Giorni da Call Center #1

Arriva all’ultimo minuto. Accende il pc, va a prendersi l’acqua, scatta l’ora, s’infila le cuffie e via alle telefonate.

call center

«Salve, vorrei prenotare un'”algia spalla destra”.»
«… mi legge per cortesia l’impegnativa? Mi ha letto solo il motivo per cui deve fare l’esame, ma non quale esame deve fare.»
«E così ci sta scritto.»
Sospiro, «Guardi bene, per favore».
«Allora, ci sta scritto qualcosa e poi “algia spalla destra”.»
«…»
«Pronto?»
«Dovrebbe leggermi quel qualcosa altrimenti non saprei che esame fissarle.»

Dopo due minuti di inutilità e di riflessioni sul perché si tenti di fare una prenotazione telefonica senza aver capito cosa ci sia scritto sull’impegnativa, il chiamante medio ci riesce. Poi, lasciando la fase della scelta di giorno e ora alla prossima volta, viene la fase più difficile: dare le proprie generalità.

«Mi dice nome e cognome?»
E parte col cognome
Ora, dovete sapere che lei, la sfigata del call center, che sarei io, è sorda e chiede il nome prima del cognome:

  1. perché è normale che si faccia così;
  2.  perché il 90% delle persone il cognome lo sussurra, lo sputa, lo mangia, siamo insomma convinti che tutti debbano saperlo e allora, facendo dire prima il nome, si ha il tempo per prepararsi a capire il cognome.

Trucchi del mestiere, che funzionerebbero se la gente ascoltasse e dicesse prima il nome…

«Mi scusi, ho capito il nome, mi ripeterebbe il cognome?»
Altro sputo, sussuro, colpo senza significato.
«Me lo scandirebbe per favore?»
E qui solitamente partono facendo strani versi tipo “d” allungate, “m” muggite, senza seguire la graziosa consuetudine di aiutarsi con i nomi delle città.
«Si aiuterebbe e mi aiuterebbe con i nomi di città, per cortesia?»

E comincia a cedere la costruzione di gentilezza che con tanta fatica e lavoro ha resistito finora.

Ma se a questo punto si pensa di aver risolto il problema, ci si sbaglia, perché Milano, Como e Napoli sono città troppo facili, ovvie. Perché non stare minuti e minuti a fare:

«”m” come… aspetti… come… Mariano Comense, “n” come… boh… come… ecco: Nairobi!», ecc. e tristemente ecc.

Dopo ore di questo, spegne il pc, si veste, timbra, esce dal call center.
E meno male che c’è il mondo fuori.

Nota dell’autrice: si tratta di una nuova rubrica, non credo di avere un talento né comico, né di scrittrice, ma lavoro in un call center, vivo tutti i giorni queste situazioni e voglio condividerle con voi. Perché è divertente, nonostante tuttio.

Si accettano critiche, commenti e suggerimenti.

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7 commenti su “Giorni da Call Center #1

  1. Lol …. perchè mi riconosco in pieno nella categoria dell’utente medio ?!?!?!?! E’ grave ? Vorrei prenotare una visita “auditorologica” (nella speranza che non sia niente di invasivo!!)…quasi quasi TELEFONO!

    🙂

    Ciao e continua con la rubrica, è molto divertente, ma sopratutto fa riflettere!

  2. Anche la mia amica cominciò a scrivere “Paradossi da Call Center”. Sembra quasi un’esigenza raccontare, o denunciare, al mondo fino a che punto arriva l’idiozia dell’essere umano per poi fornire i presupposti giusti per superare queste mentali barriere orticanti. Considerando però il fatto che tutti, almeno una volta nella nostra esistenza, siamo stati gli artefici della follia di un operatare di call center. Ricordo, per esempio, quando dovendo attivare una promozione tariffaria telefonica che mi consentisse di chiamare e messaggiare in maniera illimitata verso un unico numero dello stesso gestore, alla domanda: “qual è il suo numero preferito”, risposi (in maniera convinta e come se fosse la risposta più ovvia in quell’attimo) -SETTE.
    A volte però capita pure il contrario, e cioè umani vittime di operatori di call center. Certo, cosa c’è da condannare a qualcuno che sta umilmente cercando di svolgere il suo lavoro? Niente, se questo qualcuno non usasse un atteggiamento invadente, distruttivo, petulante e scassacazz. Quegli operatori call center che qualche volta non sono nemmeno in grado di spiegarti il tutto come si deve. Quelli con l’accento cinese che ti fanno i sondaggi telefonici sulla politica italiana. Quelli che ti fanno offerte di lavoro ma tutto ti spiegano, tranne che in cosa di concreto consiste quell’impiego. Per non parlare di quegli operatori napoletani che oltre alla cadenza dialettale (cosa spesso anche buona e giusta, segno di appartenenza alle proprie radici) te lo enfatizzano particolarmente il loro italiano-napoletano, e alla prima risposta, innocente, dell’altro umano avvertita da loro quasi come indisponente, questi cominciano a sfoderare i migliori segni linguistici che hanno a disposizione nel loro dizionario interiorizzato.
    Mi è capitato anche di essere stata messa di punto in bianco di fronte ad un telefono di un centralino di una compagnia marittima, in qualità di stagista. In altre parole -di individuo totalmente inutile all’azienda, a parte l’utilità di andare a comprare del caffè (e nemmeno, perché, ce liev a fatic ò waglion rò bar), preso per qualche assurdo motivo che adesso praticamente mi sfugge e messo lì a svolgere anche compiti principali, senza la minima preventiva formazione. Mi ritrovai voci che mi sbraitavano contro, alcune delle quali accusavano -me- e tutta la compagnia di essere dei ladri sui costi dei biglietti. Domande a raffica, domande a cui non ero letteralmente preparata a rispondere. Per disperazione, dopo che una dipendente-cretina-imbecille con tutta l’ottusaggine dell’universo se ne uscì con “se non sapete parlare a telefono non rispondete”, attaccai il telefono in faccia ad una delle voci impossessate, presi il registro, mi firmai le abbastanza-ore di stage restanti e me ne andai per sempre.
    Per non parlare, ancora, della direttrice di un albergo, riferendosi a noi stagiste: “Che venissero alle 3, se ne andassero alle 3 e un quarto e si togliessero dalle palle”. Uà con questa ci litigai proprio pesante. All’inizio del nuovo anno però tornò completamente serena, disponibile. Evidentemente tra la fine e l’inizio aveva soddisfatto le sue necessità sessuali. Mi diede pure il prestigioso compito di cercare un numero nella pagine bianche, che non c’era. E quando terminai lo stage mi disse sinceramente “in bocca al lupo”.

    Ma comunque, mi sono dilungata troppo, ma è così bello essere liberi di scrivere, di condividere pensieri, liberi di non fissarsi dei limiti. Stesso motivo per cui apprezzo e incoraggio questa tua inizitiva. Perché tu, con la tua esperienza e con le tue consequenziali idee, puoi arricchire il mondo. Puoi offrirgli una visione sconosciuta. Non c’è bisogno di aver particolari doti per esprimersi. Per cui scrivi così come ti viene. Come se stessi facendo uno di quei discorsi che ti crei in testa solo tu per quarti d’ora interi e di cui alla fine te ne compiaci pure e pensi “dal vivo non ci sarei mai riuscita”. E’ utile a coloro che vorranno e sapranno carpire, ma soprattutto a te stessa. Utile a sentirti veramente e almeno per una volta nella vita, libera. A parte le censure, ma queste sono altre storie.

  3. Ciao! Sono io l’amica di Teresa. Ho iniziato il blog nel 2006 (http://blog.libero.it/parcondicio/) – poi l’ho trascurato per mancanza di tempo. Io sono ancora qui, dopo 6 anni, e ti posso assicurare che alla idiozia/maleducazione della gente il callo non ce lo fai mai! Buona fortuna per tutto!

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