Come si scrive e come si dice. Buttiamo via le s e teniamoci solo gli smartphone!

Oggi parliamo delle s.

Quelle dei plurali delle parole straniere, anche se io mi riferirò soprattutto all’inglese. Quelle s lì, sì, quelle che NON andrebbero messe quando i forestierismi (che vuol dire parole straniere ma è più bello) sono entrati nell’uso comune.

Infatti non ci sogniamo neanche di dire e di scrivere: films, bars, quizzes, busses, computers e così via.
Diciamo e scriviamo con molta sicurezza: i film, i bar, i quiz, i bus, i computer.

Ecco.

La Crusca, mia roccia e mio conforto, dice che per le parole entrate ormai nell’uso comune la s è rigorosamente vietata e vanno declinate secondo gli usi e i costumi della lingua italiana. Poi bisogna considerare di volta in volta i casi dei ‘nuovi’ forestierismi.
Hanno ragione quelli della Crusca, ma mi sento di dire che sono stati troppo vaghi e troppo buoni ad affidare la scelta allo scrivente medio e ‘moderno’.

C’è gente che scrive di nuove tecnologie, che mangia e beve con i social e le nuove tecnologie, che sguazza, nuota e ci dorme nelle nuove tecnologie…  che però poi scrive smartphones, tools, followers, fans e posts.

forestierismi

Ma perché?

Dobbiamo veramente discutere sul fatto che le parole di cui sopra e tante altre ancora siano o meno entrate nell’uso comune privato, professionale e pubblico? Davvero c’è qualcuno di voi che non le ha mai sentite e lette?
Anche se fosse, vi consiglio di fare una ricerca su Treccani o Garzanti, per esempio, per vedere che la maggior parte sono inserite regolarmente nel nostro vocabolario.
Quindi, qual è il meccanismo che fa decidere di aggiungere l’imbarazzante s alla fine di parole che ormai mangiamo anche a colazione? Perché continuiamo a dare questa patina di ‘straniero’ a parole che per molti sono anche strumenti di sostentamento economico?

Per lo stesso motivo per il quale si abusa della d eufonica, direi. Perché non oserei mai pensare che chi ha deciso di fare della scrittura un lavoro, o uno strumento di lavoro, non abbia mai fatto una ricerca in proposito, non si sia mai posto il dubbio, insomma, che sia lì a vagare nell’ignoranza.
Succede che presi dall’ansia da prestazione, mettendo da parte ogni razionalità e flessibilità, piazziamo le s ai forestierismi comuni perché fa colto, per darci un tono. E non facciamo leggere i nostri pezzi, post, articoli, come volete chiamarli, a nessuno prima di pubblicarli. O, come ho già detto altre volte, non li leggiamo ad alta voce per vedere se tutto suona bene.

Liberissimi, se ci piace così, ma allora il tono dobbiamo darcelo per bene. Se proprio, così facendo, non vogliamo accettare queste parole come ‘normali’, oltre alla s dobbiamo metterle anche in corsivo. Funziona così, questa è la regola. E ve lo dice anche Luisa Carrada, che è una guru della scrittura: “Quando invece le parole straniere sono di uso non comune possono essere scritte in corsivo. In ogni caso, mai tra virgolette”.

Ma la mia domanda resta: perché? Perché, come per la d eufonica, non accettare questo cambiamento ‘sano’ della lingua che cambia, si evolve e bla bla bla?

Ci sono cose che si possono cambiare e ci sono cose che invece non si possono fermare e il fenomeno dei forestierismi adattati all’italiano non si cambia, perché è così da sempre. La lingua si evolve e si arricchisce, con neologismi, ma anche con la contaminazione da altre lingue. Una cosa è l’abuso di forestierismi quando abbiamo delle alternative (weekend per finesettimana, afterhour per aperitivo, deadline per scadenza, ecc. ecc.), un’altra sono parole che vogliono dire ‘quella cosa lì’ e sono arrivate già bell’e pronte. È un fenomeno meraviglioso e naturale, perché combatterlo?
Fosse così facile anche per gli uomini…

Insomma, se proprio non vi fidate, in caso di dubbi, cercate su un qualsiasi dizionario valido online.

P.S. Non ho parlato delle parole straniere che entrano nella nostra lingua già al plurale e che restano così, con la s che non si tocca (per esempio jeans, avances, tapas), perché do per scontato che sia ovvio che quella s lì non si tocca. … È ovvio, vero?

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