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Nessuno è indispensabile – Peppe Fiore

“I colleghi sono persone fino a un certo punto.”

Perché alla Montefoschi, importante azienda del latte italiana, i dipendenti cominciano a suicidarsi apparentemente senza motivo?
Cosa succede a queste persone? Persone? Ma sono mai state considerate tali da chi ci lavora ogni giorno per 8 ore al giorno?

Michele Gervasini è uno di loro. Lavora alla Montefoschi da anni, ha represso tutti i desideri, le aspettative, che non siano lavorative. L’indeterminato, la promozione… Non c’è altra vita, né per lui, né per i colleghi, che si alimentano dall’azienda e senza non sono nessuno. O almeno questo è quello che ci vogliono far credere fino a quando, nel tran tran quotidiano apparentemente sano, qualcosa si rompe, e cominiciano i suicidi.
Colleghi miti, degni di poche attenzioni, che fanno un gesto così egocentrico, così pieno di volontà, che mai avresti creduto.
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E va tutto a rotoli, l’azienda, le scadenze, anche la propria vita fuori dal lavoro, per quel poco che è, comincia a scricchiolare. E così, pur di reagire a questo terremoto, Michele ci ripensa, all’azienda, alla vita. A tutto.
E scopre gli altri personaggi che aveva ritenuto incolori, semplici colleghi, fino a poco fa. Personaggi buffi, coatti, divertenti. Il dramma della scelta di alcuni si allarga a macchia d’olio su quelli che restano e sì, scopriamo, ridendo anche molto, che sono persone.

Peppe Fiore tocca i tasti giusti, ed è impossibile non riconoscersi o non ritrovare il collega che lavora con noi da tempo e che non abbiamo mai veramente avuto la volontà di conoscere. La Montefoschi diventa metafora di un mondo che ci rende schiavi con le sue promesse e abitudini, e ci rende anche felici, fino a che qualcuno non sceglie di tirarsene fuori e ci mette, in questo caso violentemente, davanti a una realtà vuota, senza desideri.

Si ride tanto in questo romanzo dissacrante, un riso pensato, che ti lascia l’amaro. Fa riflettere su cosa siamo noi, cosa è il nostro lavoro e quanto siamo disposti a sacrificargli. Non si parla di lavoro precario, come è di moda, ma di quella precarietà che invece è insita in noi e che nessun indeterminato sicuro può cancellare.

E vorremmo finire tutti sdraiati su un prato ad aspettare la luce.

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