Quando è arrivata Dorothy

Dorothy

Era l’8 novembre del 2008, sabato. Un uggioso sabato milanese. Io canticchiavo incessantemente Somewhere over the rainbow nella versione di Judy Garland del film Il mago di Oz, 1939.

Eravamo a Milano da pochi mesi, Stefano apprendista consulente, io correggevo bozze.

Vivevamo in un buco di 30 metri quadri nei pressi di via Paolo Sarpi, una zona di Milano che avremmo visto fiorire negli anni a venire, tra cinesi ed enoteche cool. Il monolocale aveva una forma strana, un po’ triangolare, era umido, bruttino, con mobili arrangiati, le sedie di plastica dell’Ikea. Ma era il primo posto solo nostro, eravamo speranzosi, aperti a ogni possibilità e con tutta la vita davanti.

E volevamo pure un gatto.

Volevamo ‘Ombra’, una gattina piccolissima, bianca e nera che non trovava una casa perché aggressiva e sfuggente. Avevo trovato l’annuncio su un sito e, per andare a prenderla, dovevamo arrivare fino a San Donato, poi da lì ci avrebbero portato in macchina al gattile.
Ci siamo detti: “Cosa sarà mai? Poverina, avrà soffiato due volte e nessuno la vuole più”.

Ricordo che quel giorno Stefano ha cominciato a vomitare appena alzato dal letto, non riusciva a trattenere niente, era pallido, stava male. Avevamo però spostato l’appuntamento già un po’ di volte, quindi lui si è fatto forza e ha detto che dovevamo andare comunque.

Il viaggio fino a San Donato è stato una tortura. In metro, tutti appiccicati e Stefano che a malapena si reggeva in piedi. Quando siamo arrivati al capolinea lui è uscito di corsa, è salito in superficie, si è infilato in un angolo nascosto e… potete immaginare.

Quando è arrivata la tipa del gattile, siamo montati in una specie di jeep, dove, dal delicato olezzo, era piuttosto chiaro che venissero trasportati animali tutto il tempo. Stefano era semimorto e non ha reagito quando la tipa ci ha detto: «Vi devo dire che Ombra non è più disponibile, stamattina è scappata e non siamo riusciti a riprenderla! Però abbiamo molti altri cuccioli!».

Il dispiacere l’ho avuto per giusto due secondi, più che altro per la povera Ombra, ma poi, beh, ormai eravamo lì, un gatto per noi sarebbe spuntato.

Siamo arrivati in una specie di fattoria, dove c’erano animali di ogni tipo. Anche cavalli e capre. E galline da tutte le parti.

E poi dritti alla casa dei gatti. Ce n’erano tanti e mi si è spezzato il cuore. Ce n’era uno maschio, grigio, bellissimo, rumoroso, coccolone e prepotente. Ha fatto un casino pazzesco, “prendetemi prendetemi”, e l’ho quasi preso.

A un certo punto, però, è arrivata l’esplosione di Stefano, che ha chiesto di andare in bagno e, mentre scappava: «Scegli tu, ‘more, basta che sei contenta, io mi adeguo!».

E sono rimasta da sola a scegliere un gatto. Che pensavo di aver scelto, anche se è brutto scegliere in questi casi; ma poi siamo arrivate davanti a una porta chiusa, la tipa l’ha aperta e mi son trovata in un bagno (un altro, non quello dove era scappato Stefano) e dentro c’erano una mamma gatta e due cucciole tricolorine. No, anzi, guardando bene le cucciole tricolorine erano tre.
Due, a pelo molto corto, mi sono venute incontro, le ho guardate ed è stato subito chiaro che c’era qualcosa agli occhi che non andava, avevano gli occhi malati, ma c’erano tutti e ci vedevano bene ed erano anche abbastanza rumorose e ruffiane.

Della terza ho visto inizialmente solo la coda, enorme, pelosa, che si agitava: spuntava da dietro la tazza, dove si era nascosta.

Mi sono allungata, l’ho presa in braccio e Dorothy era lì.
Non era ancora Dorothy, lo è diventata qualche ora dopo, quando non smettevo di cantare quella canzone e mi sono accorta che il pelo delle zampe era rossastro, ma era lì, ed era proprio lei. Con un occhio enorme, spalancato, terrorizzato e però perplesso, la sua perplessità perenne, che ancora oggi la caratterizza. Quell’aria di una che sembra essere appena sbucata dal cappello e non sa proprio cosa ci fa in quel posto. E l’altro occhio… non c’era.

dorothy

L’infezione, un Herpes, dovuta a un soggiorno in un bidone della spazzatura insieme a mamma gatta e sorelline, glielo aveva completamente rovinato. C’era solo un enorme bruttissimo grumo nerastro che avrebbe spaventato qualsiasi bambino e che sarebbe andato via solo dopo una massiccia cura antibiotica, portandosi via ogni parvenza di occhio.

Mi è stato subito chiaro che quella gattina lì, a pelo lungo, già verso i tre mesi, tricolorina tendente al nero, quindi per niente fotogenica, con un occhio che cadeva praticamente fuori dall’orbita, schiva, paurosa e silenziosa e sempre un po’ fuori posto, non l’avrebbe voluta mai nessuno.

E allora l’ho presa io.
E nel frattempo che il destino si compiva, Stefano vomitava l’anima in un gattile della provincia milanese.

La futura Dorothy non ha fatto una piega. Si è fatta mettere nel trasportino e, per tutto il viaggio di ritorno a casa, ha solo miagolato ogni tanto per farci sapere che c’era, viva, vegeta e terrorizzata.

E mi sono resa conto che, oltre a una fame assurda, aveva tanta, tantissima voglia di coccole.
A casa l’ho presa in braccio e dopo 5 secondi era lì che faceva fusa a più non posso. Però poi tutte le volte che la mettevo giù correva a nascondersi. Anche perché nel frattempo, mentre Stefano collassava sul divano letto che usavamo per dormire, con la febbre e in stato comatoso, sono arrivati Enrico e Spritz.
Anche Spritz era stato appena adottato da Enrico e loro non vedevano l’ora di conoscere la nuova arrivata. Dorothy un po’ meno, e ha subito mostrato di non essere molto socievole. La sua timidezza se la trascina ancora dietro. Sono davvero poche le persone con le quali si mostra aperta e vulnerabile. Sono poche quelle che riescono a meritarsi la sua immensa tenerezza.

Quando siamo rimasti soli, mi sono preparata per mettermi a letto, ho spento tutte le luci e, dopo aver controllato che fosse nascosta nell’angolo che aveva deciso di adibire a ‘nascondiglio finché non mi abituo’, mi sono infilata sotto le coperte.

A un certo punto, nel buio, sento quello che sarebbe diventato il suo miagolio caratteristico: «Mi… mi… mi… mi…».

Accendo la luce e lei era ai piedi del letto, che mi fissava con quell’occhio enorme, supplichevole, dolcissima. Non ho saputo resistere. Non resisto neanche ora.

«Che c’è? Hai paura?»
«Mi… mi… mi…»
«Vabbuo’… salta, ia!»

Goffamente, ma da sola, è saltata e si è messa comoda.
E lì, sopra le coperte, tra le gambe mie e di Stefano, ci dorme da 8 anni.

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