Cara Trieste

cara trieste

Cara Trieste,

un anno fa ho preso il treno e son venuta da te. E forse solo tu, Stefano e Dorothy conoscete la verità di quel giorno lì.
Sai, alle persone io racconto solo le cose belle e/o divertenti che mi succedono e mi tengo per me quelle brutte, ché di patetismi gratuiti ne avanziamo già abbastanza.
Però, ora, dopo un anno, è arrivato il momento di raccontare il 22 giugno 2015, quando mi sono ritrovata sola, in una casa vuota a Milano e ho preso quel treno che tu sai.

Trieste, io sono sempre stata molto contenta di venire da te, perché mi hai chiamata e bla bla bla (tutte storie che puoi leggere negli altri post che ho scritto su di te), ma quel giorno lì, ero triste, tristissima, angosciata, spaventata, confusa e chi più ne ha più ne metta. Non ero sicura di niente. Stavo facendo la scelta giusta? Lo stavo facendo solo per amore? Che cosa avrei fatto io a Trieste? Se non ero riuscita a trovare un’identità lavorativa nella vivissima Milano, come avrei fatto a farlo nella piccola Trieste?
Stavo rinunciando a una parte di me?

Quando quelli della ditta traslochi sono andati via con tutte le mie cose, mi sono messa in un angolino della mia casa rosa di via Messina a Milano e ho pianto per tipo un quarto d’ora. Quello è stato il momento in cui mi sono resa conto che stavo davvero per saltare, che non mi sarei tirata indietro e che stavo per cambiare la via vecchia per la nuova. I dubbi, quando fai una cosa del genere, ti fanno venire il mal di pancia. Nella maggior parte dei casi io sono una ottimista ed entusiasta ma… e se non avessi trovato dei nuovi amici? E se non mi fossi integrata? E Stefano? Sarebbe andato sempre tutto bene? Ci saremmo “adattati” come coppia a questo ennesimo cambiamento? E se no? E il lavoro? Quella l’incognita che più mi spaventava, perché di calci in faccia ne avevo presi già troppi.
Quindi, dato che mi riesce bene, ho pianto. Anche abbastanza rumorosamente.

Poi ho chiamato mia mamma e le ho detto che andava tutto bene, che i traslocatori avevano fatto il loro lavoro, che ora pulivo un po’ e poi andavo a portare le chiavi all’agenzia e a farmi una passeggiata in attesa del treno.

Quando ho fatto tutte queste cose, sono scesa giù, ho salutato la portinaia e, nel tragitto da via Messina a via Govone, ho pianto ancora. Ho incontrato l’agente immobiliare, le ho dato le chiavi, ho salutato anche lei, e sono uscita in strada. E ho pianto ancora. Perché ci sono quelle volte che te lo senti proprio un cinghiale seduto sul cuore.

Non volevo stare sola e avevo ancora qualche ora prima del treno. Che si fa quando non si vuole stare soli? Si va dalle persone alle quali si vuole bene. Quindi sono andata da Annarita e Leonardo. Ho spettegolato con Annarita, ho giocato con Leonardo. Mi sono distratta un po’.
Quando si è fatta l’ora ho preso il mio borsone, ho abbracciato stretti tutti e due, Annarita ha cercato di non piangere anche lei (l’avevamo già fatto la sera prima insieme) e sono andata alla stazione. Piangendo. Di nuovo.

Alla stazione son salita sul regionale lento che chiamano frecciabianca per Trieste e mi sono fatta quelle quattro ore e mezzo di treno lunghe, puzzolenti, tediose, tristi che mi portavano da te.
Quando sono arrivata, alle nove e mezza di sera, circa, mi è parso di arrivare alla fine del mondo. Perché, ora lo so, quando si arriva da te, si capisce subito che l’Italia sta finendo e si è finiti in un mondo un po’ parallelo.

Stefano è venuto a prendermi ed era, anche lui, stanco, un po’ snervato, un po’ triste. Perché a lui il nuovo lavoro, con tutte le frenesie e le tremila cose da fare, gli era praticamente caduto in testa.
Ci siamo fermati alla pizzeria sotto casa, ci siamo presi due pizze e siamo saliti in casa.

Che era sporca, perché abbiamo chiamato una persona per pulirla, ma se tanto non ci sei anche tu, nella maggior parte dei casi, il lavoro viene fatto male; non c’era acqua calda, perché la caldaia era in blocco e, inconsapevoli, avremmo dovuto aspettare altre due settimane perché la sistemassero; non c’erano le nostre cose, perché sarebbero arrivare il giorno dopo.
C’era solo Dorothy ancora traumatizzata dal viaggio in auto di 4 ore del giorno prima che annusava tutto e miagolava in continuazione.
C’erano tanti panni sporchi, perché Stefano, durante la sua prima settimana da solo, non ha avuto né la forza né il tempo di lavarli.

C’era un posto estraneo. Che mi faceva molta molta paura.
Eri tu, Trieste, anche se fingevo di stare bene. Anche se continuavo a rassicurare tutti.

Quindi, mi son seduta a tavola, ho aperto la pizza, ho guardato Stefano e… ho pianto. Questo era un pianto liberatorio, però, quello finale, quello che “mo basta e vedi che devi fare”. Qui è quando ho preso quel cinghiale seduto sul cuore, l’ho guardato in faccia e gli ho detto: “Senti, amico, ormai sono qui, vatti a fare un bagno a Barcola e vedi di non tornare!”.

Di cinghiale, me ne bastava solo uno, non sul cuore a soffocarmi, ma nel cuore, ed era seduto di fronte a me, e che mi ha abbracciata per tutto il tempo, e mi sussurrava: “Al massimo ce ne torniamo a Milano… o ce ne andiamo a New Orleans! Che tanto noi siamo pazzi!”.

È che, oltre al mio cinghiale compagno di squadra, a Trieste c’è il mare, e il mare ti cambia la vita. Il mare lo guardi e ti senti meglio. A prescindere. È una banalità, ma è veramente così. Io quella sera ho guardato un po’ il mare e ho ritrovato l’entusiasmo. Perché dove c’è da scoprire cose nuove, c’è sempre del buono.

E tu poi lo sai che ho fatto, Trieste, in quest’anno. Ho imparato. Ho imparato a conoscere te, la Sissy col piercing, ho imparato a conoscere i tuoi abitanti. E molto probabilmente, perché ormai matura e consapevole di tante cose, ho fatto più cose in un anno qui che in tanti anni prima.

Coincidenza? Fortuna? Bravura?
Non lo so, so solo che tu, Trieste, hai preso la mia paura e l’hai buttata a mare.
E ancora troppo presto per parlare di come finirà, e di paure, uh, quante ne ho ancora, ma grazie, Trieste. Perché ora mi sembra di aver ritrovato di nuovo quella via che avevo perso anni fa.

Grazie, Trieste, Perché sei bella, e hai il mare (cit.); perché sei piccola e grande allo stesso tempo, perché ti sei fidata di me e mi hai accolta senza troppa puzza sotto il naso, perché vivi un po’ in una bolla che, anche se non è sempre confortevole, un po’ in bilico tra passato e futuro, ti rende speciale. Perché i “taliani” non ti conoscono e quando ti scoprono gli si illuminano gli occhi ed è veramente meraviglioso essere “ambasciatrice” della tua bellezza. Perché hai fatto uscire me dalla mia di bolla e, anche se certe idee non cambiano, ho scoperto che il mondo fuori da lì non è per forza brutto e minaccioso, anzi.
Perché ti fai voler bene anche se il sabato pomeriggio molti negozi chiudono e pure la sera troppo presto e pure in pausa pranzo. Anche se i tuoi abitanti prima di accettare un invito a cena, a casa, ti fanno venire il latte alle ginocchia.
Sei simpatica, Trieste, con questa tua lingua così strana e i gabbiani come colonna sonora. Sei saporita, come tutti i tuoi piatti tipici da acquolina in bocca.
Sei di compagnia, con tutti questi bar e i personaggi dalla parlantina facile.
Sei fatta di sorrisi luminosi per le vie del centro, dove incontri sempre qualcuno che conosci. E di abbracci in piazza Unità, col mare che fa da scenografo.
E sei anche fatta di brave persone, tante.

Sei una città che accoglie, Trieste, resta così. Sempre.

Grazie per questo anno così importante.

trieste

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5 commenti su “Cara Trieste

  1. Grazie a te cara ex milanese ora triestina di adozione. Scalda il cuore leggere che siamo riusciti a capirti ed a farci capire, perché è vero che siamo chiusi e restii a “dar confidenza” ma se fai una piccola breccia poi ti apriamo il nostro cuore ed è tuo per sempre. Ciao mula!

  2. Io sinceramente non ho mai visto tutta questa “chiusura” di cui vi accusano. Certo, avete le vostre particolarità, ma chi non le ha? Ma sarà anche il mio carattere ormai temprato dai cambiamenti… Grazie per essere passata di qua.

  3. Una lettera Del genere per un Triestino al’estero fa molto bene,ha scritto cose vere,siamo un po burberi.forse perche non siamo latini,ma in finale abiamo un grande cuore.grazie Laura ai saputo riconoscere il nostro cuore e la nostra semplicita

  4. Grazie par avermi fatto piangere.
    È un periodo difficile per me, segnato da malattie che inseguono la mia famiglia da anni e da stanchezze che non se ne vogliono quasi più andare…
    Gli unici momenti di fiducia sono quando vedo il cielo azzurro che si tocca col mare, magari col vento che accarezza i capelli con “scontrosa grazia”, che mi ridona il grande senso di libertà del “ce la posso fare ora e ce la potrò fare domani e anche dopodomani”; di quando mi permetto il lusso di provare a mettere da parte i miei pensieri e godermi 4 ciacole con le amiche storiche, che solo apparentemente sono impregnate, da vere triestine nel “viva là e po’ bon, perché quel “là” è “l’A”, che ci rende rigorosi, sì, ma profondamente ancorati a quello spirito di accoglienza che ha contraddistinto questa città per più di 500 anni….
    E proprio per questo… ma quanti siamo ad essere veramente triestini in questo miscuglio di storia? Io -e le mie care amiche storiche- no di certo…
    Quindi di nuovo grazie per le lacrime, perché in fondo hai detto che ci vuoi bene, ed è una frase che commuove sempre.

  5. Voglio veramente molto bene a Trieste e ai triestini. Me li porterò nel cuore anche se quest’avventura dovesse finire. E sono contenta di averti dato qualche attimo di ‘positivo’.

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