Last days of California – Mary Miller

Last days of California di Mary Miller è stato tradotto da Sara Reggiani e pubblicato dalle Edizioni Clichy ed è il libro che mi ha fatto compagnia nel passaggio dal 2015 al 2016.

Non potevo scegliere di meglio, per quello di cui parla e per il tipo di libro che è: si tratta di un libro on the road che è venuto con me da Trieste a Rocca D’Evandro, poi da Rocca D’Evandro a Napoli, poi da Napoli ad Arezzo e, infine da Arezzo a Trieste. Il libro perfetto perché, se penso all’ultimo anno, solo l’espressione ‘on the road’ può essere utile per spiegare tutto quello che mi è successo. Ma di me ho parlato tante volte, ora vi racconto del libro.

Jess ha quattordici anni ed è in viaggio, dall’Alabama alla California, perché il mondo sta per finire. Suo padre crede nella Seconda Venuta e ha deciso di prendere la sua famiglia e trascinarla da un lato all’altro degli Stati Uniti per aspettare l’evento e nel frattempo convertire più persone possibili. Tra squallidi motel, Target, McDonald’s, Waffle House, la strada si stende davanti e, per Jess, questo viaggio fino alla fine del mondo è un viaggio di formazione, disillusione, consapevolezza e crescita.

Last days of California

Gli occhi e il cuore dell’adolescente Jess vedono tutto diversamente. Sentimenti contrastanti nei confronti di Elise, la sorella maggiore che è, ovviamente, bellissima e amatissima, ma che è anche incinta e ha 17 anni; nei confronti della madre e del padre, che sembrano non parlare più, distanti, ma costanti e prevedibili. Sentimenti contrastanti anche nei confronti di se stessa: Jess è lì che vuole essere, ma ancora non è e nello stesso tempo vorrebbe tornare indietro, ma non si può più. Un’adolescente normale, insomma, nuda e cruda. Che si innamora di ogni uomo che vede, che cambia idea continuamente e che prende tutte le cattive decisioni possibili, perché è così che deve andare. E che poi nelle conseguenze delle decisioni vede un universo di infinite possibilità. Si parla dell’adolescenza con onestà, senza troppi fronzoli, senza tabù, ed è per questo che funziona. Si tratta di un libro da leggere da adulti, quando quella fase lì si è vissuta e digerita, quando non ci vergogniamo più di quello che abbiamo pensato e di quello che siamo stati.

Mi è piaciuto il rapporto che l’autrice ha creato fra i membri della famiglia: sono persone disperate, certo, perché c’è molto altro dietro la scusa della Seconda Venuta, come sempre c’è quando le persone diventano ‘fervide credenti’ (qualsiasi sia la cosa in cui credono), ma non ci sono grossi drammi a far da cornice a questo viaggio. Le classiche, viste e riviste anche a casa nostra, liti tra genitori e figli adolescenti, le solite discussioni, senza exploit teatrali. Dove poi tutto torna alla normalità e in macchina si parla del più e del meno. Ed è proprio questa normalità che fa in modo che sia digeribile il dramma vero che leggiamo attraverso Jess, quello di chi arranca per vivere, di chi non riesce a controllare il mondo intorno a sé, di chi si illude e disillude continuamente. Il dramma dei rassegnati, anche. È che sui genitori di Jess, sugli adulti che incontriamo nel libro e l’infinità di vita vissuta, male, che si trascinano dietro dovrebbe essere scritto un romanzo a parte.

Last days of California va letto come se davvero fossimo on the road, tra fast food e aree di servizio abbandonate, con la calma di chi sa che prima o poi arriverà in qualche posto ma che intanto si sta facendo un bel viaggio. È un libro per chi pensa alla ‘fine del mondo’ come un’opportunità. Un libro per chi ha figli adolescenti, perché ci sono troppi genitori che, concentrati su loro stessi, semplicemente, non si accorgono di quello che sta veramente succedendo. Un libro per chi ha bisogno di ricominciare, perché non c’è niente di meglio che passare da una fine del mondo, viaggiando attraverso la grande America, per farlo.

Last days of California

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