Qui è proibito parlare – Boris Pahor

Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. Io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani.

Queste sono le parole che Mussolini dice nel 1920 durante un viaggio in Friuli Venezia Giulia. Ed è questa, insomma, la politica di confine del fascismo. Arresti, morti e una potente e violenta italianizzazione.
Era vietato parlare sloveno e croato, studiare sloveno e croato, leggere in sloveno e croato. I nomi dei paesi slavi venero cambiati, le teste giornalistiche chiuse, i cognomi, l’identità di una persona, vennero italianizzati (Vidalich diventa Vidali, Russovich diventa Russo e così via).

Qui è probito parlare

Qui è proibito parlare di Boris Pahor, scrittore triestino che scrive in sloveno, parla di quel periodo, in particolare del periodo immediatamente precedente alla Seconda guerra mondiale, quando le cose si preparavano ad andare di male in peggio.
Siamo a Trieste, Ema, slovena triestina, è sola, ha perso la sua famiglia e vive in un limbo di rancore e rabbia per quello che sta succedendo al suo popolo. È anche orgogliosa però, sa che ci sono dei movimenti di ribellione ma ancora non sa come prenderne parte. Gli sloveni si incontrano, parlano, progettano e lei vorrebbe aiutarli. Poi incontra Danilo, che rompe il suo muro di tristezza e orgoglio, fa breccia nel suo cuore, ma le dà anche la possibilità di essere parte attiva nel movimento di resistenza al fascismo. Comincia così la lotta di Ema con gli sloveni in Italia: una lotta che è poco armata e molto intellettuale. I ribelli regalano libri in sloveno ai loro bambini, perché imparino la loro lingua e non dimentichino la loro cultura.
In questo libro, al di là di una meravigliosa Trieste, del suo mare e della sua costa sullo sfondo, al di là di Ema e della sua storia personale, della sua lotta per l’identità del suo popolo, del suo carattere un po’ scostante e della sua continua contraddizione tra indipendenza e dipendenza da Danilo, si legge la dignità degli sloveni, che hanno lottato con gli strumenti che avevano, con una forza pacata, ma costante. Col senno di poi, leggendo queste vicende, ci si ritrova ad avere un buco nel cuore, perché quelle terre, l’Istria, il Carso e la Dalmazia, e la loro gente, sono passate dal fascismo all’emigrazione forzata e alle foibe senza soluzione di continuità.

Ho letto Qui è proibito parlare perché volevo scoprire qualcosa di più su Trieste, le terre intorno e la loro storia. Volevo saperne di più e non limitarmi al fatto che, se si fanno quei pochissimi chilometri che portano al confine, la benzina costa meno e anche la carne, dicono. Il libro è stato scritto in sloveno da Pahor e tradotto in italiano da Martina Clerici e a livello di informazioni sul quel determinato periodo ha soddisfatto abbastanza le mie curiosità. O meglio, mi ha dato degli spunti da approfondire che vanno oltre la poesia del ‘regalare libri’ per non perdere la propria lingua e identità culturale.
Ma, e mi dispiace veramente scrivere quello che sto per scrivere, è un libro che non consiglierò. Posso anche sopportare lo stile un po’ poetico ed evocativo di certe pagine, anche se mi è risultato pesante, ma è uno stile, ogni scrittore ha il suo. Oppure posso passare sopra alla piattezza  e affettatezza di certe altre pagine che sembrano quasi didascaliche, senza passione. Si può passare sopra, forse, anche a qualche refuso, i correttori di bozze non sono perfetti. Non posso però sopportare un uso dei tempi verbali completamente sbagliato; faccio un esempio:

Ema percepiva chiaramene quanto Danilo  fosse concentrato e pronto a cogliere la più piccola eco che poteva celarsi dietro alla semplicità delle sue frasi, sebbene si sforzasse di far passare inosservata la sua apprensione. Questa sua preoccupazione la incoraggia, perché è una prova della sua solidarietà e del suo amore, ma la infastidisce che quell’affetto le infonda un senso di dipendenza. Non desidera una presenza asfissiante, lo preferirebbe meno samaritano e che mantenesse le distanze senza insistere nell’offerta di un aiuto di cui effettivamente non ha bisogno. Perciò si sentì sollevata quando furono presi dal fascino di Marechiaro con le case dei pescatori…

A un certo punto ero confusa. Inizia con l’imperfetto, poi passa al presente e poi ricomincia con il passato. Ed è così che va per la maggior parte del libro. Ci sono intere pagine in cui il tempo narrativo cambia continuamente. È veramente un peccato. La lettura è diventata quasi impossibile e oltre allo stile non proprio nelle mie corde, ho dovuto lottare anche con la voglia di chiuderlo e non finirlo. Perché? È stata una scelta strilistica precisa o un errore nell’intero processo di traduzione e editing?
Non so, so però che certi libri sono piccoli capolavori, o semplicemente belli, non solo per quello che raccontano, ma per come lo raccontano.  Qui è proibito parlare è una storia d’amore tra due persone e per il popolo a cui si appartiene. È una storia di libertà e di speranza, nonostante tutto. Una storia così bella meritava molto di più. Meritava anche lei di essere un piccolo capolavoro.

Forse avevo aspettative troppo alte perché sono ancora nella mia ‘luna di miele’ triestina, dove tutto è nuovo e bello, ma ripongo Qui è proibito parlare nella libreria con un po’ di tristezza e delusione. Dovrò trovate qualche altro libro che mi parli di Trieste, delle terre intorno e della sua gente, con la stessa bellezza che sto trovando ogni giorno in ogni angolo della città.

P.S. Qui e qui trovate un po’ di notizie a proposito della resistenza slovena e dell’italianizzazione forzata.

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