Il libro delle ombre di Stefano Lanciotti

il libro delle ombre

Ho accettato di leggere Il libro delle ombre di Stefano Lanciotti, autopubblicato, per curiosità e per sfida, sia nei confronti del genere fantasy, sia nei confronti del self-publishing.
E, prima di scrivere qualsiasi cosa, ci tengo a premettere che non sono affatto un’esperta di fantasy (né urban fantasy, ovviamente), anzi, credo che questo sia uno dei primi libri di questo genere che leggo in assoluto. Mi scuso a prescindere quindi se la mia recensione sarà poco ‘tecnica’. Ma, e spero che conti, sarà molto sincera.

Beryl Anderson fa una vita tranquilla, sta per andare al college e lavora come cameriera nella piccola Fairview.
Una sera la sua vita viene sconvolta completamente. Una cosa terribile è successa alla sua famiglia e scopre che non è una semplice ragazza di provincia, ma… una persona speciale. Scopre l’esistenza di un mondo nuovo, per il quale lei e i suoi compagni di avventura, dovranno combattere.

Sono stata subito affascinata dall’intera storia: mistero, intrighi, magia. Tutti gli ingredienti per passare qualche ora piacevole immaginando mondi diversi.
Si percepisce, certo, che questo è l’inizio di una saga (La profezia del ritorno), quindi ci avviciniamo ai personaggi, impariamo a capire alcune loro sfumature. Succede tanto in questo libro, ma in realtà è fin subito chiaro che si tratta di un libro introduttivo, nel quale non si hanno risposte immediate e approfondite. L’autore mette tantissima carne sul fuoco e non tutto alla fine sarà cotto a puntino. Basta esserne consapevoli, amare le saghe e, dopo aver chiuso il libro, aspettare un nuovo capitolo e immaginarsi quali avventure vivranno i nostri eroi nei libri che seguiranno.
Se vi piace il genere, amate le sorprese e i colpi di scena, ne Il libro delle ombre troverete pane per i vostri denti. Spade dai nomi propri, negromanti, confraternite, magia e anche quel poco di splatter che non guasta. Percepiamo già scintille e tenerezza tra Beryl e Eaden, il ‘silvano’, arrivato a proteggerla con suo padre Tom, protagonista della saga di Nocturnia, un vero e proprio successo del self-publishing italiano.

I personaggi hanno ancora tanta strada da fare, ma intanto mi sono preoccupata con Beryl quando è tornata a casa e la sua vita di prima non c’era più; ho sentito il coraggio di Eaden, scelto dal padre per un viaggio dal quale non si sa se mai ritornerà. Ho percepito la tristezza di Tom per quel figlio che, sostanzialmente, ha mandato in pasto ai lupi.
E mi sono divertita, tra magie e combattimenti, quindi, ormai sono entrata nel meccanismo narrativo e pure in quello della curiosità e cercherò di leggere anche il secondo volume.

 

Il libro delle ombre: cosa non mi è piaciuto

Certe volte mi sono persa nelle descrizioni puntigliose di azioni e pensieri, nell’uso di termini ricercati che in alcuni contesti non erano necessari. Per esempio, a un certo punto, ho trovato “bige” per dire “scure” “carbonizzate”. Ora, possibile che sia una mia mancanza non conoscere questa parola, ma ammetto la mia perplessità davanti all’uso di una parola che davvero non avevo mai sentito per dire una cosa semplicissima.
Nelle prime pagine, poi in verità sempre meno, c’è inoltre un uso costante del pronome personale “esso” che rende la lettura davvero poco scorrevole e un po’ ‘invecchiata’. Un tratto stilistico che mi rallenta sempre un po’.

E l’uso del trattino corto anziché di quello lungo per gli incisi non mi è proprio piaciuto, sì lo so mi accuserete di pignoleria, ma da ex correttrice di bozze faccio molto caso a queste cose. E lo stesso vale per quella “é” al posto della “è” nella prima riga della premessa. Chi legge la premessa dei libri? Io, sempre. E anche se non avessi avuto intenzione di farlo, l’occhio mi è caduto proprio su quell’accento sbagliato in una posizione così predominante.

È, insomma, come se questo libro non fosse stato ‘ripulito’. Solitamente, quando si scrive qualcosa, si lascia un po’ lì da una parte. Si fa riposare e poi si rilegge e ripulisce da tutte le ripetizioni, i periodi lunghi, gli aggettivi di troppo, si sistema l’impaginazione. Per esempio, io non pubblico mai niente che non sia stato letto ‘criticamente’ almeno da una persona.
È vero, sono una fan dello “scrivi come mangi”, delle frasi brevi, termini a portata di tutti e poca retorica, quindi questo è un giudizio veramente soggettivo, ma questi aspetti influenzano tantissimo la mia esperienza di lettura.

Si tratta di un libro autopubblicato e quindi questo conferma i miei dubbi su questo tipo di libri. A meno che non ci si affidi a un professionista per conto proprio, viene a mancare quella cura che caratterizza invece i libri che passano per le mani di editor e correttori in casa editrice. D’altronde il lavoro dello scrittore è “scrivere”, ed è già un bell’impegno. Poi ci sono anche editori che pubblicano libri poco curati, ma questa è un’altra storia.

Ho molto rispetto per il lavoro dello scrittore e quindi faccio i miei complimenti a Stefano Lanciotti per aver portato avanti un progetto come quello di ben due saghe, con anche un discreto successo, senza il supporto di un editore. Spero quindi che prenda in maniera positiva le mie critiche. Perché la storia di Beryl conquisterà tanti lettori appassionati del genere.
Ne ha tutti gli ingredienti.

Comments

comments

Rispondi