“A maronn t’accumpagn”, modi di dire e mia nonna

“A maronn t’accumpagn”. In questi giorni, grazie alle bellissime vignette di Napoli&Nuvole che stanno girando sul web, continuo a ripensare a questo modo di dire napoletano che, sostanzialmente, vuol dire “buona fortuna”. Questo modo di dire era uno dei preferiti di mia nonna.

Mia nonna. Ho iniziato mille volte a scrivere di lei e mille volte mi sono fermata, perché con gli anni ho scoperto che, se è molto facile che mi ritrovi a parlarne con chiunque capiti sulla mia strada, è veramente difficile scrivere di lei. Forse perché lei non era una che scriveva, a malapena sapeva scrivere il suo nome; lei era una che parlava e raccontava. E i modi di dire napoletani, quelli con i quali intrattengo i miei amici le sere a cena, perché sono belli, sono musica e fanno anche ridere, erano una parte integrante del suo modo di comunicare. E perché, visto che oggi sono nostalgica, non ricordarla così, attraverso le stesse parole che usava lei?

Quindi, quando ho letto e riletto questo “a maronn t’accumpagn”, praticamente ovunque in questi giorni, ho immaginato la sua faccia spigolosa, il suo mezzo sorriso, un foulard a fiori, e la sua voce che mi diceva queste parole. Sempre. Primi giorni di scuola, prime uscite con gli amici, viaggi, gite, ‘vadounattimoacomprareilpaneetorno’, sempre. “A maronn t’accumpagn” era per tutti gli usi. Anche quando lei avrebbe preferito non farmi accompagnare proprio da nessuno, ma tenermi a casa con sé. Cioè, anche qui, sempre. E sì, una donna all’antica che sarebbe “morta di collera” se fosse ancora viva. Perché vivo in un’altra città (per lei sarebbe stato comunque ‘estero’. Era estero tutto quello sopra Caserta, credo) e perché convivo. Nessun mezzo sorriso mi avrebbe salvata.

a maronn t'accumpagn

Ma “a maronn t’accumpagn” non era l’unico suo modo di dire preferito. Quello che a me piace di più in assoluto, e che quando lo dico mi vengono in mente sempre i suoi occhietti vispi, da donna piccolina (non credo superasse il metro e sessanta), ma con le spalle forti, è “chi te vo’ bene te fa chiagnere”. Chi ti vuole bene ti fa piangere. O meglio: chi ti vuole bene ti dice la verità, per quanto terribile sia. Io adoro dirlo, mi piacciono proprio come suonano le parole quando vengono fuori, e un po’ lo sfrutto a mio favore. Perché, trincerandomi dietro allo scudo del ‘volere bene’, dico sempre quello che penso. E molte volte non va a finire bene per niente…Credo che mia nonna lo usasse come me. Solo che lei era una donna d’altri tempi, che aveva vissuto la guerra, lavorato come una bestia nei canapifici bruciandosi i polmoni e con 8 figli alle spalle. La sua autorità era indiscutibile. Io di strada ne ho ancora da fare.

“A raggiona è d’ ‘e fesse” era un altro must. La ragione è degli scemi. Quando in una discussione non finita, dove capisco che non si va da nessuna parta, io comincio a dire “va bene, sì, hai ragione, finiamola”, non mi sto arrendendo, sto solo dichiarando che, se proprio vuoi avere ragione te la do, perché non mi vuoi ascoltare, sono convinta del mio pensiero e dichiaro la mia superiorità ignorandoti e te la do vinta. Tutta colpa di mia nonna. E la rivedo quando discuteva con qualcuno, magari a pranzo, col suo bicchiere di vino quotidiano, e lo schiocco di soddisfazione che faceva quando aveva finito di bere. Il sorriso in questo caso non era mezzo, ma aperto e sincero.

E poi grazie a lei vado avanti ripetendomi chi bella vo’ parè, pene e guaie adda patè”. Questa qui, amiche donne, vi fa sentire molto meglio quando vi fate la ceretta o vi tirate le sopracciglia. O quando siete costrette su un tacco 12 per ore e ore. Funziona, davvero. Provateci.

Potrei andare avanti per ore, ma finisco qua con “o strizzc fitt fa u buc’ ‘nterr”. Che sostanzialmente vuol dire che se si è costanti, anche un passettino alla volta, si riesce a ottenere quello che si vuole. O, se lo vogliamo leggere in maniera negativa: prima o poi, se continuano a darci fastidio, poco ma costantemente, perdiamo la pazienza. Un’interpretazione flessibile, ma a me piace pensarla in positivo e quindi questo è, insieme a “a maronna t’accumpagn”, il mio motto per quest’anno. Non ho fretta e piano piano, scrivendo di qua, studiando di là, sorridendo a destra, sudando a sinistra, riuscirò a conquistare il mondo (risata diabolica).

Ma mia nonna, però, che mi ha insegnato queste belle cose e tante altre cose ancora più belle, non era solo questo. E, beh, è davvero un peccato che non ci sia più. Credo che ci saremmo divertite molto con questa cosa di internet e le pronunce di tutte di tutti i neologismi dell’era ‘social’.

Come si chiamava?

Angela. Proprio come me. È difficile da spiegare, ma io sto parlando di mia nonna paterna e sono una secondogenita, se conoscete un po’ questo tipo di tradizioni, farete caso che c’è qualcosa che non va (se volete, qui vi spiegano come funziona). Questo non doveva essere il mio nome ma, a causa di una serie di eventi (un’altra storia da raccontare, forse), è caduto in testa a me. E, col senno di poi, non poteva proprio andare diversamente. Da prima che sviluppassi dei ricordi, ci sono delle vere e proprie leggende sul legame che univa me e questa saggia signora. Io ho passato con lei praticamente l’80% della mia vita da quando sono nata fino a quando se n’è andata 16 anni fa.

tenendomi la mano

Raccontano che, a un certo punto, quando sono diventata troppo pesante e lei non riusciva più a prendermi in braccio, per farmi cambiare il pannolino mi teneva la mano e mi aiutava a salire sulla sedia, poi mi aiutava a salire sul tavolo e quindi mi faceva sdraiare. Una mutua collaborazione per la serenità di entrambe. Lei è stata quella che mi ha insegnato che per ottenere quello che volevo dovevo imparare ad arrampicarmi e a salire sempre più in alto. Tenendomi la mano.

Dicono anche che io sia stata l’unica ad avere avuto il diritto di mandarla a quel paese senza temere rimproveri e punizioni. Di sicuro, credo di essere stata l’unica ad averla chiamata ‘stronza’, e a non averne pagato le conseguenze.

Lei, semplicemente, mi perdonava tutto.

E, in questo periodo di grandi cambiamenti, per me pensare a lei e alle cose che mi ha insegnato, e anche a tutti i suoi modi di dire, è di grande aiuto. Parlare di lei e come faceva lei mi fa sentire al sicuro. Come se ci fosse una mano perennemente tesa e pronta a prendermi se cado.

Mia nonna non aveva letto un solo libro in vita sua, ma con una sola parola sistemava sempre il mio mondo. E non solo il mio.

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