La scrivania

Ci sono oggetti e oggetti.

Oggetti di cui ti liberi facilmente, perché il passato è passato e, come ho scritto qualche giorno fa a mia sorella, incartiamoceli nel cuore e non nelle scatole.

E poi ci sono oggetti che, sì, sono passato, ma che sono anche presente e che speri siano pure futuro, perché, semplicemente, non sei ancora pronto a lasciarli andare. O a lasciar che cambino il loro significato. Uno di questi oggetti è la mia scrivania.

È d’antiquariato e l’ho trovata nella stanza dove mia zia Elisa aveva deciso di sistemarmi quando sono arrivata ad Arezzo, un settembre di quasi 13 anni fa. Zio Sergio, il marito di zia, è un ebanista, comunemente detto restauratore; dico ‘è’ perché anche se è in pensione da un po’, quando tocca un pezzo di legno maltrattato, riesce a fare ancora vere e proprie magie (sì, sì, Pinocchio, Geppetto, bla bla bla) e quindi la loro casa era piena di tutti questi mobili possenti, antichi che, ora li adoro, ma all’epoca mi spaventavano anche un po’.

Chissà quante vite ha vissuto prima di me questa scrivania…

È successo che la scrivania messa lì, tra l’armadio e il comò di mia nonna, perché dovevo studiare e quello passava il convento è diventata il mio fortino e il mio campo di battaglia. Su questa scrivania ho iniziato le mie letture ‘serie’: Dante, Machiavelli, Ariosto e poi Calvino, Fenoglio, Verga, Svevo e ancora Zola, Stendhal, Hugo, Flaubert, passando per la Woolf, la Serao, la Morante, la Bellonci…

Su questa scrivania ho letto Shakespeare, De Filippo e Beckett.

E ho scritto la mia prima tesi su Boccaccio e il suo Decameron e l’altra sulla grande sconosciuta Alba De Céspedes.

Migliaia di penne, foglietti, post it, le unghie di Briciola, il gatto aretino, ben conficcate nella copertura di pelle, segnalibri, polvere, vestiti abbandonati, libri, quaderni, peluche, fotografie.

Su questa scrivania ho appoggiato per la prima volta il mio primissimo computer, un ibook g4 di quelli che la apple non se la cagava ancora nessuno, e ho scoperto le magie di Internet, del blogging. E la possibilità di poter comunicare con tutti anche se si è lontani.

Su questa scrivania ho imparato che il detto “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” è una grande cazzata ed è vero solo se vuoi che lo sia.

I cassetti di questa scrivania: quanti segreti, quanta polvere, quanti piccoli oggettini che mi hanno accompagnata durante i miei anni ad Arezzo…

È un oggetto che mi ricorda chi ero. Il mio prima e il mio dopo.

la scrivania

E, sinceramente e vergognosamente, me ne ero dimenticata. Non le avevo più dato importanza fino a quando non sono andata un fine settimana ad Arezzo e zia Elisa mi ha detto che zio Sergio l’aveva restaurata e che se volevo potevo portarla a Milano, ‘a vivere con me’.

E l’ho fatto, anche se non ho un vero e proprio posto dove metterla, anche se è stata derubata del suo ruolo e ora mi fa da ‘appoggiatutto’ in camera.

Nel momento stesso in cui l’hanno caricata in macchina ho saputo che quest’oggetto mi seguirà ovunque andrò. Perché io, nonostante tutto, non sono ancora ‘arrivata’, se mai si arriva da qualche parte. Ma quando succederà, se succederà, voglio che ci sia questa scrivania con me. Voglio lanciarci sopra violentemente, come facevo con la borsa dei libri quando ritornavo a casa dall’università, rovinando ogni volta di più la copertura di pelle, l’altra borsa, quella più importante, quella delle fatiche. Per poi sospirare di serenità.

Aria di neve – Serena Venditto

Ariel si sveglia una mattina e scopre che la vita che credeva di aver vissuto fino a quel momento è ‘letteralmente’ scappata via. Passata l’incredulità, la rabbia e il machecavolo!, prende le sue cose, il suo dolore e le bozze dei romanzi che traduce e se ne va da un’altra parte.

L’altra parte è una casa in via Atri, nel centro di Napoli, dove vivono Malù, archeologa con la passione per i gialli, Kobe, un pianista giapponese e geloso, Samuel detto Magnum, italiano di Cagliari, nerissimo, che fa il rappresentante di articoli per gelateria, e Mycroft, il gatto. E io non posso dire niente a proposito di Mycroft, sono troppo gattara per parlare di lui, e finirei col parlare solo di lui, quindi vi basterà la quarta di copertina e il nome, poi accendete la curiosità (e magari leggetevi il libro). Ah sì… c’è anche un fantastico e improbabile vicinato: dalla professoressa Papararo, che interroga tutti quelli che entrano nel palazzo, a Teresa, la donna perfetta.

Insomma, la vita nella casa di via Atri è un po’ pazza, ma Ariel ha bisogno di questa ‘pazzaria’, di trovare dei nuovi equilibri, delle nuove abitudini, di trovare nuovi amici e nuovi amori e quindi diventa subito parte integrante di questo coloratissimo insieme. D’altronde anche lei è un po’ strana: un’italoamericana, traduttrice, col padre che lavora alla Nato, e che ha deciso di rimanere a Napoli…  

aria di neve

A un certo punto, mentre ogni cosa sembra aver trovato il giusto ordine, mentre le amicizie si rafforzano, i dolori passano e gli amori nascono, un fatto terribile va a sconvolgere le vite di tutti: un assassinio. Malù e Mycroft non potranno fare a meno di indagare e quindi interferire e collaborare con le indagini della polizia e tutti gli abitanti della casa, inevitabilmente, si troveranno coinvolti e dovranno affrontare orribili sospetti, un passato che vuole tornare ma che, appunto, è passato, e l’aria di neve, che è “quando sai che qualcosa accadrà no perché qualcuno ti dice, ma perché senti profumo diverso intorno a te”.

Aria di neve è carino, non “carino” perché lo voglio liquidare, ma carino davvero. Ben scritto, divertente, intelligente, con un po’ di dramma, un po’ d’amore, il mistero da risolvere e la vita che va avanti. Ho riso tanto e mi sono affezionata ai personaggi.  Lo leggi subito subito e ti lascia un buon sapore. Un buon sapore che che però ti fa desiderare di averne ancora. Ed è questo il difetto che ho trovato: troppo corto. 165 pagine; metà libro parla di Ariel e di come finisce in via Atri, l’altra metà dell’assassinio e delle indagini. L’arco temporale è di un mesetto o giù di lì. Secondo me c’era materiale per un libro molto più lungo e altrettanto piacevole. Ma forse lo dico solo perché mi sono divertita e volevo che non finisse subito.

E poi, questa, per i lettori pigri, per quegli amici che ci chiedono qualcosa da leggere ma che non sia troppo lungo che poimiprendelansia e nonhomaitempoperleggere, potrebbe essere una cosa buona.

Io credo che leggerò altro di Serena Venditto, questa simpatica scrittrice che ho incontrato a BookPride e che mi ha fatto anche la dedica. E intanto vi consiglio Aria di neve, un libro per chi ama i gialli, per chi ama i gatti, per chi ama Napoli e per chi ama ridere.

Atti osceni in luogo privato – Marco Missiroli

Atti osceni in luogo privato mi ha accompagnato durante la mia prima esperienza all’estero da sola. Ero libera, consapevole, felice. E tutta questa consapevolezza non ha fatto altro che rendermi ancora di più la persona che sono, un po’ più adulta, e con l’esigenza di rafforzare, riequilibrare e confermare i legami che già avevo. Rendendomi ancora più libera.

E Libero Marsell, il protagonista del libro, che è diventato grande pagina dopo pagina, ha scoperto se stesso, la propria sessualità, le proprie oscenità, quelle degli altri, la propria personalità, i suoi desideri e ha creato, confermato e rafforzato i suoi legami d’amicizia, di famiglia, d’amore, è stato tutto il tempo con me.

Sinceramente, non potevo scegliere libro migliore.

attiosceni

Lo hanno definito un romanzo di formazione ed è vero. Si parte dall’infanzia di Libero, italofrancese, a Parigi e poi si arriva alla maturità a Milano. L’episodio scatenante della ‘formazione’ di Libero è il momento in cui il ragazzo scopre che la madre tradisce il padre. Inizia così questo viaggio che parte dai genitori ma che non è altro che l’avvio della scoperta di se stesso. Il fascino della madre, quel padre sognatore e originale, e poi Emmanuel, l’uomo che dovrebbe essere un rivale, ma che diventa pilastro, e Marie, una sorta di Beatrice che accompagna Libero, a suon di allusioni, rimpianti e insegnamenti, nella sua crescita come uomo. La vita di Libero è scandita da persone forti, da libri meravigliosi e da incontri indimenticabili.

Il sesso è onnipresente. E lo so che si potrebbe restare turbati da quanto ce n’è in questo libro. Sesso che viene descritto senza troppi fronzoli, come l’atto che è, e che volente o nolente ci appartiene. Si parla del sesso come una necessità, un bisogno, un ponte tra due persone che condividono qualcosa, come qualcosa di osceno, un puro divertimento, una scoperta, un tormento a volte. Sesso insomma, sì lo facciamo tutti, inutile arrossire. La stessa copertina potrebbe imbarazzare e potrebbe farci decidere di non leggerlo, ma dategli una possibilità, perché, se il sesso fa da filo rosso, non è solo di quello che si parla nel libro. Letteratura e cinema sono parte integrante della vita di Libero, si parla di Sartre e di Camus continuamente. Anche i luoghi sono evocativi: i Deux Magots, l’osteria di Giorgio, una splendida Milano…  Le donne, muse, seduttrici, compagne, riempiono buona parte della vita di Libero, non solo per il sesso. La sua formazione amorosa è tutto una salita che parte da Lunette per arrivare ad Anna; l’equilibrio, la scelta e, ancora, la consapevolezza. La formazione professionale di Libero è anche più intricata:  da avvocato a professore, per vita vissuta, per amore, per istinto.

Mi sono affezionata davvero molto a Libero e sono stata anche un po’ invidiosa, perché i personaggi meravigliosi che Marco Missiroli ha creato per accompagnarlo nella sua avventura fanno il libro ancora più bello. La compagnia intelligente, brillante, sincera e amorevole che ha avuto nella sua storia è stata decisiva; un insieme perfetto, per la formazione perfetta di una persona.

Il tutto, ma questo è chiaro fin da subito, porta verso l’esplosione e la rivelazione di quella libertà che il protagonista del libro ha nel suo stesso nome. Tutti possiamo identificarci in Libero, tutti possiamo cercare le letture citate, farne tesoro e seme per nuova conoscenza, e tutti possiamo creare le nostre fantasie. Senza invidiare troppo Libero che è, sì, il soggetto della formazione, ma poi diventa il formatore. Colui che ci dà dei piccoli spunti su come vivere. Perché alla fine, sono sempre le cose importanti quelle che contano: una famiglia che non ti molla mai; l’amore della tua vita, quello che sì ti è capitato per caso, ma che poi hai continuato a scegliere ogni giorno; e il lavoro che fai, quello che anche avresti dovuto scegliere, ma che se non lo hai fatto, un po’ di soddisfazioni comunque te le dovrebbe dare.

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Non possiamo essere tutti Libero Marsell, perché è un personaggio inventato e scritto molto bene da Marco Missiroli. Libero ha avuto la sua vita e le sue esperienze, ha fatto i suoi errori, le sue scelte, ha letto i suoi libri. Ma tutti possiamo essere profondamente consapevoli delle nostre vite, dalla nostra sessualità alla nostra formazione, dalle nostre origini al nostro presente. Delle persone che fanno la nostra vita. La libertà poi è una conseguenza.

La donna dal taccuino rosso – Antoine Laurain

Mentre sta rientrando, dopo una serata fuori, Laure viene scippata e batte la testa. Senza borsa, chiavi, cellulari e soldi si rifugia confusa nell’albergo di fronte casa sua e la mattina dopo viene ritrovata in coma. Intanto, la sua borsa rubata viene abbandonata per strada e viene trovata da Laurent, che fa il libraio. Laurent porta la borsa a casa sua e, dagli oggetti che trova dentro, capisce subito che Laure è una donna speciale. E vuole trovarla. Ma tra una molletta per i capelli, del profumo, un fermaglio, una penna, dei sassolini, dei dadi, un romanzo di Modiano con dedica, un portachiavi, una ricetta strappata da una rivista, ecc. non sembra esserci nessun indizio che lo aiuti. Neanche nel taccuino rosso, in cui la donna ha scritto i suoi “mi piace” e le sue paure, i suoi sogni.

Comincia una ricerca con ben pochi indizi, ma riesce a trovarla. E quando la trova, grazie all’insistenza e all’aiuto della figlia adolescente, allo stesso Modiano e a uno scrittore che legge i geroglifici, non può fare a meno di entrare nella sua vita. Grazie a un equivoco da lui assecondato si ritrova a badare a Belfagor, il gatto di Laure, mentre lei è ancora in coma.

Quando Laure si sveglia dal coma, Laurent scompare. Sente di aver fatto troppo per per manipolare il destino. Di essere stato fin troppo invadente. E a quel punto inizia la ricerca di Laure, che si chiede chi sarà mai il libraio che le ha restituito la borsa e che è stato parte della sua vita per qualche giorno mentre lei era incosciente. Il legame è creato, ormai Laure e Laurent, anche senza essersi mai incontrati, hanno una ‘loro’ storia.

la donna dal taccuino rosso

La donna dal taccuino rosso si legge molto velocemente e, se non si sta attenti, si rischia di scivolare tra le pagine senza coglierne la vera bellezza. Una storia d’amore tra le vie di Parigi, sapessi che novità… Ma noi qui non viviamo la storia d’amore, qui leggiamo il legame speciale che si crea tra i due personaggi senza che questi ne siano consapevoli. Leggiamo la capacità che abbiamo di disegnarci e condividerci attraverso le cose che possediamo. Leggiamo, nelle prime pagine, la confusione nel riconoscere che senza quei piccoli oggetti, che portiamo sempre con noi, e ai quali non diamo mai troppa importanza, ci sentiamo sperduti. Piccoli oggetti che cambiano per ognuno di noi, ma che ‘fanno’ ognuno di noi. E che fanno ognuno di noi anche per gli altri. E poi c’è Parigi, che riesce sempre ad affascinare, luogo ideale di amori sognanti, e incontri magici. E ci sono tanti scrittori che vengono citati e nominati (Poe, Baudelaire, Prévert, Proust, Nothomb…), Modiano fa addirittura parte dei personaggi… Laurent è un libraio, è colto, ce lo fa capire, e a noi lettori questa cosa piace sempre.

Una storia molto dolce, leggera, a tratti ingenua. Con un tocco malinconico e un po’ sognante. E per questo, non ci sembra strano che un uomo abbia sentito la necessità di ritrovare una donna solo grazie al contenuto della sua borsetta e che si sia introdotto in casa sua e nella sua vita in maniera  non proprio ortodossa. Anzi, siamo lì che non chiudiamo il libro fino all’ultima pagina, perché siamo curiosi di capire come andrà a finire. Vogliamo un lieto fine per questi personaggi così tranquilli, per niente esuberanti, normali e anche un bel po’ maltrattati dalla vita.

È che abbiamo bisogno di libri come questi, dove si parla dell’amore, con leggerezza, di come nasce e delle cose strane che ci fa fare. Ogni tanto abbiamo bisogno di sognare, perché fa proprio bene.

mipiace

A volte ritorno – John Niven

Metti che Dio, in pieno Rinascimento, decida di andare a farsi una vacanza. Quando ritorna, dopo una settimana per lui, ma 400 anni per gli uomini, è successo di tutto. Guerre, genocidi, terrorismo e fanatismi vari. Grazie al libero arbitrio che sembrava il dono più grande che Dio potesse farci, gli umani sono alla deriva e non resta che trovare al più presto una soluzione.

E così a Gesù, figlio capellone e sballato, non resta che tornare sulla terra a rifare tutto il lavoro già fatto secoli prima che, come ben sappiamo, non era finito bene. Solo che stavolta si ritrova negli USA, è un musicista scapestrato e bravissimo, dal grande cuore, che passa le giornate ad aiutare le persone più deboli e gli sfigati, a fumare marijuana a più non posso e a suonare, che è praticamente l’unica cosa che sa fare. Cerca in ogni modo di diffondere il suo messaggio, cioè l’unico vero comandamento che Dio avrebbe voluto trasmettere agli uomini (se Mosè non avesse fatto di testa sua.): “Fate i bravi”. Viene arrestato, picchiato, molestato in continuazione. Fino a quando a uno dei suoi ‘discepoli’ viene un’idea: far partecipare Gesù a un talent. Il più famoso e seguito talent d’America. Un modo moderno per trasmettere il messaggio di Gesù. E fare anche un bel po’ di soldi. A quel punto succede di tutto: un viaggio on the road da New York a Los Angeles, la musica, la gara, i soldi. Eventi che ci sbattono in faccia tutti i modi che abbiamo usato per deviare da quel semplicissimo “fate i bravi”.

John Niven in A volte ritorno” non risparmia nessuno. Continua qui!

“A maronn t’accumpagn”, modi di dire e mia nonna

“A maronn t’accumpagn”. In questi giorni, grazie alle bellissime vignette di Napoli&Nuvole che stanno girando sul web, continuo a ripensare a questo modo di dire napoletano che, sostanzialmente, vuol dire “buona fortuna”. Questo modo di dire era uno dei preferiti di mia nonna.

Mia nonna. Ho iniziato mille volte a scrivere di lei e mille volte mi sono fermata, perché con gli anni ho scoperto che, se è molto facile che mi ritrovi a parlarne con chiunque capiti sulla mia strada, è veramente difficile scrivere di lei. Forse perché lei non era una che scriveva, a malapena sapeva scrivere il suo nome; lei era una che parlava e raccontava. E i modi di dire napoletani, quelli con i quali intrattengo i miei amici le sere a cena, perché sono belli, sono musica e fanno anche ridere, erano una parte integrante del suo modo di comunicare. E perché, visto che oggi sono nostalgica, non ricordarla così, attraverso le stesse parole che usava lei?

Quindi, quando ho letto e riletto questo “a maronn t’accumpagn”, praticamente ovunque in questi giorni, ho immaginato la sua faccia spigolosa, il suo mezzo sorriso, un foulard a fiori, e la sua voce che mi diceva queste parole. Sempre. Primi giorni di scuola, prime uscite con gli amici, viaggi, gite, ‘vadounattimoacomprareilpaneetorno’, sempre. “A maronn t’accumpagn” era per tutti gli usi. Anche quando lei avrebbe preferito non farmi accompagnare proprio da nessuno, ma tenermi a casa con sé. Cioè, anche qui, sempre. E sì, una donna all’antica che sarebbe “morta di collera” se fosse ancora viva. Perché vivo in un’altra città (per lei sarebbe stato comunque ‘estero’. Era estero tutto quello sopra Caserta, credo) e perché convivo. Nessun mezzo sorriso mi avrebbe salvata.

a maronn t'accumpagn

Ma “a maronn t’accumpagn” non era l’unico suo modo di dire preferito. Quello che a me piace di più in assoluto, e che quando lo dico mi vengono in mente sempre i suoi occhietti vispi, da donna piccolina (non credo superasse il metro e sessanta), ma con le spalle forti, è “chi te vo’ bene te fa chiagnere”. Chi ti vuole bene ti fa piangere. O meglio: chi ti vuole bene ti dice la verità, per quanto terribile sia. Io adoro dirlo, mi piacciono proprio come suonano le parole quando vengono fuori, e un po’ lo sfrutto a mio favore. Perché, trincerandomi dietro allo scudo del ‘volere bene’, dico sempre quello che penso. E molte volte non va a finire bene per niente…Credo che mia nonna lo usasse come me. Solo che lei era una donna d’altri tempi, che aveva vissuto la guerra, lavorato come una bestia nei canapifici bruciandosi i polmoni e con 8 figli alle spalle. La sua autorità era indiscutibile. Io di strada ne ho ancora da fare.

“A raggiona è d’ ‘e fesse” era un altro must. La ragione è degli scemi. Quando in una discussione non finita, dove capisco che non si va da nessuna parta, io comincio a dire “va bene, sì, hai ragione, finiamola”, non mi sto arrendendo, sto solo dichiarando che, se proprio vuoi avere ragione te la do, perché non mi vuoi ascoltare, sono convinta del mio pensiero e dichiaro la mia superiorità ignorandoti e te la do vinta. Tutta colpa di mia nonna. E la rivedo quando discuteva con qualcuno, magari a pranzo, col suo bicchiere di vino quotidiano, e lo schiocco di soddisfazione che faceva quando aveva finito di bere. Il sorriso in questo caso non era mezzo, ma aperto e sincero.

E poi grazie a lei vado avanti ripetendomi chi bella vo’ parè, pene e guaie adda patè”. Questa qui, amiche donne, vi fa sentire molto meglio quando vi fate la ceretta o vi tirate le sopracciglia. O quando siete costrette su un tacco 12 per ore e ore. Funziona, davvero. Provateci.

Potrei andare avanti per ore, ma finisco qua con “o strizzc fitt fa u buc’ ‘nterr”. Che sostanzialmente vuol dire che se si è costanti, anche un passettino alla volta, si riesce a ottenere quello che si vuole. O, se lo vogliamo leggere in maniera negativa: prima o poi, se continuano a darci fastidio, poco ma costantemente, perdiamo la pazienza. Un’interpretazione flessibile, ma a me piace pensarla in positivo e quindi questo è, insieme a “a maronna t’accumpagn”, il mio motto per quest’anno. Non ho fretta e piano piano, scrivendo di qua, studiando di là, sorridendo a destra, sudando a sinistra, riuscirò a conquistare il mondo (risata diabolica).

Ma mia nonna, però, che mi ha insegnato queste belle cose e tante altre cose ancora più belle, non era solo questo. E, beh, è davvero un peccato che non ci sia più. Credo che ci saremmo divertite molto con questa cosa di internet e le pronunce di tutte di tutti i neologismi dell’era ‘social’.

Come si chiamava?

Angela. Proprio come me. È difficile da spiegare, ma io sto parlando di mia nonna paterna e sono una secondogenita, se conoscete un po’ questo tipo di tradizioni, farete caso che c’è qualcosa che non va (se volete, qui vi spiegano come funziona). Questo non doveva essere il mio nome ma, a causa di una serie di eventi (un’altra storia da raccontare, forse), è caduto in testa a me. E, col senno di poi, non poteva proprio andare diversamente. Da prima che sviluppassi dei ricordi, ci sono delle vere e proprie leggende sul legame che univa me e questa saggia signora. Io ho passato con lei praticamente l’80% della mia vita da quando sono nata fino a quando se n’è andata 16 anni fa.

tenendomi la mano

Raccontano che, a un certo punto, quando sono diventata troppo pesante e lei non riusciva più a prendermi in braccio, per farmi cambiare il pannolino mi teneva la mano e mi aiutava a salire sulla sedia, poi mi aiutava a salire sul tavolo e quindi mi faceva sdraiare. Una mutua collaborazione per la serenità di entrambe. Lei è stata quella che mi ha insegnato che per ottenere quello che volevo dovevo imparare ad arrampicarmi e a salire sempre più in alto. Tenendomi la mano.

Dicono anche che io sia stata l’unica ad avere avuto il diritto di mandarla a quel paese senza temere rimproveri e punizioni. Di sicuro, credo di essere stata l’unica ad averla chiamata ‘stronza’, e a non averne pagato le conseguenze.

Lei, semplicemente, mi perdonava tutto.

E, in questo periodo di grandi cambiamenti, per me pensare a lei e alle cose che mi ha insegnato, e anche a tutti i suoi modi di dire, è di grande aiuto. Parlare di lei e come faceva lei mi fa sentire al sicuro. Come se ci fosse una mano perennemente tesa e pronta a prendermi se cado.

Mia nonna non aveva letto un solo libro in vita sua, ma con una sola parola sistemava sempre il mio mondo. E non solo il mio.

Funny Girl – Nick Hornby

Funny Girl di Nick Hornby è ambientato in Inghilterra, negli anni Sessanta. Sophie, alias Barbara, è una ragazza bellissima e lo sa. Ma di questa sua bellezza non se ne fa niente. Perché lei, che ha per idolo Lucille Ball, vuole far ridere la gente. Dopo aver rifiutato il primo posto nel concorso di bellezza del suo paese nel nord, si trasferisce a Londra alla ricerca di fortuna. Da commessa spiantata, dopo aver incontrato un agente che vorrebbe trasformarla in un sex symbol, riesce a fare un provino per una serie comica della BBC. Durante il provino, con la sua simpatia, ironia e intelligenza (e pure perché è bellissima), pur essendo completamente sconosciuta, conquista il posto come protagonista. E conquista anche gli autori, Bill e Tony, che nascondono un importante segreto, il protagonista maschile Clive, bello e vanesio, e il produttore Dennis, colto, sensibile e boccheggiante in un matrimonio disastroso. Loro, insieme a Sophie, alla serie che si chiamerà Barbara (e Jim), alla Swinging London, alla cultura popolare contrapposta a quella ‘alta’, fanno il libro. Che, almeno io, non ho richiuso se non quando sono arrivata all’ultima pagina.

Nel romanzo si parla di etichette. Di donne che non vogliono essere solo guardate, ma vogliono agire, di gay che cercano di rimanere nei binari di quello che la società pensa sia normale e di gay che invece spingono, cercano, sperimentano e che, a un certo punto, non si accontentano più. Si parla di nord e sud dell’Inghilterra e dell’incontro-scontro tra due diversi mondi culturali. Si parla degli intellettuali bacchettoni, che classificavano le serie comiche  più audaci come spazzatura per ‘plebei’ e che prevedevano già dove sarebbe finita la televisione. Continua qui!

funny girl hornby

Di quello che succederà

Sapete che ho perso il lavoro. No, non sono triste. Non era il lavoro della mia vita, il più delle volte avevo voglia di urlare e tirare le cuffie dalla finestra, sporca, dell’ufficio. Certo, avevo trovato un equilibrio e persone meravigliose. Avevo messo a frutto la mia ironia, autoironia e istinto di conservazione per farlo diventare quasi divertente e il blog e la fanpage mi hanno aiutata tanto, ma no, non sono triste. Nostalgica, ma senza rimpianti.
E, tranquilli, non finirò sotto un ponte, una delle cose che non mi ha mai spaventata è lavorare.
Sapete anche, o meglio vi siete accorti, che ho ridotto il numero di letture e quindi di recensioni. Non ho letto meno in realtà, ho continuato a leggere tanto, ma roba non recensibile e soprattutto mi sono goduta di più i libri che ho letto. Certe volte per finire in fretta un libro, per poter poi passare a un altro, mi perdevo pezzi interi. Non ricordavo trame, personaggi, dettagli fondamentali. Certi libri è come se non li avessi mai letti. E questo, sì, è triste. Quindi meno libri, ma più consapevolezza. Le recensioni non mancheranno.
cambiamenti
Tutto questo preambolo per dirvi che questo sarà un anno intenso. Ci saranno tantissimi cambiamenti che inevitabilmente coinvolgeranno anche il blog. Perché saranno dei cambiamenti così sensazionali che dovrò per forza raccontarveli, tra un libro e un altro.
Avrò ancora questo mesetto di riflessione, riposo, concentrazione, preparazione, chiamatela come volete voi, e poi… andrò per due settimane a Dublino. Da sola. Io e me. Ufficialmente a studiare un po’ di inglese.
Certo, sì, lo so, a Dublino ci sono tantiiiissimi italiani. Ma l’idea di fare quest’esperienza mi riempie di emozione. Forse molte persone sono abituate a viaggiare da sole, ma io no. Sarà tutto nuovo. Credo che non capirò niente per i primi 3 giorni e navigherò a vista, ma poi lascerò fare all’istinto. Cercherò di fidarmi.
Sono terrorizzata, lo ammetto. Ma sapete che c’è? La voglia di andare e mettermi alla prova e visitare una città che ho sempre desiderato vedere nasconde quasi tutta l’ansia. E nascondere la mia ansia non è roba da poco. Io vado in stazione più di mezzora prima perché ho paura di perdere il treno, controllo sempre due volte se ho preso le chiavi di casa e passo giornate intere col dubbio di non aver chiuso il fornello, la candela, la porta (e ci sono persone che possono raccontarvi centinaia di incontri ravvicinati con la mia ansia). Quindi se la mia ansia viene messa un po’ da parte da questa voglia di prendere e partire, vuol dire che lo devo proprio fare. E ve lo racconterò, a modo mio. Sperando di portarvi tutti un po’ con me.

E poi riprenderò a studiare. Ma su questo non ho ancora le idee chiare, quindi lo scopriremo giorno per giorno.

Molto probabilmente vi racconterò anche di quello che succede quando stai cercando un nuovo lavoro e vuoi evitare il call center. Questo, secondo me, sarà divertente.

E infine, molto probabilmente, ci sarà un cambiamento grosso, ma veramente enorme, nella mia vita. Nessun figlio, prima che vi scateniate con le supposizioni. Se veramente questo cambiamento dovesse accadere avrò tante di quelle cose da dire che un blog solo non basterà. Ovviamente ve ne parlerò a tempo debito. Intanto vi lascio crogiolare nella curiosità…

Che premesse scoppiettanti, eh?
Spero di avervi convinti tutti. Perché io ce la metto tutta.

Alla prossima.

Una più uno (The One Plus One) – Jojo Moyes

In Una più uno di Jojo Moyes, Jess è una madre single, ha due lavori che non molla mai, cerca sempre di far in modo che per i suoi figli le cose vadano bene e che non sentano il peso di tutte le difficoltà in cui vivono. Ed è un ‘genio informatico’ che per un clamoroso errore di giudizio si ritrova a doversi nascondere per un po’, rifuggendo la sua vecchia benestante vita a Londra. Tanzie, figlia di Jess, è una bambina speciale, brillante con i numeri, che fatica a inserirsi nella società. Nicky, figliastro di Jess (che ha deciso di prendersi cura di lui nonostante la separazione dal marito), è un teenager alle prese con tutti i problemi dell’età, sommati al carico emotivo del non essere stato voluto dai propri genitori.

Queste quattro persone, per una serie di eventi che, come dico sempre, non vi racconto perché il libro va letto, si ritrovano a passare un bel po’ di tempo insieme, diretti verso una città della Scozia, dove Tanzie deve partecipare alle Olimpiadi di matematica (unica speranza per lei di entrare in una scuola adatta alle sue capacità).
Nonostante la diffidenza di Jess, lo snobismo di Ed, il mal d’auto di Tanzie e un cane puzzolente, l’avventura trasforma queste persone in una famiglia, in una tribù. Inconsapevolmente. E in tutte le famiglie, di sangue o meno, siamo sempre uno più uno, no? Si accettano i difetti, si diventa materasso per attutire la caduta di un altro, ci si aiuta. Si dorme in macchina se si deve, si aiuta un ragazzino a vendicarsi dei bulli che lo tormentano, anche se è illegale, si corre come i pazzi in una città sconosciuta alla ricerca di un paio di occhiali nuovi per permettere a una ragazzina, che sostanzialmente è un’estranea, di realizzare il proprio sogno. Si accetta l’orgoglio dell’altro, si condividono le umiliazioni. E si scoprono i tradimenti. Per poi capire che ci sono tradimenti e tradimenti. E quindi – perché famiglia è famiglia, e amore è amore – si perdonano.

Continua qui!

theoneplusone

Pillole dal call center. Raccolta #3

Queste sono davvero le ultime pillole dal call center!

Prendetele e godetevele. Nel frattempo, sto pensando a qualcos’altro per farvi ridere. Oltre alla promessa di ritornare a parlare più spesso di libri!

call center

“Nella parte destra dell’impegnativa, appena sopra il timbro e la firma del medico ci sono delle caselle con delle lettere, le vede?”
“Sì.”
“Il medico ha barrato una di queste lettere?”
“Sì.”
“Quale?”
“300.”
“…”

“Signora, per questo esame deve arrivare con la vescica piena.”
“Vescica piena?”
“Sì.”
“Ma di acqua?”
Metto il mute: “… no, di vino, signora.”
“Di vino?”
… ovviamente, per sbaglio, il mute non l’ho messo: “Ehm… No, mi scusi, era una battuta. Certo che deve essere acqua, signora”.
“Ah. Di acqua allora?”
“Sì. Acqua.”
“Non di vino?”
“…”

“Prenotazioni, buongiorno.”
“Senta, ma se io vi richiamassi oggi pomeriggio verso le quattro e mezza, per quando mi dareste un appuntamento per un’ortopanoramica?”
“… ho capito bene? Vuole sapere che posti avrò oggi pomeriggio alle quattro e mezza? Quelli che ho ora non le interessano?”
“No, ora è presto.”
Ooook. Aspetta che vado a prendere la sfera di cristallo che per sbaglio l’ho lasciata in borsa.

“Il primo posto disponibile ce l’ho il 17 dicembre.”
“Il 17?”
“Sì.”
Volume più alto: “Il 17?”.
“Sì.”
“Lei è pazza.”
tu tu tu tu

Boh.

“Mi legga la richiesta con precisione, per favore.” Silenzio.
“Pronto?”
“Sì?”
“Mi legga la richiesta con precisione, per favore.”
Silenzio.
“Pronto? Signora?”
“Sì, sono qui. ”
“E mi legga la richiesta.”
Silenzio.
“Signora, ce l’ha la richiesta?”
“Sì”
“E mi può leggere richiesta e diagnosi?”
“Ce l’ho.”
“Ok. E mi legga quello che c’è scritto.”
Silenzio.
“Signora?”
“Io non capisco.”
“Cosa non capisce?”
“Perché devo leggergliela.”
“Me la deve leggere perché purtroppo, anche se lo vorrei molto in questi momenti, non ho superpoteri che mi permettono di vedere attraverso il telefono e se non so cosa c’è scritto non posso prenotare niente.” “Ah.”
“Già.”
“E allora ora gliela leggo.”
“…”

“Il primo posto c’è il 2 dicembre alle 14.”
“Il 2 dicembre? Il 2 DICEMBRE? Ma che vergogna! È praticamente l’anno prossimo!”
“No, signora, è ancora in questo anno e fra poco più di un mese.”
“Ah, sì?”
“Sì.”
“Ma perché oggi che giorno è?”
“Il 27 ottobre, signora.”
“Ah sì?”
“Sì.”
“Allora il 2 dicembre va benissimo!”
“…”

“Guardi, ho un posto venerdì 24 alle 10.30.”
Voce scandalizzata e irritata:”Non se ne parla proprio! Il venerdì mattina io vado a fare la spesa”.
“Lunedì 3 novembre alle 14.00?”
“Noooo, il lunedi io non esco!”
“… martedì 5 alle 9.00?”
“Così presto? … certo che non venite proprio incontro alle persone.”
“…”

“Mi dà il nome e il cognome per confermare la prenotazione?”
“Sì, certo. Glielo spello?”
“…”

“Salve, dovrei prenotare una radiografia al cranio e ai seni paranasali.”
“Mi legge anche il quesito diagnostico?”
“Epitaffi.”
“…”
Questa è una finezza.
Ma quanto ho riso.

“Allora, nella parte destra dell’impegnativa, appena sopra lo spazio dedicato al timbro e alla firma del medico ci sono delle caselle con delle lettere, le vede?”
“…No. Dove?”
“Lo vede il timbro del medico?”
“Sì, è il dott…”
“No, signora, non mi interessa quello, voglio solo sapere se vede le lettere.”
“…ehm… tutte quelle crocette?”
“… ah… proprio accanto, a destra, le vede le lettere? U B D P?”
“Mm… no, non c’è niente.”
“… lei vede le crocette ma non lettere?”
“Le lettere? Quali lettere?”
“…”

“Prenotazioni, buongiorno.”
“Buongiorno, sono ‘me’.”
“…”

“Per favore, mi faccia lo spelling.”
“D di dado, E di Spagna.”
“E di Spagna? Facciamo che è E come Empoli?”
“Sì, può essere.”
“…”
Può essere che? Ma perché?

“Mi dà un indirizzo mail, per favore?”
“Sì. Reeeeis…”
“… ??? me lo scandisca con i nomi di città, per favore.”
“Eh? Rrrrrrrrr eeeeeee esssss…”
“… I nomi delle città, R come Roma?”
“Sì.”
“La E l’ho capita, poi? S di Savona?”
“No… Es.”
“Es? … Mi scusi, ma non ho capito.”
“Es… Es… le mazzarelle incrociate! La croce… ecco ecco: il ‘per’!”
“… il per… la X quindi?”
“Sì, la Es (!!!), il ‘per’!”
“…”

“Prenotazioni, buongiorno.”
“Buongiorno signorina, io vorrei prenotare il più presto possibile una vista specialistica alle orecchie e una pulizia dell’orecchio con un odontoiatra.”
“…”

Prenotazioni, buongiorno.”
“Buongiorno. Io avevo fissato per il 29 luglio una visita genetica, ma non sono venuta per un imprevisto, quindi la devo spostare.”
“Se la data è già passata, signora, non si deve spostare, si deve fissare un nuovo appuntamento.”
“Ah, sì?”
“Sì. Quindi mi legga l’impegnativa, per favore.”
“E perché non si può spostare?”
“…”
Questioni da macchina del tempo.
O di italiano.

“Salve, devo fare una visita otorina!”
“Sì, buongiorno, mi legga l’impegnativa con precisione, per favore.”
“Visita otorina.”
“… mi legga la diagnosi.”
“Privata.”
“… la vuole fare a pagamento?”
“No, col ticket.”
“E allora mi legga la diagnosi.”
“Privata.”
“C’è scritto ‘privata’?”
“No, è barrata la P. Vuol dire ‘privata’, no?”
“…”

“Prenotazioni, buongiorno!!
“Buongiorno, salve, volevo sapere se il campione delle urine va consegnato 2 ore prima della raccolta.”
“…”