Benedizione di Kent Haruf

Benedizione

Dad Lewis sta morendo, gli restano pochi mesi. La moglie Mary e sua figlia Lorraine lo assistono fino alla fine. Intorno a loro e all’addio alla vita di Dad, si sviluppano le storie di altri abitanti di Holt, piccola cittadina nel Colorado. Willa e Alene, mamma e figlia, vivono la loro vecchiaia di donne sole. Il reverendo Lyle da poco arrivato in città, predica il “porgi l’altra guancia”, che altro non fa che lasciarlo solo. La stessa Lorraine, figlia di Dad, assiste alla morte del padre, mentre non sono chiare altre cose della sua vita. E poi c’è la piccola Alice, orfana che vive con la nonna e che diventa depositaria dell’affetto delle donne del libro.

Il traduttore di Benedizione, Fabio Cremonesi, in una nota alla fine del libro parla dello stile di Haruf dicendo che è caratterizzato da sobrietà ed esattezza. E accidenti se ha ragione.
Pensando a un libro che parla di un uomo che sta morendo, ci aspettiamo incontri commoventi, parole strappalacrime, perdoni, figliuol prodighi e retorica, tanta retorica. E invece Haruf, con dialoghi che spezzano il fiato da tanto sono asciutti, diretti e veri, dettagli che descrivono la decadenza e flashback che spiegano ma che non perdonano, ci racconta una storia che è vera e bellissima. È, appunto, sobrio, nel suo stile e drammaticamente esatto nel raccontare le vicende di questi personaggi.

Leggiamo del perdono, la benedizione, appunto, che non viene concesso totalmente a Dad. Le sue ‘vittime’ almeno, nella sua mente sfinita, non sembrano concederglielo. Non leggiamo il solito discorso “era tanto un brav’uomo”, ma si dice di lui: “era retto come le lancette di un orologio”. Dad è stato un brav’uomo, sì, ma molte volte non ha calcolato le conseguenze delle sue scelte. Non è stato un santo e nessuno ce lo vuole far credere. È stato un uomo normale che ha vissuto la sua vita normale, amando, odiando e sbagliando. E i suoi ultimi giorni, tra i fantasmi del passato e la crudezza di un corpo che muore, ce lo raccontano benissimo.

E non è solo Dad a fare i conti con rimpianti, passato e dolore; anche il revendo Lyle si scontra con i suoi segreti e la sua religione che va bene se consola, ma è un’arma a doppio taglio se dice la verità. Che poi, è veramente la verità? E Willa e Alene, nell’estate calda del Colorado, affrontano i loro rimpianti, se ci sono stati.

Ammetto che ho cominciato a percepire la forza di Benedizione ben oltre la metà. Mi sono subito resa conto che si trattava di un libro bellissimo, ma lì per lì ho avuto paura di essere troppo condizionata da altre recensioni e da quanto di buono ne era stato già detto e quindi ci sono andata coi piedi di piombo. Un po’ scettica; e mi sono sentita anche un po’ inadeguata. Poi, quando ho avuto il tempo di sedermi e finirlo in un’unica sessione, ho capito: non è un libro facile, no, ma è un libro che dà, che lascia qualcosa.
Benedizione racconta le vite così normali, così piene di difetti, con amori grandi ma anche amori discutibili, con scelte un po’ bigotte, ma che però poi vanno contestualizzate. Racconta di una società che accoglie, ma che comunque giudica. Racconta di incomprensioni che non verranno mai chiarite e di vite che hanno perso qualche giro. E lo fa con uno stile diretto, senza fronzoli. Un po’ malinconico, ma che non intristisce. Kent Haruf va dritto al punto e ci porta tutti con lui. Che vogliamo tornare a Holt e continuare a leggere di queste vite, in questo modo, senza troppi ricami, senza troppe scene da film hollywoodiano, senza finali sconvolgenti, senza abbracci di riappacificazione. Come sono, molte volte, le nostre vite vere. Ci torneremo a Holt, con gli altri due libri della Trilogia della Pianura.

Un libro che non è bello solo perché lo dicono tutti e che è per l’amico che ama i romanzi americani, per quello che ha qualcosa di non risolto con qualcun altro. Un libro, come dice la quarta,

per chi desidera un cappello da cowboy anche se forse non lo indosserà mai, per chi nutre una sorta di fiducia razionale nel genere umano e crede che le verità gridate siano sempre meno vere di quelle suggerite con pudore.

Quelli di NN editore sono troppo bravi con i loro “per chi” alla fine dei loro libri; andrò a scuola da loro per imparare a farli meglio anche io.

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