La banda della culla di Francesca Fornario

Giulia ha 39 anni, l’endometriosi, un ovaio mancante e non riesce ad avere figli perché, per cercare il lavoro “stabile, ha finito con l’aspettare tanto prima di provarci. Non può neanche adottare, suo marito, Miguel, ha un precedente penale: il reato di clandestinità, nonostante sia cresciuto e abbia studiato in Italia.
Camilla e Veronica sono sane, giovani, si amano come il primo giorno, hanno un lavoro stabile e sono omosessuali. Inutile dire perché non possono né avere, né adottare figli.
Francesco e Claudia studiano all’università, sono giovanissimi, arrancano per pagarsi da vivere con lavoretti e… per risparmiare sui preservativi adottano il sistema contraccettivo meno funzionante di tutti e, come si dice dalle mie parti, “fanno il guaio”.
Insomma, la storia è sempre quella, chi ha il pane non ha i denti, chi ha i denti non ha il pane.
Le tre coppie si incrociano nello studio della ginecologa e, tra colpi di scena ricatti, piani mal riusciti, lavori dei quali non si è soddisfatti, lavori che non si trovano, bugie a fin di bene, legami che si creano, infiniti, arzigogolati ed esilaranti monologhi interiori e drammi inaspettati, questi personaggi mettono su un vero e proprio colpo per essere, o per non essere, a seconda dei punti di vista, genitori.

La banda della culla

Ho comprato e letto La banda della culla perché al Triestebookfest ho ascoltato Francesca Fornario, mi sono divertita e la curiosità ha avuto la meglio. È scritto bene, ma ammetto di essermi persa certe volte nelle menti contorte di questi personaggi che a tratti sembrano fin troppo esagerati. Ovviamente la satira la fa da padrona, visto che, appunto, la Fornario è una giornalista satirica, e c’è ampio respiro per chi critica, a ragione purtroppo molte volte, la nostra società italiana.
Ci sono tutte le dinamiche di noi 20/30/40enni sbatacchiati da una società che non s’è capito se ci vuole bene o no. Si parla delle difficoltà legali di chi vuole diventare genitore ma che, purtroppo “è difettoso”, dalle leggi che regolano la fecondazione assistita a quelle che regolano l’adozione, si parla di diritti civili. Si parla di famiglia in generale, di quel rapporto, o non rapporto, che inevitabilmente caratterizza le nostre vite, tra madri/padri e figli; si parla della politica, ovviamente, e di come sia, certe volte, su un piano completamente diverso da quella che è veramente la vita. E del lavoro, che ci sia o meno.
Pane per tutti i denti, in questo caso.

Però poi, mentre sei lì che dici: “Vabbe’, Francesca, che ansia… non è possibile che vada tutto proprio male male in Italia”, arriva pure un dramma. Uno di quelli pesanti che ti fa rimettere in discussione tutto il libro e ti dà la certezza che sì, l’Italia di questo libro è proprio brutta.

Poi, se come è capitato a me, ti identifichi pure in uno dei personaggi, è finita. Sei lì che leggi tutto per bene e speri, incroci le dita, che ci sia una sorta di lieto fine.
Ho sentito miei molti dei complicati e divertenti e dissacranti ragionamenti di Giulia e quindi sono entrata in empatia col personaggio, sarà anche perché condivido con lei la stessa malattia “sociale”, come è stata definita l’endometriosi. Ho iperpensato, mi son disperata e ho riso insieme a lei.

Insomma, questo libro non è uno di quelli che l’ho finito e ho detto “Wow!”, e molte volte veramente avrei voluto lanciarlo dal balcone, ma è un libro nel quale, da italiani, ci si può facilmente identificare e quindi ti lascia un carico di emozioni e una valangata di cose su cui riflettere.

E poi sappiate che, a seconda dei punti di vista, c’è pure un lieto fine. Per le persone, non per il nostro Paese.

Un libro per chi vuole figli e farebbe qualsiasi cosa per averli. Per chi fa pensieri arzigogolati tutto il giorno. E, soprattutto, per chi fa del “rido per non piangere” le fondamenta della propria pazza vita.

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