Come si scrive. C’era una volta una È

È

C’era una volta una È.
Era bella, luminosa, protagonista dei migliori periodi, regina della lingua italiana, magnificenza del verbo essere.
Era per via dell’accento grave*. Quello la rendeva bella. Sì. Quel segnettino sopra la sua testa che dal basso parte a destra e poi va verso la sinistra.
Proprio un bel cappellino. Un accessorio al quale non poteva proprio rinunciare. All’ultima moda. Tutte le fashion blogger ne parlavano. Il must dell’anno.

Poi, in un giorno di vento forte (se dico di bora forte poi dite che sono monotematica…), l’accento grave, il suo cappellino preferito, è scappato via. Lei lo ha rincorso, lo ha seguito, ha combattuto con tastiere impertinenti, correttori non così automatici, dimenticanze troppe volte giustificate, ma niente da fare. Non è riuscita a riacchiapparlo.

E si è dovuta accontentare.
Sì è dovuta accontentare di un apostrofo**. Che è un segnettino che invece si mette in alto a destra, per avvisarci che da quella parola sono cadute una o più lettere.

La È accentata, vedendosi trasformare in una E’ apostrofata, si è depressa, deperita, sciupata. Ha perso la sua magnificenza, la sua luminosità, ha perso il suo senso di esistere. Sì, ha perso il suo significato.
Perché È con l’accento grave è la terza persona dell’indicativo presente del verbo essere. E significa qualcosa. Qualcosa di importantissimo: esistere.
Non sono una filosofia, ma sul concetto di “essere” si è parlato tanto. Ne parlava già Parmenide nel 500 a.C., e sicuramente qualcuno ci stava già pensando prima.

Quindi, la E’ apostrofata, oltre a essere bruttina, non significa niente. Non esiste. Perché le nostre dita terroriste le hanno tolto l’essenza. Quell’accento lì è fondamentale. E troppo spesso si ritrova a vagare senza significato, su social, su blog, su giornali, riviste. Nel digitale e nello stampato. Ovunque. In balia dei superficiali della scrittura, di quelli che “l’importante è che si capisca”.

È una storia molto triste. Vero?

Ma io sono ottimista di natura e soprattutto ho una soluzione.  La bella È accentata, con un po’ di impegno, può tornare ad avere il suo accento. Basta seguire le istruzioni che seguono.

Quando non funziona il correttore automatico, che è strano che non funzioni, ma boh…, solitamente, se stiamo usando un programma di scrittura tipo Word o OpenOffice, c’è sempre l’opzione “inserisci simbolo” o simili, e se proprio è troppo faticoso o non stiamo scrivendo con un programma di scrittura, ci sono le combinazioni di tastiera che vengono in nostro soccorso e possono ridonare l’identità alla nostra È.

Per Mac: tasto alt + tasto shift + e.
Per Windows: tasto alt + 0200.
Per Linux: tasto blocco maiuscole + è.

Per gli smartphone, posso garantirvi che con Android, se non avviene la correzione automatica trasformando in maiuscola la è minuscola e se la È non esce nelle opzioni selezionabili quando si digita E maiuscola, basta tenere premuto sulla lettera e usciranno tutte le alternative a disposizione. Per iPhone, basta tenere premuto sulla e e vengono fuori tutte le alternative (questo non ve lo posso garantire, ma orgogliosi possessori di iPhone mi dicono che è così).

Insomma, è facile.
Lottiamo per una È accentata.
È più bella, è ordinata e, soprattutto, ‘significa’ qualcosa.

 

*L’accento grave, in italiano, solitamente si usa per segnalare le vocali alla pronuncia aperta e distinguerle da quelle dalla pronuncia chiusa. Treccani ve lo spiega qui.
**Con più precisione, Treccani ve lo spiega qui.

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