Il treno che mi avrebbe portata via

train surfing

C’eravamo io, mia madre, mio padre, mia sorella e mia cugina Carmen. Per molti era un giorno come un altro, per la mia famiglia era il giorno in cui partivo.

Avevo due valigie immense. Davvero. Pesavo una cinquantina di chili scarsi e però ero decisa a partire da sola, super carica, in treno, per andare verso la nuova vita aretina che mi stava aspettando.

Mia madre, mio padre, mia sorella e mia cugina Carmen mi avrebbero solo accompagnata ad Aversa, alla stazione. Sì, uno squadrone, lo so, ma l’ho sempre detto che io ho una sovrabbondanza d’amore ricevuto.

Eravamo in largo anticipo perché io, mia madre e mia sorella siamo pazze. Nel senso che ci manca proprio il gene dell’“arrivo all’ultimo minuto” e questa cosa è un po’ pazzia, credetemi. Noi dobbiamo arrivare ore prima, ovunque. E poi logorare le nostre menti nell’attesa. Per diventare ancora più pazze.

E quindi eravamo lì, tutti insieme sul binario ad aspettare il treno che mi avrebbe portata via. Non ricordo che ci siamo detti, però conoscendoci il quadretto sarà stato sicuramente questo:

io molto probabilmente in categorico silenzio con tutta l’ansia di “aspetta treno, sali nel treno, cerca posto” e quindi pure un po’ apparentemente arrabbiata; mia sorella con gli occhi super spalancati come se chissà quale fantasma stesse fluttuandole davanti, le capita sempre quando non è a suo agio; Carmen in mood “mo sdrammatizzo io, tranquilli”; mia mamma immersa in qualche suo film mentale e rumorosamente preoccupata del mio cocciuto silenzio, “tutto bene a mamma?” “stai arrabbiata a mamma?”, ecc. ecc., rendendomi ancora più insofferente; mio padre sicuramente immerso in una fiumana di battute, perché lui è l’incarnazione del “rido per non piangere”.

A un certo punto, ma va?, il treno è arrivato. Un Intercity. Quelli che ora sono praticamente declassati a regionali.

Visto che siamo pazze, l’ho già detto, no?, abbiamo cominciato a salutarci da che il treno è apparso all’orizzonte. Ho abbracciato tutti, ho cercato di non essere troppo acida e mi sono preparata a salire, il tutto facendo finta di ignorare la tristezza nei loro occhi.

Solo che quello non era un treno, quello era un carro bestiame. Era talmente pieno che la gente stava con metà corpo fuori dai finestrini per respirare. C’era gente pure sopra le griglie per i bagagli e qualcuno accartocciato sotto i sedili.
Ma io dovevo prendere quel treno. I corsi stavano per iniziare, la vita fremeva di essere vissuta, me ne dovevo andare via.

Quando si sono aperte le porte, molto faticosamente visto che le persone facevano tappo, ho preso una valigia, son salita su, ho sgomitato un po’ qua, un po’ là, ho detto qualche parolaccia tra un “permesso” e un altro e mi sono girata nella folla per prendere l’altra valigia, ma… mio padre mi ha bloccata, mi ha detto di andare avanti ed è salito insieme a me.
E non si è limitato a salire e a passarmi la valigia, no, lui si è inoltrato nel treno, tra tutti quei corpi appiccicati e sudati, con la chiara intenzione di cercarmi il posto.

Solo che poi però le porte si sono chiuse, il treno è partito e mio padre non è riuscito a scendere.
È rimasto sul “treno stalla” con me, senza cellulare, praticamente senza soldi e con le chiavi della macchina in tasca.

Mia madre, mia sorella e Carmen sono rimaste basite e impotenti, a guardare il treno che ci portava via.
Insieme alle chiavi della macchina.
Credo che qualcuna lo abbia anche rincorso, come nei film. Col capotreno che non capiva perché stesse correndo dietro a un treno. Fatevela raccontare da Carmen, che lei c’era.

Io invece ero con mio padre. E un po’ piangevo, perché mi succede se mi agito, e un po’ ridevo. Pure mio padre rideva, ovviamente. Eravamo consapevoli di essere stati un po’ cretini.

Alla fine, mio padre è rimasto con me fino a Formia, lì è sceso e ha preso il primo treno per tornare ad Aversa. Le altre sono state recuperate da uno zio.

Potete ridere tutti, questo è uno degli aneddoti migliori della mia vita.
Noi siamo una famiglia alla quale piace raccontare le proprie avventure e in quei momenti eravamo più che consapevoli che stavamo costruendo un pezzo epico. Di quelli che avremmo raccontato negli anni a venire a ogni cena e avremmo riso fino alle lacrime, rivivendo facce e sensazioni.

Però… sapete che dice sempre mio padre?
Che lui lo rifarebbe ancora, ancora e ancora. Non per raccontare il pomeriggio che ha perso andando avanti e indietro tra Aversa e Formia, ma perché dice che non mi avrebbe mai lasciata salire su quel treno pieno, sporco, puzzolente, da sola, con due valigie enormi. Che non ce l’avrei fatta mai ad arrivare a sedermi e aveva ragione. Molto probabilmente mio padre non era pronto a lasciarmi andare così, ma questo non glielo dite che sennò si imbarazza.

Sia chiaro, lui mi ha lasciata andare. E sì se lo ha fatto, molto più di quello che fanno altri padri, ha accettato cose che molti non avrebbero accettato. Non mi ha mai manipolata, mi ha sempre fatto combattere le mie battaglie, ma, e c’è una differenza, non ha mai smesso di proteggermi quando veramente ne avevo bisogno.
Quella è stata una delle poche volte, da quasi adulta, nella quale ha interferito e in quel momento lì era necessario.

Sì, noi ora ridiamo tantissimo quando ci ricordiamo di questa storia, ma io ne ho capito il senso vero e profondo solo qualche giorno fa, quando mi ha scritto un altro padre, una persona che non conosco, che aveva letto un mio post e mi ha raccontato che sua figlia era appena partita per l’università e che lui le augurava di avere la forza che ho avuto io.

Ho capito che è sì una questione di forza, ma è anche una questione di quanto sono grandi le braccia pronte a sostenerti nel momento del bisogno, anche se ti hanno lasciata andare.

Le braccia pronte a sostenere me sono gigantesche.

Questa storia, che tutti i miei amici conoscono bene, è per quel padre.
Sua figlia sarà forte, ne sono sicura, ma sarà ancora più forte perché ci sarà lui a proteggerla e a lanciarsi sul treno con lei, ad accompagnarla fino a che sarà possibile (ma non a vivere la sua vita), se si dovesse rendere necessario.

valigie

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