Fino all’ultimo inverno di Nadia Dalle Vedove

Mattia, dodici anni, è stato abbandonato dalla madre ed è cresciuto in un bosco lontano da tutto solo in compagnia di Marì, che si è presa cura di lui dalla nascita. E fugge in città, senza sapere bene neanche lui perché, quando trova il corpo senza vita della donna. Cercare la sua vera madre? Abbracciarla? Ucciderla? Vivere?
Nella sua fuga verso un posto tutto suo, Mattia si scontra e si relaziona per la prima volta con altri esseri umani, che scopre essere ‘perduti’ come lui. Un crogiolo di solitudini che si incontrano, si scontrano e si salvano, per poi tornare nella loro “realtà disabitata”.

Fino all'ultimo inverno

Fino all’ultimo inverno di Nadia Dalle Vedove è un libro particolare, che potrebbe non piacere a tutti per questo, nel quale non c’è luogo, né tempo; c’è l’eterna contrapposizione tra bosco, luogo isolato, nel quale non incontri nessuno e città, luogo di solitudini, nel quale la folla non fa compagnia, e questo tiene un po’ le linee. In realtà il romanzo è tutto un viaggio liquido tra tempo e spazio alla ricerca di un posto dove riposare. Il libro è anche un viaggio nelle mille sfaccettature del rapporto, che mai si esaurisce, tra genitori e figli: un’eterna contrapposizione tra odio e amore, abbandono e tradimento, tra il costante bisogno di avere qualcuno a cui appoggiarsi o qualcuno da sorreggere. I rancori e i dolori che vengono generati dalla perdita di quel qualcuno: una madre, un padre, un figlio. Continua a leggere

Sono andata in visibilio per il visibilio di gente che c’è!

Andare in visibilio.
Quante volte lo abbiamo detto?
…. vabbe’, se non lo abbiamo detto però lo abbiamo letto. O no?

L’altro giorno l’ho detto e poi ho pensato: “ma perché diciamo così?”.
Ed è successo che ho scoperto un altro ‘equivoco’ linguistico.

Avete presente il Credo? Una della preghiere che vengono dette durante la celebrazione della messa cattolica? Pare che l’espressione arrivi proprio da lì.

Sappiamo che l’originale è in latino e inizia così:

Credo in unum Deum,
Patrem omnipoténtem,
Factorem cæli et terræ,
visibílium ómnium et invisibilium.

Il Credo o, vero nome, Simbolo della fede o professione di fede riassume tutti gli elementi fondamentali della religione cattolica e quello che solitamente viene recitato in chiesa è il Simbolo Niceno-Costantinopolitano (Symbolum Nicænum Costantinopolitanum), che pare risalga a dopo i Concili di Nicea (325) e di Costantinopoli (381).

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Shaft di Ernest Tidyman

Allora, se decidete di leggere Shaft. Un detective nero sulle strade di New York, andate su Youtube e cercate Teme of Shaft; troverete le musiche di Isaac Hayes. Schiacciate play e via.

Who’s the black private dick
That’s a sex machine to all the chicks?
(Shaft!)
You’re damn right
Who is the man
That would risk his neck for his brother man?
(Shaft!)

Sarete immersi nell’atmosfera del libro e per qualche giorno canticchierete solo questo.

Shaft

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Una perfetta geometria di Giorgio Serafini Prosperi

Mi sono presa qualche giorno per parlarvi di Una perfetta geometria, un po’ perché quando l’ho finito ero in viaggio per le vie della Croazia e un po’ perché ci dovevo riflettere su.

Allora, Adriano Panatta (non il tennista), ex commissario, trasferito in un ufficio del Ministero dell’Interno che si occupa di rimborsi assicurativi a causa di qualcosa che ha fatto sei anni prima e che non ci è stato rivelato, rivede una sua ex, importante, che gli chiede aiuto per sua figlia Vera, che sembra essere una pazza squinternata (e un po’ lo è), convinta che una sua amica sia stata uccisa e non suicidata come dicono le indagini. Adriano comincia a indagare e scopre che Vera, e la sua amica prima, è invischiata un intrigo che potrebbe mettere in ginocchio tutti gli equilibri politici del paese.
Nel frattempo conosciamo Adriano e le sue ossessioni, cose del suo passato e assistiamo alla costruzione di un nuovo, ai limiti del patologico, rapporto con Vera.

una perfetta geometria

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7-7-2007 di Antonio Manzini

«E lo sai a cosa pensavo?».
«Se è bello dimmelo, sennò taci».
«Che ti amo». Si girò su un fianco e si mise a osservare il profilo del marito. «Non la trovi una cosa assurda?».
«Assolutamente no. Come potresti non amarmi? Oddio non sono stato nella Spal, però…».
«Lascia perdere la Spal. Una ha dei principi, fa di tutto per rispettarli e poi arriva l’amore, e giustifichi un sacco di cose, magari troppe».

Se non avete letto i libri precedenti, lasciate perdere questa recensione e 7-7-2007 di Manzini. Non potrete capire.
Non potrete capire questo capitolo che finalmente illumina e ci getta nella disperazione con Rocco.
In questo libro torniamo all’estate in cui Rocco perde Marina e ci spiega perché. Si tratta di un lunghissimo flashback nel quale Rocco spiega a Costa e Baldi perché Enzo Baiocchi lo vuole morto.

Lasciamo l’ormai estiva Aosta, dove Schiavone è stato mandato in penitenza e andiamo a Roma, durante l’estate del 2007. L’amata Roma di Rocco, quella bella che ti toglie il fiato e quella brutta, disonesta, dove due ventenni vengono uccisi per qualche chilo di droga e Rocco, oltre a dover scoprire chi è perché  lo ha fatto, deve anche fare i conti con Marina che ha scoperto cose che Rocco sperava non scoprisse mai. E deve fare i conti con la possibilità di perderlo questo amore così forte, nonostante le differenze, le complicazioni, i ‘tradimenti’. Così totalizzante, così… niente, dovete leggere per capire.

7-7-2007

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Ragazze mancine di Stefania Bertola

Adele viene mollata dal marito di punto in bianco. Non ha mai lavorato in vita sua e così si trova sola, povera e costretta a prendere delle decisioni. Una di queste sarà: trovare un altro uomo ricco da sposare.
Eva invece non fa altro che lavorare senza mai vederne davvero i vantaggi. È una mamma single e deve badare a sua figlia. Vive alla giornata, ottimista e allo sbaraglio.
Complice un medaglione ‘portafortuna’ e una ricca torinese viziata e prepotente, Adele ed Eva si incontrano e cominciano una sgangherata convivenza.
Sempre a causa del medaglione incontrano Cristiano e Tommaso, mandati dalla loro mamma, una ricca torinese, a recuperarlo, perché era originariamente suo.

E via con equivoci, liti, intrecci che più intrecciati non si può, fino all’inevitabile lieto fine.

ragazze mancine

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Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati di Davide Bacchilega

Avete presente la Romagna da cartolina? Dimenticatela.

È Natale e nella nebbiosa provincia romagnola tre squillo (ex e non) ricevono delle lettere minacciose, delle quali non sappiamo veramente niente altro tranne che sono terribili e che fanno in modo che le ragazze contattino il loro ex protettore.
Barbara ora fa la moderna e super glamour prefica, quella che viene pagata per piangere ai funerali; Didi, lavora per portare suo figlio Pavel in Inghilterra; Giorgia soffre di prosopagnosia e non si ricorda le facce, quindi distingue i clienti dal modo in cui si slacciano le scarpe. E poi c’è Michele, giornalista che, per scrivere gli articoli, della ricerca del delitto ha fatto un’ossessione, che va avanti a tranquillanti e che è sempre in ritardo; Mauro che fa il tanatoprattore e che non ride mai, che è strano, solo, vuole andare a Chi vuol essere milionario? e “c’ha l’ansia, il vomito e il mostro che ha nello stomaco gli morde le pareti nello stomaco”. E Marta, che sta male, che è forse l’unico vero amore di Michele, che però si fa sempre aspettare, perché è sempre in ritardo, l’ho già detto.
E poi Ermes, il pappone. E gli stimabili della zona, che però poi vanno al “Circolo” a tirare fuori dagli armadi i loro scheletri. Tutti personaggi che in comune hanno segreti, paure, ansie e ossessioni.

Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati

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I gatti non hanno nome di Rita Indiana

De I gatti non hanno nome di Rita Indiana potrei raccontarvi semplicemente che è la storia dell’estate di una ragazzina di Santo Domingo che comincia ad avere consapevolezza personale e sessuale di sé, circondata da persone normali con i loro enormi, giganti, problemi normali, ma non farei altro che annullare e appiattire tutta la meravigliosa, un po’ strana e quasi surreale atmosfera del libro. Siamo in Sudamerica, e in Sudamerica ogni storia normale a un certo punto non lo è più e si viene travolti dalle stranezze.
Quindi mi limiterò a poche parole, che non aggiungono niente a quello che su questo libro è già stato detto, ma che spero vi convincano almeno un po’ a leggerlo.

La protagonista del libro ha 14 anni e non ha nome, come il gatto al quale lei vorrebbe darne uno del titolo. Passa l’estate a fare da segretaria nella clinica veterinaria dello zio e… vive e scopre e si scopre. Nel frattempo suo zio Fin, che è segretamente buddhista, cerca di sopravvivere al vivere rancoroso di sua moglie Celia, che non porta più i capelli sciolti e sulla cui fronte “si accendono insegne al neon”. E poi incontriamo tutta una serie di personaggi particolari che colorano il libro, da Radamés, l’haitiano con “la voce che sembra uno sciroppo per la tosse” a Uriel, “nella cui bocca vorresti traslocare”.

I gatti non hanno nome

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Cara Trieste

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Cara Trieste,

un anno fa ho preso il treno e son venuta da te. E forse solo tu, Stefano e Dorothy conoscete la verità di quel giorno lì.
Sai, alle persone io racconto solo le cose belle e/o divertenti che mi succedono e mi tengo per me quelle brutte, ché di patetismi gratuiti ne avanziamo già abbastanza.
Però, ora, dopo un anno, è arrivato il momento di raccontare il 22 giugno 2015, quando mi sono ritrovata sola, in una casa vuota a Milano e ho preso quel treno che tu sai.

Trieste, io sono sempre stata molto contenta di venire da te, perché mi hai chiamata e bla bla bla (tutte storie che puoi leggere negli altri post che ho scritto su di te), ma quel giorno lì, ero triste, tristissima, angosciata, spaventata, confusa e chi più ne ha più ne metta. Non ero sicura di niente. Stavo facendo la scelta giusta? Lo stavo facendo solo per amore? Che cosa avrei fatto io a Trieste? Se non ero riuscita a trovare un’identità lavorativa nella vivissima Milano, come avrei fatto a farlo nella piccola Trieste?
Stavo rinunciando a una parte di me? Continua a leggere

Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci

Il libro di Giordano Meacci, edito da Minimum fax, Il cinghiale che uccise Liberty Valance, ci racconta di un cinghiale che a un certo punto comincia a “capire” la lingua degli umani.
E, con tutte le difficoltà che questa nuova magica scoperta porta, comincia a elabora veri e propri pensieri, acquisisce consapevolezze e sentimenti. Nel libro, si parla anche di tutta una serie di personaggi che, nell’inventata Corsignano, una cittadina tra Umbria e Toscana, vivono la loro vita fatta di passioni, tradimenti, scoperte, paura, perdita. Non c’è un’unica trama con varie sfaccettature, ci sono tante trame, che però fanno un’unica grande storia sull’amore e la solitudine e l’incomprensibilità.
I ricordi di una donna abbandonata all’altare, i soldi persi a carte, incontri con delle prostitute in una panda, amori sbagliati, matrimoni che finiscono, delitti che si consumano.
E il film che viene citato nel titolo? Se ne parla, sì, e tiene un po’ il ritmo della narrazione, tornando via via, attraverso i discorsi di Walter e Fabrizio, due dei protagonisti del libro,che lo analizzano nei minimi dettagli.

IL cinghiale che uccise Liberty Valance

Da un lato ci sono gli umani che arrancano nelle loro vite, dall’altro c’è Apperbohr, questo cinghiale che è troppo bestia per provare a farsi capire e temere dagli umani e troppo umano per essere capito dagli altri cinghiali. Un cinghiale consapevole. Che, una volta capito il linguaggio, si rende conto della musica, dell’amore, della morte. E che non riesce a comunicare queste consapevolezze.
Da un lato ci siamo noi umani, che mandiamo tutto a puttane per scelte sbagliate, dall’altro c’è Apperbohr che soffre una solitudine indicibile, perché non può “condividersi”.

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