avere un posto riparato dal vento e dal freddo.
Si tratta di un atto molto moderno anche in una città decisamente all’avanguardia rispetto alle altre sulla condizione femminile per via dell’influenza austriaca.
Queste donne uscivano tutti i giorni, arrivavano anche dall’Istria per guadagnarsi da vivere, erano competitive e aggressive, ma facevano gruppo. Si racconta di rivolte contro le forze dell’ordine se osavano attaccare una di loro. Erano costrette a subire commenti, insulti e toccatine da uomini di ogni specie, dovevano difendere i posti conquistati con unghie e denti. Erano vittime della bora, del freddo e di qualsiasi condizione meteo avversa.
Non è chiaro dove fossero gli uomini mentre nelle piazze triestine avvenivano queste piccole e vivaci guerre quotidiane, nei campi, in guerra, sbronzi a casa, c’erano però loro, le donne, l’anima di Trieste. Un’anima un po’ in ombra oggi, ma nei ricordi della città sempre viva.

Conoscerle per me è stato un vero piacere, e passeggerò per le vie triestine con un altro spirito. Conoscere la storia di un posto te ne fa sentire parte.

E poi, come ho già detto, io, che da figlia di mercatari, di mercati ne ho visti tanti, non potevo trovare un modo migliore per continuare la mia ‘luna di miele’ con questa città.



Insomma… quando venite a trovarmi?

P.S. Qui e qui tovate tutto l’itinerario che abbiamo fatto a piedi. In due parti  perché ho litigato con google maps. Se passate per Trieste può essere un buon modo per familiarizzare con la città.

P.S. 2: E questa è una canzone popolare triestina che parla proprio delle venderigole che mi fa veramente ridere.

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2 commenti su “Tergeste e le venderigole

  1. Amo Trieste, anche per la bontà di certe persone a me molto vicine che vi ci abitano da qualche tempo. Questo articolo che hai scritto racconta molto, molto di più di quanto già sapessi! E con un piglio davvero curioso! Grazie, Angela! Brava!

  2. Grazie a te per avermi letto! Ho amato questa città da turista, ma viverci è veramente bello. Per ora. 🙂

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