Parigi è sempre una buona idea – Nicolas Barreau

***Il livello di spoiler in questo post è molto alto, sappiatelo***

Parigi è sempre una buona idea parla di Rosalie, una cartolaia ‘artista’ che disegna biglietti personalizzati e, pur accontentandosi di un amore ‘tiepido’, continua a sognare il ‘grande amore’. L’uomo che la porti sulla Tour Eiffel, che le chieda di sposarlo con un grande gesto romantico, che metta un lucchetto sul Pont des Arts, ecc. ecc. Di Max Marchais, un anziano scrittore per bambini, che, dopo un po’ di pressioni da parte del suo editore, decide di tornare a pubblicare una nuova storia, La tigre azzurra, e sceglie Rosalie come illustratrice. E di Robert Sherman, un professore di Letteratura inglese, che arriva dagli Stati Uniti per prendersi un ‘periodo di riflessione’, decidere se accettare un incarico alla Sorbona o prendere le redini dello studio legale di famiglia; un giorno, mentre passeggia per le vie di Parigi, passa davanti alla vetrina del negozio di Rosalie, il Luna Luna, e vede La tigre azzurra, che è la ‘sua’ storia, quella che sua madre gli ha raccontato fin da bambino. Quella di cui conserva un prezioso manoscritto.
Potete ben immaginare come parte la storia: Robert e Rosalie litigano, urlano, si scontrano, poi si avvicinano, cercano di risolvere il mistero della Tigre azzurra,  si innamorano e… vissero tutti felici e contenti.

Parigi è sempre una buona idea

Non c’è molto altro da dire. Non perché la storia di Robert e Rosalie non sia interessante, ma è trattata con una tale superficialità che alla fine avrei voluto prendere il libro è lanciarlo dalla finestra. La bravura di Rosalie come artista, la sua stessa identità come artista, non viene mai più fuori, tranne che nelle prime pagine, il rapporto conflittuale con la madre viene buttato lì, ma non approfondito. Idem per tutta la crisi personale e professionale che, di fatto, Robert sta attraversando (tra decidere di fare l’avvocato e il professore ci passa il mare!). Qualcosa sulla madre di Robert, e la sua misteriosa malinconia, viene fuori, ma è un filo di fiato; si dimentica fino a che non viene fuori la verità.
Robert e Rosalie si odiano e si amano senza soluzione di continuità. Lei viene mollata dal suo fidanzato improbabile e non spende neanche dieci minuti a elaborare il lutto. Lui nega di avere una fidanzata in America, con la quale vive insieme e che gli ha dato un ultimatum (o me o la Sorbona). I personaggi sembrano delle macchiette, anche Robert in alcuni punti, ma soprattutto quelli di contorno: il fidanzato di Rosalie, la madre di Rosalie e questa terribile, cinica e prevedibile, fidanzata di Robert. Non hanno nessuna profondità, nessuno spessore.
Questa volta non ha funzionato neanche la meravigliosa scenografia di Parigi con i suoi vicoli, la partecipazione della Shakespeare & Company e le citazioni colte.

In tutto questo, la storia veramente interessante, che coinvolge, che commuove e che avrei voluto approfondire è quella di Max Marchais e della Tigre azzurra e del perché Robert conosce questa storia, di chi l’ha veramente scritta e di tutto l’amore che c’è dietro. C’è talmente tanto materiale per ‘romantici’ dietro la storia della Tigre azzurra, che Barreau (o chi per lui, visto che dicono che sia uno scrittore immaginario) avrebbe potuto scrivere un libro nel libro. E anche lì, l’affetto che Max prova per la Tigre azzurra non si percepisce fino a quando non cominciamo a capire cosa c’è dietro. All’inizio sembra solo che si tratti di un vecchio vedovo, annoiato, che viene convinto a scrivere ancora. Nessuna empatia.

Una cosa sono le storie ‘leggere’, che leggi tutto d’un fiato, che parlano di amore, di buoni sentimenti e che vanno dritte verso il lieto fine, senza nessun dubbio, dalla prima riga. Un’altra sono le storie non sviluppate, che hanno anche degli ottimi presupposti per essere, sì, sempre leggere e non per ‘intellettuali’, ma godibili, approfondite, ricercate, delicate e appassionanti.
Parigi è sempre una buona idea sarebbe potuto essere un libro di quelli da regalare alla migliore amica romantica per farle compagnia. Un libro per sognatrici incallite, che ti lascia il sorriso e il sospirino anche dopo l’ultima pagina. E invece no, è un libro che mi ha lasciata fredda, delusa e un po’ arrabbiata. Perché non mi ricordavo che gli altri libri di Nicolas Barreau fossero così insipidi. Sì, semplici, ma non insipidi. Forse sono cambiata io, forse avevo bisogno di un altro libro in questo momento. O, semplicemente, forse ho ragione.

Parigi è sempre una buona idea si legge, si elabora e si dimentica.
Nonostante Parigi.

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