Anche noi l’America di Cristina Henríquez

Anche noi l'America

Ve lo dico subito, affinché non si creino fraintendimenti: Anche noi l’America di Cristina Henríquez, edito da NN Editore e tradotto da Roberto Serrai, è bellissimo.
Ma no bellissimo e basta. È proprio un libro che ti fa piangere da quanto è bello. Una bellezza semplice, ma così d’impatto che dopo averlo letto devi essere solo un cuore di pietra per non emozionarti.

Alma e Arturo Rivera, messicani di Pátzcuaro, arrivano in ‘America’, nel Delaware, con regolari visti, con quel poco che hanno, perché Maribel, la loro bellissima figlia adolescente, possa così frequentare una scuola per ragazzi speciali come lei, che ha avuto un incidente che le ha compromesso seriamente l’attività cerebrale. Arturo, che era un piccolo imprenditore in Messico, qui si ritrova a raccogliere funghi, al buio. Alma, che si sente colpevole dell’incidente, è lì che veglia su Maribel, con la speranza che torni come prima.
Dove abitano, nel Delaware incontrano i Toro, una famiglia panamense, composta da Rafael, integerrimo padre di famiglia con saldi principi, una durezza buona e l’orgoglio di chi è riuscito a salvarsi; da Celia, sua moglie, ruolo che le sta un po’ stretto; e da Mayor, un adolescente che sta scoprendo il mondo.
Ci sono in questo libro tutta un’altra serie di personaggi che con le loro storie, belle o brutte, ci portano dritti nel mondo degli immigrati d’America.
Quelli che sono invisibili se bisogna accorgersi dei loro bisogni, ma invadenti perché c’è sempre qualcuno che pensa, molti a quanto pare, che arrivano belli e sereni a rubarci qualcosa.

Sono gli “immigrati”, e sono, malgrado a volte questo si dimentichi, persone come noi. Persone che da un lato vivono la vita ‘normale’ costellata da cose normali, quali i primi amori, le liti in casa tra marito e moglie, la perdita del lavoro, i drammi, le tragedie che possono capitare veramente a tutti, tua figlia che cade da una scala e all’improvviso non è più la stessa, per esempio. Da un altro, invece, non sono persone normali, o almeno non come la maggior parte delle persone che nasce, vive e muore, nel proprio angolo di mondo, ma sono quelli che hanno preso e sono andati via da casa loro, che può essere un posto di guerra, un posto povero, un posto dove si muore, un posto dove non sono garantiti i più basilari diritti umani, per cercare un’altra casa. Per i più svariati motivi, mai piacevoli.

La Henríquez però non è che arriva e ci racconta queste cose per farci provare compassione, no, questa scrittrice racconta le loro storie e ci fa provare empatia. E noi quindi siamo lì che vorremmo che Alma si perdoni, che Arturo trovi lavoro, che Maribel, la fortissima Maribel, abbia la vita serena di un’adolescente normale. E anche il dolcissimo Mayor, che cresca ‘bravo ragazzo’, come lo è nel libro. Ci fa vedere che queste persone lavorano sodo, che tentano di fare tutto legalmente, per loro e per il paese che li ha ospitati, perché dopo un po’ lo amano, forse più di chi ci è nato. Per la marea di possibilità che offre; già, anche solo per la ‘possibilità’…

Anche noi l’America è un libro di speranze e, appunto, di possibilità.
È un libro che non racconta il sogno americano, perché quello non è mai perfetto. È un libro che racconta che, nonostante tutto il brutto, il dolore, nonostante l’intolleranza e pure quella dose mai quantificabile di sfiga, la vita riserva sempre delle possibilità. Nel bene, o nel male, non si può stare fermi, ma bisogna cercare l’opportunità di poter vivere una vita degna di essere vissuta. Di vivere in un luogo migliore, di essere migliori, di trovare un posto da chiamare casa. Ovunque esso sia.
E soprattutto, bisogna anche dare una possibilità alle cose che ti capitano, ai luoghi in cui ti trovi.

Tutti i posti sono belli se gli dai una possibilità,

dice Arturo a un certo punto. E sì, è così.
Non oserei mai paragonare la mia storia di bianca, europea e comunque privilegiata a quella di queste persone che ogni giorno lasciano il loro paese alla ricerca di una vita migliore, ma questo è esattamente quello che mi dico e mi son detta durante tutti i miei trasferimenti da un posto all’altro d’Italia.
Sono contenta ogni volta di mollare affetti, abitudini, il calore di un posto mio? No, mai. Ma, per quali siano i motivi, certe volte prendi e vai. E dai delle possibilità.
Rendi tutti i posti belli, perché vuoi che sia così. Deve essere così.

Certe volte bisognerebbe solo provare a mettersi nei panni di queste persone, anche se sono vestiti dozzinali, usurati. Bisognerebbe pensare un po’ come loro, anche se la loro pelle è scura e non parlano la nostra lingua. Scopriremmo che il loro cuore è come il nostro, con gli stessi desideri, le stesse paure, gli stessi diritti. E come noi, la sera, dopo aver lavorato duramente tutto il giorno, vogliono aprire una porta, sentire il profumo di una bella cenetta, guardare le persone che amano e dirsi “sì, sono a casa, finalmente”.

A volte mi chiedo come possa essere così difficile non capire questo.

Anche in questo caso, come sempre con NN Editore, i “per chi” dell’editore non hanno proprio bisogno di aggiunte:

Questo libro è per chi è andato via di casa troppo presto o troppo tardi, per chi adora rimanere seduto per ore con i piedi nella sabbia, per chi vorrebbe in regalo da Juno una montagna di tic tac all’arancia, per chi appunta i sogni sul quaderno e per chi è partito alla ricerca di quella parte di sé che si trova sempre altrove.

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