Come si scrive. La d eufonica

Oggi non parlo di orrori ed errori. Oggi niente matita rosso fuoco, ma un rosso pallido, timido, che segnala una delle più grandi contraddizioni degli “scriventi“ moderni italiani.

La d eufonica.

Prima di tutto, che cos’è?
Treccani dice che “è un elemento fonico che si aggiunge a una singola vocale per evitare lo scontro con la vocale iniziale della parola seguente, e stabilire così una più gradevole alternanza (l’eufonia, cioè ‘buon suono’) di suoni qualitativamente differenti.”
In soldoni, è la d che si aggiunge alla preposizione “a” e alle congiunzioni “e” e “o”, quando le parole che le seguono iniziano per vocale.

Questa è la regola generale, che potrebbe giustificare l’uso e l’abuso delle d eufoniche. Perché, se da un lato è chiaro che non è sbagliato usarle, dall’altro lato, se si approfondisce un po’ la cosa, scopriremo anche che mentre nell’italiano antico, quello di stampo fiorentino e bla bla bla, le d eufoniche si usavano indiscriminatamente, in quello moderno lo “iato”, cioè lo scontro tra due vocali eterosillabiche, è ben sopportato,  quindi, se proprio vogliamo usare queste d eufoniche, sarebbe bene usarle solo quando le due vocali che si stanno per scontrare sono identiche. Lo dice anche la Crusca qui, chiarendo la faccenda.

Qualche esempio:

Chiedi ad Angela se ha letto quel libro.
Chiedilo anche a Elena.

Io ed Elena siamo andate a quell’evento.
Michele e Andrea non sono più venuti per un impegno imprevisto.

Non so chi ha chiamato: o Achille od Osvaldo.

Detto tra noi, io certe volte non le userei neanche con le vocali identiche, sicuro non con la “o”, come nell’ultimo esempio (ammettiamolo che è orribile e facciamocene una ragione) ma, ripeto, qui non si sta parlando di errori, ma solo di scelte. Scelte di buon senso, in linea con il vostro stile ‘ggggiovane’. Insomma, fate delle prove, leggete ad alta voce, che resta sempre lo strumento più utile per evitare errori, sentite come suona: il più delle volte vi accorgerete che la d eufonica non è necessaria, anzi, appesantisce; altre volte crea delle vere e proprie cacofonie (“ad adempiere”, “ed editori”, per esempio).

Ovviamente ci sono delle eccezioni: le locuzioni cristallizzate come “ad esempio” o “ad ogni morte di papa“ non si toccano e vogliono la loro bella d; io, per coerenza con la mia scelta di non usare le d eufoniche se non sono proprio necessarie, le evito direttamente.

d eufonica

Ora voi direte: ma se non è sbagliato mettere le d eufoniche, perché questo post? Se sta a noi scegliere, noi scegliamo di usarle sempre perché fa ‘intellettuale’, ‘alto’, ‘colto’, no? E chi più ne ha più ne metta.

No, rispondo io, fa scemo.
Specie nei contesti dove si usa un italiano colloquiale, giovane, moderno. Che sono poi praticamente tutti i contesti dove scriviamo comunemente noi uomini degli anni duemila: social, forum, chat, blog, mail, ecc. ecc.
Ho sempre detto in questi post sul #comesiscrive che l’italiano è una lingua viva, che si evolve, e che è al passo coi tempi, quindi, se si accettano cambiamenti dovuti a convinzioni errate di base, come il “qual’è” con l’apostrofo, o il “piuttosto che” usato male ecc. ecc., e li giustifichiamo dicendo che la lingua cambia, diventa più facile e non bisogna essere bacchettoni, perché ostinarsi a usare le d eufoniche tra vocali diverse? Perché questa contraddizione?
Non danno sempre musicalità, non aiutano sempre la causa e molte volte danno una patina di antico e di ‘burocratese’ che fa veramente cadere le braccia.

Capita nel bel mezzo di un post, anche interessante, scritto bene e scorrevole, sull’ultima novità in casa Facebook o sull’ennesimo epic fail del giorno, sull’ultimo scrittore famoso o semplicemente sulle ultime notizie di attualità, ecc. ecc., che spuntino d eufoniche che puzzano di naftalina, messe per darsi un tono, accanto a parole nuove come smartphone, app, chat, social media, follower, insights, ebook, storytelling, ecc. ecc. (parole discutibili, certo, perché non sono italiane, ma non è questa la sede per parlarne).  È sconfortante e mi sento trasportata immediatamente in un documento dell’INPS o in una denuncia scritta da un carabiniere.
Altre volte le trovo qua e là in qualche stato privato su Facebook, dove a scrivere della magnifica serata trascorsa, con tanto di modernissimi selfie e hashtag, è un mio coetaneo o qualcuno ancora più giovane, e che magari nella stessa frase ha scritto anche “fà” e “xkè”.

È che, davvero, la d eufonica se non usata bene fa finto e vecchio. So che a molti la parola vecchio fa paura, orrore e disperazione, quindi lasciatela andare. Non si offenderà se rimane a casa ogni tanto. Lei sarà contenta, perché ha finito il suo naturale viaggio e si riposerà.

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