Ci rivediamo lassù – Pierre Lemaitre

In Ci rivediamo lassù di Pierre Lemaitre nessuno vince. Più o meno.
Ve lo dico subito così già siete preparati.
Perché vi dirò che questo è un libro meraviglioso, che dovrete assolutamente leggere; Pierre Lemaitre scrive benissimo e la storia… beh, la storia è di quelle che te la sogni la notte. “Un pugno in faccia” ha detto L’Express, e lo dico pure io: un pugno in faccia.

Albert ed Édouard sono sopravvissuti alla Grande Guerra. Sopravvissuti… più o meno.
Sono due emarginati, poveri, un po’ psicopatici e sociopatici che si ritrovano a vivere un terribile destino comune. Albert è un tranquillo, un po’ inetto, monotono, ragazzo che prima faceva l’impiegato in banca e che si ritrova ad aver salva la vita grazie a Édouard, il bellissimo, eccentrico Édouard, che decide di morire da non morto e che con le sue indiscutibili doti artistiche prende le redini della vita di Albert.
Insieme organizzano una truffa ai danni del loro paese. Una truffa meravigliosa (sì, anche questa), dove il sacro viene profanato e nessuno, proprio nessuno, sarà in grado di fermarli.
Perché a un certo punto sembra non esserci più niente di sacro in questo libro.

Albert vive schiacciato sotto terra e praticamente continua a strisciare per tutta la sua storia. Vive questo legame di amore e odio con Édouard che lo porta a fare cose che da un certo punto di vista sono grandiose, ma è come se non respirasse mai. Quello che sembra essere il suo lieto fine, di lieto non ha proprio niente.
Édouard è un viziato, che ha idee geniali, un artista supremo, ma egoista, perché è stato educato così, perché non è stato mai veramente amato e perché, fino alla fine, tutto quello che fa, lo fa per lui.
Sì, si affeziona ad Albert (e anche a Louise in un certo senso) perché ha bisogno di lui, perché, quando gli è successo quello che gli è successo (non ve lo posso dire, che sennò vi levo tutto il piacere di scoprirlo da soli), capisce che la sua vita è cambiata completamente e, semplicemente, non ha il coraggio di affrontarla. Si appoggia totalmente ad Albert. Che vive ‘grandiosamente male’ al posto suo. Sì, forse lui sarà l’unico felice alla fine della storia.

Intorno a loro, l’altra fauna di Ci rivediamo lassù: Pradelle, uno dei personaggi più cattivi nei quale mi sia mai imbattuta, vestito bene e bellissimo; Madeleine, rassegnata e disillusa; Périocourt, il padre che, semplicemente, raccoglie quello che ha seminato, anche se la punizione che gli viene afflitta sarà veramente troppo grande; Merlin, il vero eroe di questo libro, quello che non ci fa completamente disperare; Louise, il futuro. E poi tutta la varia umanità presente in questo libro: un’orda di inettitudine ed egoismi.

Ci rivediamo lassù

Non è solo la storia di questi personaggi a essere la protagonista del libro, non sono solo i loro tormenti interiori, le loro intimità. La “Storia” c’è tutta: la Grande Guerra e i suoi morti che sono lì a disposizione dell’avidità, del rancore e del capriccio dei vivi. Già sentita e risentita sì, ma, insomma, ci colpisce perché è sempre maledettamente vera.
La guerra non finisce mai, non nel momento dell’armistizio, perché poi c’è da fare i conti con se stessi, con quello che si è visto, con i ritmi che devono riprendere normali, con le verità che vengono fuori e con tutti i morti. In tutti i modi. E ci si ritrova ad arrancare, a dissacrare e, quando tutto sembra andare per il verso giusto, a piangere a dirotto, da soli.

“Sapeva che ci si riprende da tutto, ma da quando aveva vinto la guerra, aveva l’impressione di perderla ogni giorno un po’ di più.”

Sembra che vi abbia raccontato solo cose brutte, tristi. Sì, in questo libro si parla di guerra, non succedono cose particolarmente felici e certe volte è angosciante, ma, come vi ho detto all’inizio, Ci rivediamo lassù è un libro meraviglioso, scritto benissimo e che, nonostante quello di cui parla, non annoia, non è mai pesante, anzi, se non lo leggete mentre state completamente cambiando vita come ho fatto io, vi risulterà anche molto scorrevole, nonostante la mole. Non è da prendere sottogamba, non ci lascia troppe speranze, quelle normali sì quel “ci si riprende da tutto“, “si va avanti“, ma ci racconta una storia che non va dimenticata. Per quelli che vogliono ‘storie’ non per forza d’amore, non per forza felici, ma che siano vere.

Lezione 1 e 2 sulla bora – io, Trieste e la bora

Lezione 1 sulla bora:

se vivi a Trieste e, oltre alla maniglia, alla finestra c’è un altro gancio per tenerla chiusa, è perché va usato.
E, soprattutto, anche se usi il gancio, non (NON!) lasciare cose a portata di finestra. In particolar modo non lasciare lì il detersivo per il bagno.
Sennò, dopo aver realizzato che cosa era quel rumoraccio (seguito da un familiare ‘porca… ‘ dell’uomo di casa, che, parino, era in bagno preciso in quel momento), ti ritrovi all’una di notte a ‘deschiumare’ il pavimento.

Lezione 1,5 sulla bora:

vivere forniti di tappi per le orecchie.
Il vento, ragazzi, è rumoroso. E fa pure un poco paura.
Peggio dei gabbiani.

bora trieste

Lezione 2 sulla bora:

hai presente quegli shorts inguinali che ti piacciono tanto e dei quali, da quando hai scoperto che non sei tanto male e ‘che gambe!’, non riesci più a fare a meno?
E i sandali che praticamente sei scalza, ma sono taaaanto carini? Con quell’aria un po’ schiava romana un po’ hippy, ’nsomma, quella roba lì…

E hai presente quando dici ‘non mi porto una maglietta che tanto la blusa che ho è a 3/4 e ho la pashmina’?
Che cavolo, è il 31 luglio, fa caldo!

Bene, se aTrieste c’è la bora, lascia shorts e sandali a casa, prendi quella felpina, insieme a un paio di jeans e delle scarpe chiuse.

Perché anche se quando non c’è vento è una bella sera d’estate al mare, quando c’è (ieri sera tutta sera), diventi un ghiacciolino sbatacchiato.
Le mie ginocchia non me lo perdoneranno mai. Sono ancora rosse.
Ed è meglio non parlare degli alluci.

E menomale che non mi sono messa quel vestitino lì, corto, che mi piace assai…

Lezione 2,5 sulla bora:

inutile dire che il concetto di capelli ‘sciolti e fluenti’ assume tutto un altro significato.

Quest’inverno sarà molto molto interessante.

Mi servono gli asciugamani!

Le persone normali quando hanno bisogno di asciugamani cosa fanno?
Vanno all’Ikea, quelle più chic da Zara home o da Bassetti o da Gabel o Caleffi, o dal cinese, ecc. ecc.

Io faccio un’altra cosa.

Chiamo mia mamma dicendole: “Mamma, mi servono degli asciugamani nuovi! Però non esagerare, ti prego.”.
Mia mamma, non va all’Ikea o da Zara home o da Bassetti o da Caleffi o dal cinese, ecc. ecc.
Mia mamma chiama mia sorella.

Mia sorella, a quel punto, fiera, orgogliosa e combattente, non va all’Ikea o da Zara home o da Bassetti o da Caleffi o dal cinese, ecc. ecc., ma si rimbocca le maniche, si lega i capelli, si mette una fascia antisudore, fa stretching, esercizi di respirazione vari, prende le chiavi e comincia la discesa verso le segrete di casa Del Prete.

Apre la porta secolare di una stanza con armadi altrettanto secolari, tossisce, lacrima e sospira, a causa di polvere e vecchi merletti e tira fuori il materiale a lungo conservato e, ebbene sì, venerato.

Dopo un’accurata selezione, scartando camicie da notte monacali, con fiocchi, pizzi e aperture per allattare, lenzuola di lino “vero!”, gialle che più gialle non si può, tovaglie ricamate dalle suore cieche della Romania (mi pare che ve l’avevo già raccontata ’sta storia delle suore cieche…), asciugamani di tela per i culetti delicati dei neonati, mamma e sorella arrivano a un compromesso. Io ovviamente non faccio parte dell’equazione.

Dopo un’ulteriore battaglia per trovare la giusta scatola, il giusto corriere, il giusto nastro adesivo, il giorno perfetto con la luna giusta, venere in plutone e cinque minuti di tempo, mi manda il pacco.

Che è appena arrivato a Trieste.
Portato su da un corriere che mi ha fulminata con lo sguardo quando, vedendolo affannato per le scale, gli ho chiesto ingenuamente: “ma è così pesante?”.

Ho preso un coltellino e l’ho aperto.
E io mi ritrovo con:
3 teli male degli anni Ottanta. Tra cui uno della Ferrari che più rosso non si può.
Una serie infinita di asciugamani di tutte le specie con merlettini e puttini.
Una tovaglia e degli asciugamani di Natale. …
2 tovaglie rotonde (che secondo me appena mia mamma ha sentito che avevo il tavolo rotondo si è emozionata! Una rarità!) con numerosi e utilissimi tovaglioli.
Altre tovaglie, credo.
Degli asciugamani con i fiori, decenti, molto anni Ottanta pure loro. Peccato per il lilla.
E, dulcis in fundo, un vestito senza maniche di spugna, con fascia di spugna per i capelli annessa … non so bene a cosa serva, ma credo che userò la fantasia.

spugna

Mia mamma è un mito, solo solo per la passione che ha messo negli anni per raccogliere tutte queste cose. Va rispettata, anche queste cose sono demodé, lilla e con i merletti, perché lei, 30/20 anni fa non poteva saperlo che sarebbe arrivata l’Ikea. E non poteva immaginare di avere una figlia femmina che odia il lilla e i merletti.
Mia sorella è ancora più mito, perché ha mediato bene tra me e lei e ha lavorato per me.
E io sono contenta, e intenerita da tutte queste cose, che mi faranno pensare sempre a mia mamma, quotidianamente.
Non bisogna mai sottovalutare le segrete di casa. E poi, a caval donato…

L’Ikea se ne farà una ragione.

asciugamani

Cosa mi mancherà di Milano

Cosa mi mancherà di Milano.

L’Esselunga. Sì, potete ridere, ma sono sicura che chi abita a Milano mi capirà.

Il ristorante cinese di via Giordano Bruno. Dove vanno a mangiare i cinesi. Dove devi aspettare sempre e solo 10 minuti (soggettivi, estremamente soggettivi) e dove fanno i ravioli di carne al vapore più buoni del mondo. Me li sognerò la notte.

Piazza Gae Aulenti. Un luogo per me magico, bellissimo, che credo sia diventato il simbolo di una nuova Milano. Non so se sarà meglio della vecchia, ma intanto quella resta una delle piazze più belle che io abbia mai visto. In quel contesto, ovviamente.

Dire “a Milano ci manca solo il mare” quando d’estate la sera passeggi sul naviglio grande, dopo l’aperitivo, e c’è tanta gente che ride e si diverte. Le donne sono mezze nude e le zanzare fanno festa.

Camminare tra palazzi bruttissimi, grigissimi, tristissimi, svoltare l’angolo e trovarsi davanti a chiese che lasciano senza fiato e scorci da quadro.

Il casino del centro il sabato pomeriggio che alla fine smetti di andarci perché non se ne può più.

Uscire con un’amica per cena e non ritornare nello stesso posto neanche una volta. Ce ne sono troppi da provare!

La signora della porta accanto, che non mi ha mai rivolto la parola, ma che ha detto alla portinaia che cucino bene.

I piccioni di piazza Duomo. Nonostante loro.

Quelli che non hanno capito che alla fermata del tram in via Broletto/Cordusio ci sono sempre, sempre!, i controllori e che continuano a farsi beccare senza biglietto.

E sempre a proposito di mezzi pubblici, quelli che si lamentano perché non funzionano, ma non hanno veramente idea di che cosa vuol dire “i mezzi pubblici non funzionano”. Che lo chiedessero a quelli che stanno da 10 anni ad aspettare che passi il T31 Orta/Napoli… ho sentito che una ha fatto 3 figli, nel frattempo. Lì, alla fermata.

Quelli che Milano è brutta, è sporca, è triste, ma… non si sputa nel piatto in cui si mangia, eh?

I milanesi veri. Che non è vero che sono freddi, antipatici e cattivi. Sono milanesi. Sopraffatti dal continuo cambiamento di scenari, di accenti e di colori. Se li conosci e rispetti la loro città, impari anche ad amarli.

La nebbia. Che, davvero, fatevene una ragione, non c’è. 10 giorni al massimo in 7 anni. Che nebbia è? Almeno in città; non voglio scatenare una rivoluzione dalla provincia…

Brera. Che quartiere meraviglioso.

Via Paolo Sarpi, che grida in faccia ai razzisti: guardate cosa sono stata capace di fare! Tiè!

La metro lilla, anche se non può mancare qualcosa che non hai mai veramente avuto (sto citando sicuramente qualcuno, ma non mi ricordo chi, forse i baci perugina). Nonostante il lilla.

Le trattorie milanesi. Sì, sono napoletana, la mozzarella di bufala sarà sempre la mia migliore amica e gli spaghetti con le vongole del sabato e il ragù della domenica restano sempre il mio ideale di pranzo perfetto, ma, ragazzi, come si mangia bene in quei posti! Il mio polmone destro per una cotoletta comediocomanda.

La 58 barrata.

La Madonnina. Che è veramente bella, così luccicante.

Anche la torre Velasca aka il martello di Thor. È  brutta, ma ci si abitua anche alle cose brutte.

Parco Sempione e quel pezzettino di cancello che ho scavalcato una notte coi tacchi e un vestito corto e stretto.

Il tipo col gallo sulla spalla che girella per le parti di Cenisio.

Il Cimitero Monumentale, anche se ho paura dei fantasmi e mi inquieta tantissimo.

Il fatto che tutto il mondo è paese. È solo la fama che fa sembrare che ci siano delle differenze.

Il “piuttosto che” al posto di “o” che a Milano, e in Lombardia in generale, va un sacco.

I meravigliosi balconi fioriti di chi vive in città, ma che proprio non lo vuole accettare.

Il lavoro dei sogni “a Milano”, che non ho mai avuto.

Gli amici. A lasciare loro mi si spezza il cuore.

E poi altre mille cose che ora mi sfuggono, ma delle quali riconosco l’immensità. Magari farò un’integrazione.

Grazie, Milano, grazie. Perché sei la città dove ho imparato a fare le cose veramente da sola. Perché dai tanto e chissà se se ne accorgono. Perché mi hai fatto conoscere “Le” persone, quelle che tanto lo sai che non ti libererai mai più di loro.
Perché sei bella, anche se non hai il mare.
E soprattutto perché sei stata il trampolino di quello che, e ne devo essere per forza convinta, sarà un futuro splendido.

Ciao, Milano! Vado a vivere a Trieste.

Milano

Quando siete felici fateci caso – Kurt Vonnegut

Parlare di Quando siete felici fateci caso di Vonnegut sarebbe facilissimo. Dice talmente tante cose belle e utili che verrebbe veramente facile farne una celebrazione.
Di questo libro è importante dire solo una cosa: leggetelo.

È un libricino piccolino di 100 pagine e poco più. Sono i commencement speech tenuti da Vonnegut in alcune università americane. I commencement speech sono quei discorsi che personaggi di spicco tengono ai laureandi alla fine dell’anno accademico (famosissimo anche in Italia è quello che ha tenuto Steve Jobs a Stanford: siate affamati, siate folli, bla bla bla…).

Questi discorsi di Vonnegut sono un piccolo tesoro da tenere a portata di mano. Non fa grosse prediche, si limita a dire cose semplicissime, così semplici che molto spesso ce ne dimentichiamo.
Tra le tante cose, dice:

di far caso a quando siamo felici, appunto;
che non c’è niente di più bello delle piccole cose e di quando tutto va bene;
che non abbiamo bisogno di una ‘sola’ persona, ma dobbiamo circondarci di tante persone che ci vogliono bene, quindi la ‘famiglia’ non è solo moglie, marito e figlio (io questo lo so già, ma è vero che ci sono tanti che lo ignorano e sono infelici);
non dimenticarsi mai da dove si viene;
di cominciare dal proprio piccolo per sistemare le cose;
di non abbandonare le proprie passioni, anche solo per far crescere la propria anima.
Ah… e che bisogna saper ringraziare e saper chiedere scusa.

Dice anche: Noi vi vogliamo bene. Vi vogliamo bene davvero.
E dice di essere onesti e buoni: Di regola ne conosco una sola: bisogna essere buoni, cazzo.
E poi dice di non abbandonare mai i libri: Non abbandonate mai i libri. È così piacevole tenerli in mano, col loro peso cordiale. La dolce riluttanza delle pagine quando le sfogliate con i vostri polpastrelli sensibili. Gran parte del nostro cervello si dedica a decidere se quello che tocchiamo con le mani ci fa bene o male. Anche un cervello da quattro soldi sa che i libri ci fanno bene.

E di fare l’amore ogni volta che possiamo, che fa bene.

Dice tutte queste cose con grande umorismo, ironia e semplicità. E a me è successo che poi volevo condividerle con chiunque. E ho pensato che se magari le leggiamo tutti e tutti le condividiamo, forse ne verrà fuori qualcosa di buono.

Insomma, non sto qui a commentare, analizzare, criticare, vi dico solo che è un libro piccolo piccolo: leggetelo!

Nutrirete il vostro spirito critico, perché vi verrà voglia di approfindire alcune cose e farete un bel regalo alla vostra anima.

quando siete felici fateci caso

I miei piccoli dispiaceri – Miriam Toews

I miei piccoli dispiaceri parla di Yoli, la sorella svitata, che ha fatto due figli con due uomini diversi, che scrive romanzi sul rodeo, che che fa sesso col meccanico, con l’avvocato, che gira sempre con una busta di plastica con dentro un manoscritto, e di Elf, la sorella perfetta, bellissima, pianista acclamata, intelligente, amata, che ha un solo uomo e che la adora. A un certo punto Elf non vuole più vivere e Yoli non sa proprio come fare per impedirle di morire. Insieme alla madre, a Nic, l’uomo di Elf, a sua zia Tina, pensano, provano, parlano. Yoli, per il troppo amore, prende anche in considerazione l’idea di aiutarla.
E il libro è questo, ci racconta delle vite di queste due donne, così diverse, così sorelle e di come l’una cerchi di convincere l’altra a continuare a lottare e a voler vivere. La Toews non prova a dirci se il suicidio sia giusto o sbagliato, ma, col suoi stile diretto, che io francamente adoro, ci racconta attraverso l’arrabbiata, paranoica, ‘incercadellafelicità’, Yoli, come si fa a sopportare e supportare chi non vede più la bellezza della vita, chi non ha più speranza. Di come prendersi carico di questa speranza e andare dritti per la propria strada. E ci racconta come, nonostante la diversità e la durezza con cui le due sorelle a volte si parlano (Elf vuole morire, Yoli vuole tenerla in vita, non c’è possibilità di un compromesso), quanto sia forte quest’amore, quanto, nonostante tutto, Yoli cerchi di capire la scelta di Elf e non la accusi mai, se non per convincerla a vivere, per provocarla.
Finisce che i piccoli dispiaceri di Elf diventano quelli di Yoli, che cerca di metterli a posto, nonostante la morte. Yoli capisce che la tristezza è dentro tutti, ma non vuole soccombere a questo. Lei deve trovare la felicità.

I miei piccoli dispiaceri

Quando leggi un romanzo della Toews (ne ho già parlato qui e qui!) piangi e ridi contemporaneamente. Piangi perché i suoi libri sono pieni di quella tristezza semplice, quella che ti ferma il cuore, che fa parte della vita, per quanto siano assurde le situazioni che questa scrittrice ci racconta. E ridi perché, nonostante tutto, nonostante quella tristezza, ci sono episodi divertentissimi; e ridi anche perché nei suoi libri non manca mai una cosa fondamentale: la speranza. Anche qui è quella semplice, quella che fa parte della vita e quella che lo fa andare avanti il cuore. Se I miei piccoli dispiaceri forse è un po’ più triste rispetto agli altri libri della Toews, in realtà è anche quello più pieno di speranza, perché ci racconta che dalla morte di qualcuno, dall’accettazione delle scelte degli altri, possiamo continuare a vivere e a costruire. La madre di Yoli ed Elf è il personaggio cardine per questo, che tiene un po’ le fila, con tutta la sua forza e la sua splendida eccentricità.

Questo libro poi è pieno zeppo di letteratura, l’incipit de L’amante di Lady Chatterley fa da monito all’intero libro e una poesia di Coleridge ne suggerisce il titolo:

Avevo anch’io una sorella, una sola,
era pazza di me, come io di lei.
Le confidavo i miei piccoli dispiaceri,
come un paziente abbracciato alla nurse,
e quel malessere oscuro del cuore
che si vergogna anche di un occhio amico.

lady chatterley

Anche la musica la fa da padrona: Elf è pura musica con la sua pelle bellissima, le sue mani, tutto il suo essere. Lei stessa dice di avere dentro un pianoforte di vetro ed è terrorizzata all’idea che possa rompersi. E quindi decide di non vivere più con questa paura.

Non c’è bisogno di iniziare discussioni etiche sul suicidio; non credo che la Toews abbia voluto questo scrivendo I miei piccoli dispiaceri, c’è bisogno solo di sedersi e leggere un bel libro. Faticoso, lo ammetto, soprattutto nella parte centrale che è stata difficile e un po’ lenta, ma bellissimo, pervaso dalla tenerezza che caratterizza la scrittura dell’autrice, dal suo umorismo diretto, che racconta una storia di vita, di amore e di scelta.

Miriam Toews ha scritto questo libro “per dare forma a un dolore vero”, io vi consiglio di leggerlo perché è bello ‘leggere’ il dolore che diventa speranza e ridere proprio perché abbiamo speranza. E si sa che ridere con intelligenza è il miglior regalo che possiamo fare al nostro cervello.

#comesidice ‘stage': staaag o steig?

Metti per esempio che vai a un colloquio, sembrano seri, ti siedi e la persona di fronte a te comincia a descriverti la posizione ed esordisce con: “Allora, lei è qui per lo ‘steig’”, pronunciato /steɪdʒ/, all’inglese.
Questo signore, che sembra serio, ti ha appena chiesto se sei lì per il ‘palcoscenico’. In che senso? Costruirlo? Montarlo. Devi recitare?

E tu, quando hai risposto, che cosa gli hai detto? “Sì sono qui per lo ‘steig’” pure tu?” O hai risposto: “Sì, sono qui per lo staaag”. Pronunciato /’staʒ/, praticamente come si scrive, allungando un po’ la ‘a’ e facendo una strana ‘g’.

Perché se hai pronunciato ‘steig’, hai sbagliato. Ti stai riferendo pure tu a un fantomatico palcoscenico.

Ogni volta che sento ‘steig’, penso a me, su questo palcoscenico, che faccio la danza delle budella rivoltate. E poi subito dopo mi ricordo di un mio professore dell’università che ogni volta che qualcuno diceva ‘steig’ riferendosi a un ’tirocinio’, cominciava a farsi uscire il fumo dalle orecchie. Per niente divertente se, per esempio, dovevi discutere della tesi con lui o stavi per farci un esame.

Comunque, non ci distraiamo.

Se invece hai risposto alla francese ‘stage’ (/’staʒ/), hai tutta la mia stima. Risposta giusta. Perché è quella la pronuncia corretta.
D’altronde diciamo ‘stagista’ e non ‘steigista’, solo questo dovrebbe mettere la pulce nell’orecchio.

stage

Come avete ben capito, spero, la parola ‘stage’ è francese e proviene dall’antico ‘estage’, che voleva dire più o meno ‘soggiorno’. E volete sapere una cosa? In Inghilterra lo sanno e, infatti, loro questo errore non lo fanno, l’Accademia della Crusca infatti ci racconta che:

“la maggioranza dei vocabolari suggerisce come preferibile la pronuncia francese, ma allo stesso tempo registra come ammissibile e frequente quella inglese. Se in Italia ci si può ragionevolmente attendere di essere compresi pronunciando stage sia alla francese sia all’inglese*, è però sconsigliabile pronunciarlo all’inglese in Gran Bretagna; a meno che con make a stage non si voglia intendere, in un inglese a dire la verità approssimativo, ‘allestire un palcoscenico’.”

*(nota mia: perché l’Italia è il paese della flessibilità ad capocchiam, de “l’importante è che ci capiamo che ce ne frega delle regole”. Il male.)

Qui trovate l’intero articolo nel quale si parla di stage e tirocinio e dell’evoluzione di queste parole nel significato attuale.

Insomma, credo sia chiaro. Spero.
Diffondete il verbo, durante i vostri ‘stage’.
Sperando che siano veri, non schiavismo mascherato e, almeno, retribuiti.

We are family – Fabio Bartolomei

Al Santamaria è un genio. A quattro anni già legge, scrive e parla meglio di sua sorella più grande. Il suo mondo è la sua famiglia. Per lui è perfetta. Stanno insieme, ridono, giocano. La madre Agnese è bellissima e fa i ciambelloni più buoni del mondo, il padre Mario Elvis è divertente, fissato con Elvis, appunto, ed è un astronauta travestito da autista di bus. Al passa i giorni a godere di questo guscio caldo e, essendo più intelligente di tutti gli altri, a fare progetti per salvare il mondo, ma visto che è difficile farlo tutto insieme, capisce che bisogna cominciare casa per casa e quindi parte dalla sua famiglia. E questo progetto di perfezione e salvezza impegnerà Al praticamente per tutta la vita.

we are family

We are family è un libro che fa ridere, fa commuovere, fa riflettere e insegna. E che, per questo, amerete.
Fa ridere perché le avventure di Al, il suo punto di vista, la sua ironia, la sua intelligenza mettono insieme una serie di battute, scene, teatrini da piegarsi in due ogni volta. Fa commuovere perché, ben nascosto dietro il brillante e divertente Al e la sua energica famiglia c’è un dramma che viene fuori a poco a poco. E non posso dire di più, perché sennò vi svelo troppo.
Fa riflettere dal punto di vista sociale, perché, come appunto dice Al,“c’è stato un boom economico e la famiglia Santamaria nemmeno se n’è accorta”. Ci parla, in maniera diretta della condizione degli italiani degli ultimi 40 anni, del “boom” e di quanto effettivamente abbia toccato le persone ‘normali’, quelle oneste, quelle che cantano in macchina con i figli, che giocano con loro e che hanno come più grande aspirazione quella di dare loro un tetto sopra la testa che non sia in affitto. Fa riflettere dal punto di vista dei sentimenti, di come certi rapporti, quelli tra fratello e sorella, per esempio, siano inevitabili, ristoratori, incomprensibili e vitali. Al e Vittoria sono ‘la’ famiglia. Quello che Vittoria fa per Al, l’accettazione, la leggerezza con cui gli permette di vivere, assecondandolo ma proteggendolo, è uno dei regali più grandi che un fratello possa fare a un altro.
E ci insegna anche che certi sentimenti che noi sentiamo come complicati in realtà sono semplici; la spiegazione dell’amore di Al è una vera e propria lezione di vita, in tutta la sua tenera semplicità: “Significa che non ho dubbi, che tutte le domande hanno la stessa risposta. Chi voglio? Te. Cosa voglio fare? Te. Dove voglio andare? Te. Cosa voglio mangiare? Te”.

We are family ci insegna anche a ritornare un po’ bambini, come Al, che bambino lo sarà per sempre. Ci insegna che ‘famiglia’ è dove ci sono le persone che ami e che ‘giocano’ e lottano insieme a te; che la casa promessa è un posto nel cuore, indipendentemente dalla catapecchia dove andrai a vivere. We are family ci insegna a credere anche un po’ di più nei sogni, e che è possibile ‘costruirsi’ pezzo dopo pezzo, con determinazione e un pizzico di follia, nonostante tutto sembri remare contro. Se la causa è giusta, almeno per noi, niente dovrebbe fermarci.

we are family

È un libro che si legge velocemente, nonostante la densità e le emozioni che suscita. È un libro veramente divertente che può essere apprezzato anche da chi lettore forte non è. Fabio Bartolomei è uno scrittore che sa quello che fa, dosa bene dramma e divertimento e, davvero, scrive benissimo. È  un vero piacere leggerlo. Di lui avevo già letto e apprezzato Giulia 1300 e altri miracoli e La banda degli invisibili, ma, forse per questo mio preciso momento storico, We are family è quello che tra i tre mi è piaciuto di più.

Per chi ha dei fratelli e non ha capito quanto sono fondamentali; per chi non ce li ha, ma è circondato da persone che potrebbero tranquillamente esserlo; per quelli che si sono impantanati nel cercare di realizzare i propri sogni. Per quelli che si complicano la vita, crescendo. E per quelli che si sentono un po’ diversi, perché non hanno perso la spontaneità infantile e la leggerezza, nonostante il mondo intorno a noi faccia in modo che sembri una cosa brutta.

Il Salone del libro 2015 secondo me – Parte seconda: mi è piaciuto

Dovevo andarci da sola al Salone del libro e molto probabilmente sarebbe stata comunque una bella giornata. Forse invece di andare a mangiare al ristorante (perché “ma che ce ne fotte, sediamoci e godiamocela”), mi sarei presa un panino triste e, sicuramente, non avrei sorriso così tanto.

Salone libro ticket

Quindi, la prima menzione va alla compagnia. Grazie, Vicky, per essere venuta con me, per avermi assecondata quando sparavo nomi di editori a caso e li andavo a cercare e per avermi fatto da fotografa ufficiale. E per non esserti mai lamentata perché siamo state troppo in piedi. E per avermi detto a un certo punto che dovevo smetterla di spendere soldi, anche se penso che stavi cercando di convincere più te che me.

Il Salone del libro, per un lettore forte (mi pare che vengano definiti così) è tipo l’Edenlandia quando il nonno ti ci portava la domenica. Edenlandia forse lo capiscono solo i napoletani, vero, facciamo Gardaland, ma non è la stessa cosa, questione di sfumature.

Ci sono libri da tutte le parti, alcuni degli scrittori che vuoi proprio sentire sono lì a portata di mano, eventi che solo lì puoi trovare e solo per veri appassionati. Un enorme negozio di giocattoli dove vorresti prendere tutto e non sai da dove cominciare. Ci sono andata per due volte e per due volte mi ha fatto questo effetto. Anche se non comprerai niente da Sellerio, da Neri Pozza, Nottetempo, Minimum fax, Adelphi, ecc. ecc. (nomi a caso), devi andare a vedere lo stand, devi vedere che libri ci sono, devi sfogliarli, annusarli, devi ascoltare cosa dicono le persone che sono ammassate attorno a quel libro su quel libro, devi capire se ti può interessare, se ti può piacere.

È l’occasione giusta per incontrare persone che condividono la tua stessa passione, con le quali interagisci da tempo solo attraverso il web. Io ho incontrato la Lettrice rampante, Elisa, solo per 5 minuti e per scambiare due chiacchiere veloci, ma è stato bello scoprire che dietro tutti questi libri ci sono delle facce pulite e sorridenti.

È il momento per incontrare scrittori che ti hanno colpita. Sono andata a cercare Serena Venditto allo stand della Homo scrivens, perché a me lei ha fatto simpatia già a Bookpride e Aria di neve, mi era piaciuto tanto. E mi ha raccontato che sta scrivendo il seguito, delle sue ‘difficoltà’ di scrittrice tra impegni ed esami, del fatto che è solo dopo le cinquanta pagine che comincia a sentirsi più a suo agio con quello che scrive. Un fiume in piena di umiltà, parole e simpatia in due minuti d’orologio. Ovvio che leggerò il seguito di Aria di neve, se ero già convinta, ora lo sono ancora di più.

Al Salone del libro poi capita che fai le smorfie alle spalle di Andrea e Franco, i protagonisti, reali, di Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas. Ero in attesa di pagare allo stand della Marcos y Marcos e questi due, di spalle, non si volevano proprio spostare… non avevo mica capito! La tipica scena ‘angeliana’ che mi ha procurato due minuti di imbarazzo e di risate con la ragazza che si occupava dello stand.

E con la ragazza dello stand della Marcos y Marcos (non ti ho chiesto il nome, scusami, se mai mi leggerai) ho chiacchierato per cinque minuti su Miriam Toews e su come sono contenta che loro la pubblichino, che io la adoro e che sicuramente parlerò anche dell’ultimo libro I miei piccoli dispiaceri.

E al Salone del libro capita anche che la signora che ti sta servendo il risotto al nebbiolo ti chieda se sei una ‘professionista'; tu le rispondi che teoricamente saresti lì come blogger, ma non sei così sicura, e poi lei ti chiede di spiegarle una volta per tutte che cosa è un blog. …

Sugli eventi posso dire ben poco perché non ho avuto tempo di assistere a molto, purtroppo in un solo giorno o vedi la fiera o vai agli eventi.
L’unico evento al quale sono andata è stato quello con Gianrico Carofiglio. Non potevo proprio perdermelo. Forse prima o poi vi parlerò dei libri di questo scrittore che adoro e che mi ha dimostrato di essere brillante e simpatico non solo tra le pagine, ma anche di persona. Partendo dal suo personaggio più conosciuto l’avvocato Guido Guerrieri, ci ha parlato, facendoci ridere anche tanto, di morale, di bontà e della capacità di essere autoironici per ridere di sé.
E poi, alla fine, mi ha conquistata ancora di più, insistendo per firmare tutti i libri delle persone che stavano aspettando, nonostante andasse di fretta e la signora dell’Einaudi che lo accompagnava lo stesse tirando via dalla giacca, dicendo che non poteva più trattenersi.

Salone libro Carofiglio

Insomma, libri, parole, colori, tanta gente, tanta gente strana, incontri surreali. Eventi come questi sono belli anche solo se ti siedi in un angolo e osservi tutta la fauna che partecipa. Da quelli che ci credono davvero, gli entusiasti, quelli che ‘lavoro nell’editoria e quindi a prescindere sono più figo di te’, quelli che non sanno di cosa parlano, quelli vestiti malissimo, quelli vestiti benissimo, quelli con le facce da ‘non so proprio cosa ci faccio qui’, alcuni editori che li guardi e ti chiedi “ma perché?”, quelli che comprano un libro solo per avere ‘quella’ shopper (ehm…), quelli che arrivano col trolley (e sul comprare libri al Salone vedere la prima parte e la questione sconti). Quelli che vanno nello stand Feltrinelli e visto che c’è Saviano a firmare autografi, chiedono agli addetti Gomorra (pubblicato da Mondadori), e quelli che, nonostante siano belli grandi e cresciuti si fanno la foto con Snoopy, Lucy Van Pelt e Charlie Brown (uno dei momenti migliori, decisamente).

Il Salone del libro è un luogo che tutti i lettori (forti?), almeno una volta, dovrebbero visitare, anche solo per dire: “Naaaa, troppa gente, me ne torno a casa sul divano col mio libro”. Perché lì, se vuoi, vedi tutto il panorama, colorato, rumoroso e profumato di libri. E una vista d’insieme, per capire, soggettivamente, cosa è buono e cosa no, serve sempre.

Io da parte mia, spero di tornarci di volta in volta, sempre con lo stesso entusiasmo.

Il Salone del libro 2015 secondo me – Parte prima: i ’non mi è piaciuto’

Un giorno solo al Salone del libro è poco per scrivere un post ‘serio’ e forse andarci di sabato non è stata proprio la decisione più saggia, ma si fa quel che si può e un’idea me la sono fatta.
Parliamo subito di quello che non mi è piaciuto, così ci togliamo il pensiero.

L’immagine scelta per il tema. Ma… perché?

Salone del libro 2015

Il significato è anche chiaro (Meraviglie d’Italia, blablabla…), ma non ci credo che non ci siano state idee migliori. Lo aveva già detto qualcuno di cui mi fido che è brutta e lo confermo anche io; dal miscuglio disordinato di cose che dovrebbero rappresentarci, alla mancanza totale di libri. Poi, quella vera, da vicino, a grandezza naturale, mi ha fatto anche un po’ paura. Bocciata, mi dispiace.

salone libro

La mappa dell’evento
Non quella cartacea, quella dell’applicazione. Inutile e inguardabile perché identica alla cartacea solo molto molto più piccola. Se hai gli occhi buoni non è un problema grosso. Se invece sei mezzo ‘cecato’ come me ti tocca stendere il lenzuolo della mappa cartacea tutte le volte. E se sei pieno di borse, di libri, di gente, diventa complicato. Se sei fortunato e sei in compagnia è tutto un “mi tieni questo? Sì grazie. Faccio subito. Oh, scusi…“

Pochissimi, anzi rarissimi, sconti sui libri
Ho capito che il mercato è in crisi, ma, dal basso della mia ignoranza, non voglio credere che non ci sia la possibilità di fare sconti dedicati in un evento come questo. Perché uno dovrebbe andare al Salone del libro? Sì, va bene, ci sono gli eventi, ma tante persone non sono interessate a quelli e tante che vanno agli eventi, che pagano 10 euro per sentire Carofiglio o qualsiasi altro scrittore o personaggio presente, sarebbero molto più contente se ci fossero degli sconti. Perché chi va agli eventi è un lettore vero e fedele e se lo merita. Sinceramente, se devo andare in un posto dove ci sono un enorme stand Feltrinelli, un enorme stand Mondadori, un enorme stand RCS, ecc. ecc., vado in centro a Milano, o a Torino o in qualsiasi altra città, che è uguale (e ho le carte fedeltà sulle quali accumulo punti e, appunto, sconti). Ho l’impressione che ci sia la convinzione che ‘tanto chi legge i libri se li compra lo stesso’, sì, vero, io ne ho comprati quattro a prezzo pieno, ma girando, vagando di quarta di copertina in quarta di copertina, scoprendo, ho fatto una lista di un’altra decina di libri che comprerò, scontati, su Amazon. Scusate, Amazon è cattivo sì, ma le tasche sono le mie.

Poi c’è un’altra cosa che non mi è piaciuta forse perché era sabato e c’era troppa gente, e gli espositori erano impegnatissimi: se volete andare al Salone del libro per esplorare tra le piccole case editrici, non ci andate. Vengono completamente fagocitate da quelle grandi, con i loro Saviano di turno che richiamano folle enormi. L’attenzione viene sviata dai colori luminosi dei colossi. Io ho cercato qualcuno e l’ho visto, ma chi viene solo a farsi un giro rischia di non accorgersi nemmeno della presenza di alcune case editrici piccoline. Non è l’ambiente giusto per scoprire un’altra Italia ‘editoriale’ che merita (non tutti, eh? Anche lì, meglio essere selettivi); meglio i piccoli eventi, come Bookpride, o l’evento dedicato proprio alla piccola e media editoria come Più libri più liberi a Roma.

E non mi è piaciuta l’ombra nera e buia di quegli editori che non pagano i propri collaboratori. Erano presenti, ed erano presenti anche i collaboratori a informare le persone con i volantini. Non ci avete fatto una bella figura, cari editori non paganti, sappiamo chi siete. E anche se non voglio giudicare, e non voglio analizzare i motivi del perché questo accade (io, quando ho lavorato come correttrice di bozze, sono sempre stata pagata), questa è proprio una cosa brutta, il lavoro è sacro e va rispettato e soprattutto compensato. A questo punto pubblicate meno robaccia e dedicatevi alla qualità. Credevo che per me il ‘lavoro’ nell’editoria avesse toccato il fondo quando mi è stato chiesto di correggere una bozza di 400 e passa pagine dal venerdì sera al lunedì mattina alle 9 (e anche bene, per favore, che sennò non ti chiamiamo più. Ho rifiutato per motivi personali e la mia carriera editoriale è finita), ma a quanto pare il fondo è sempre più in fondo.

Non mi viene in mente altro, e sicuramente mi sono dimenticata di qualche cosa, anche perché di natura non sono una criticona, tendo a tollerare, quindi, in realtà, vincono le cose che mi sono piaciute, perché ho vissuto una giornata meravigliosa, con una compagna di viaggio meravigliosa, con incontri meravigliosi…

Ma leggerete il resto domani.

salone libro dall'alto