I gatti non hanno nome di Rita Indiana

I gatti non hanno nome

De I gatti non hanno nome di Rita Indiana potrei raccontarvi semplicemente che è la storia dell’estate di una ragazzina di Santo Domingo che comincia ad avere consapevolezza personale e sessuale di sé, circondata da persone normali con i loro enormi, giganti, problemi normali, ma non farei altro che annullare e appiattire tutta la meravigliosa, un po’ strana e quasi surreale atmosfera del libro. Siamo in Sudamerica, e in Sudamerica ogni storia normale a un certo punto non lo è più e si viene travolti dalle stranezze.
Quindi mi limiterò a poche parole, che non aggiungono niente a quello che su questo libro è già stato detto, ma che spero vi convincano almeno un po’ a leggerlo.

La protagonista del libro ha 14 anni e non ha nome, come il gatto al quale lei vorrebbe darne uno del titolo. Passa l’estate a fare da segretaria nella clinica veterinaria dello zio e… vive e scopre e si scopre. Nel frattempo suo zio Fin, che è segretamente buddhista, cerca di sopravvivere al vivere rancoroso di sua moglie Celia, che non porta più i capelli sciolti e sulla cui fronte “si accendono insegne al neon”. E poi incontriamo tutta una serie di personaggi particolari che colorano il libro, da Radamés, l’haitiano con “la voce che sembra uno sciroppo per la tosse” a Uriel, “nella cui bocca vorresti traslocare”.

La traduttrice Vittoria Martinetto nella nota finale parla di “trash meraviglioso”, e sono totalmente d’accordo con lei. A un certo punto, tra le righe, si alternano momenti più che reali  ad altri molto poetici e surreali. Si parla infatti anche di “reale meraviglioso caraibico”. E proprio come la traduttrice, anche io sono stata praticamente colpita in pieno dalle immagini che Rita Indiana, attraverso tutta una serie di metafore e similitudini, riesce a costruire.

Era così bella che per strada gli uomini le disegnavano fiori nell’aria con la bocca.

Con un cuore enorme ma di pietra, sul quale i nomi della gente cui si affezionava restavano incisi per sempre, ma tutti gli altri, me compresa, rimbalzavamo sul freddo granito con un rumorino di biglie rotte.

Lui sorrise e lì dentro c’era tanto spazio che mi venne voglia di traslocare nella sua bocca.

Un libro piccolo, ma che racconta tante storie, senza per forza finirle, senza per forza definirle, a tratti divertente a tratti triste, che racconta la famiglia, l’adolescenza, alcuni veri e propri drammi che, anche se sono lontanissimi geograficamente, potrebbero essere nella casa del nostro vicino, per esempio. Ma è soprattutto un libro sull’identità. Un libro sul chi siamo, cosa siamo e cosa diventeremo. Dal proprio nome, ai genitori, ai viaggi che faremo e con chi. Un libro sul “passaggio”.

Non fate come me, che travolta da impegni e distrazioni, l’ho letto troppo lentamente e credo di essermi persa un po’ di magia. Se decidete di leggere I gatti non hanno nome di Rita Indiana, bevetevelo tutto d’un fiato senza chiedervi perché, senza domandarvi niente. Farete un viaggio bellissimo nel momento di passaggio tra infanzia e l’oltre e ai Caraibi.

Come tradizione, per i libri di NNeditore copio il loro “per chi”.

Questo libro è per chi adora raccontare le storie cambiando di volta in volta il finale, per Zazie, che non ha mai preso il metrò, per chi vorrebbe avere i capelli profumati al gelsomino, e per chi ha capito che niente dura per sempre ma si ostina a chiudere gli occhi per veder apparire le stelle sotto le palpebre.

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3 commenti su “I gatti non hanno nome di Rita Indiana

  1. Una piccola curiosità… il titolo (e il gatto senza nome) sono un omaggio a “Colazione da Tiffany” oppure è un caso di “abbiamo avuto la stessa idea”? 🙂

  2. Sinceramente non lo so e non ci avevo neanche pensato. 🙂 Però Colazione da Tiffany non viene mai citato nel libro…

  3. Ah, be’, allora sarà una coincidenza! 🙂
    Probabilmente non sarebbe venuto in mente nemmeno a me, ma ieri ho visto il film e mi è scattata subito l’analogia! 🙂

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