Cosa mi mancherà di Milano

Cosa mi mancherà di Milano.

L’Esselunga. Sì, potete ridere, ma sono sicura che chi abita a Milano mi capirà.

Il ristorante cinese di via Giordano Bruno. Dove vanno a mangiare i cinesi. Dove devi aspettare sempre e solo 10 minuti (soggettivi, estremamente soggettivi) e dove fanno i ravioli di carne al vapore più buoni del mondo. Me li sognerò la notte.

Piazza Gae Aulenti. Un luogo per me magico, bellissimo, che credo sia diventato il simbolo di una nuova Milano. Non so se sarà meglio della vecchia, ma intanto quella resta una delle piazze più belle che io abbia mai visto. In quel contesto, ovviamente.

Dire “a Milano ci manca solo il mare” quando d’estate la sera passeggi sul naviglio grande, dopo l’aperitivo, e c’è tanta gente che ride e si diverte. Le donne sono mezze nude e le zanzare fanno festa.

Camminare tra palazzi bruttissimi, grigissimi, tristissimi, svoltare l’angolo e trovarsi davanti a chiese che lasciano senza fiato e scorci da quadro.

Il casino del centro il sabato pomeriggio che alla fine smetti di andarci perché non se ne può più.

Uscire con un’amica per cena e non ritornare nello stesso posto neanche una volta. Ce ne sono troppi da provare!

La signora della porta accanto, che non mi ha mai rivolto la parola, ma che ha detto alla portinaia che cucino bene.

I piccioni di piazza Duomo. Nonostante loro.

Quelli che non hanno capito che alla fermata del tram in via Broletto/Cordusio ci sono sempre, sempre!, i controllori e che continuano a farsi beccare senza biglietto.

E sempre a proposito di mezzi pubblici, quelli che si lamentano perché non funzionano, ma non hanno veramente idea di che cosa vuol dire “i mezzi pubblici non funzionano”. Che lo chiedessero a quelli che stanno da 10 anni ad aspettare che passi il T31 Orta/Napoli… ho sentito che una ha fatto 3 figli, nel frattempo. Lì, alla fermata.

Quelli che Milano è brutta, è sporca, è triste, ma… non si sputa nel piatto in cui si mangia, eh?

I milanesi veri. Che non è vero che sono freddi, antipatici e cattivi. Sono milanesi. Sopraffatti dal continuo cambiamento di scenari, di accenti e di colori. Se li conosci e rispetti la loro città, impari anche ad amarli.

La nebbia. Che, davvero, fatevene una ragione, non c’è. 10 giorni al massimo in 7 anni. Che nebbia è? Almeno in città; non voglio scatenare una rivoluzione dalla provincia…

Brera. Che quartiere meraviglioso.

Via Paolo Sarpi, che grida in faccia ai razzisti: guardate cosa sono stata capace di fare! Tiè!

La metro lilla, anche se non può mancare qualcosa che non hai mai veramente avuto (sto citando sicuramente qualcuno, ma non mi ricordo chi, forse i baci perugina). Nonostante il lilla.

Le trattorie milanesi. Sì, sono napoletana, la mozzarella di bufala sarà sempre la mia migliore amica e gli spaghetti con le vongole del sabato e il ragù della domenica restano sempre il mio ideale di pranzo perfetto, ma, ragazzi, come si mangia bene in quei posti! Il mio polmone destro per una cotoletta comediocomanda.

La 58 barrata.

La Madonnina. Che è veramente bella, così luccicante.

Anche la torre Velasca aka il martello di Thor. È  brutta, ma ci si abitua anche alle cose brutte.

Parco Sempione e quel pezzettino di cancello che ho scavalcato una notte coi tacchi e un vestito corto e stretto.

Il tipo col gallo sulla spalla che girella per le parti di Cenisio.

Il Cimitero Monumentale, anche se ho paura dei fantasmi e mi inquieta tantissimo.

Il fatto che tutto il mondo è paese. È solo la fama che fa sembrare che ci siano delle differenze.

Il “piuttosto che” al posto di “o” che a Milano, e in Lombardia in generale, va un sacco.

I meravigliosi balconi fioriti di chi vive in città, ma che proprio non lo vuole accettare.

Il lavoro dei sogni “a Milano”, che non ho mai avuto.

Gli amici. A lasciare loro mi si spezza il cuore.

E poi altre mille cose che ora mi sfuggono, ma delle quali riconosco l’immensità. Magari farò un’integrazione.

Grazie, Milano, grazie. Perché sei la città dove ho imparato a fare le cose veramente da sola. Perché dai tanto e chissà se se ne accorgono. Perché mi hai fatto conoscere “Le” persone, quelle che tanto lo sai che non ti libererai mai più di loro.
Perché sei bella, anche se non hai il mare.
E soprattutto perché sei stata il trampolino di quello che, e ne devo essere per forza convinta, sarà un futuro splendido.

Ciao, Milano! Vado a vivere a Trieste.

Milano

Quando siete felici fateci caso – Kurt Vonnegut

Parlare di Quando siete felici fateci caso di Vonnegut sarebbe facilissimo. Dice talmente tante cose belle e utili che verrebbe veramente facile farne una celebrazione.
Di questo libro è importante dire solo una cosa: leggetelo.

È un libricino piccolino di 100 pagine e poco più. Sono i commencement speech tenuti da Vonnegut in alcune università americane. I commencement speech sono quei discorsi che personaggi di spicco tengono ai laureandi alla fine dell’anno accademico (famosissimo anche in Italia è quello che ha tenuto Steve Jobs a Stanford: siate affamati, siate folli, bla bla bla…).

Questi discorsi di Vonnegut sono un piccolo tesoro da tenere a portata di mano. Non fa grosse prediche, si limita a dire cose semplicissime, così semplici che molto spesso ce ne dimentichiamo.
Tra le tante cose, dice:

di far caso a quando siamo felici, appunto;
che non c’è niente di più bello delle piccole cose e di quando tutto va bene;
che non abbiamo bisogno di una ‘sola’ persona, ma dobbiamo circondarci di tante persone che ci vogliono bene, quindi la ‘famiglia’ non è solo moglie, marito e figlio (io questo lo so già, ma è vero che ci sono tanti che lo ignorano e sono infelici);
non dimenticarsi mai da dove si viene;
di cominciare dal proprio piccolo per sistemare le cose;
di non abbandonare le proprie passioni, anche solo per far crescere la propria anima.
Ah… e che bisogna saper ringraziare e saper chiedere scusa.

Dice anche: Noi vi vogliamo bene. Vi vogliamo bene davvero.
E dice di essere onesti e buoni: Di regola ne conosco una sola: bisogna essere buoni, cazzo.
E poi dice di non abbandonare mai i libri: Non abbandonate mai i libri. È così piacevole tenerli in mano, col loro peso cordiale. La dolce riluttanza delle pagine quando le sfogliate con i vostri polpastrelli sensibili. Gran parte del nostro cervello si dedica a decidere se quello che tocchiamo con le mani ci fa bene o male. Anche un cervello da quattro soldi sa che i libri ci fanno bene.

E di fare l’amore ogni volta che possiamo, che fa bene.

Dice tutte queste cose con grande umorismo, ironia e semplicità. E a me è successo che poi volevo condividerle con chiunque. E ho pensato che se magari le leggiamo tutti e tutti le condividiamo, forse ne verrà fuori qualcosa di buono.

Insomma, non sto qui a commentare, analizzare, criticare, vi dico solo che è un libro piccolo piccolo: leggetelo!

Nutrirete il vostro spirito critico, perché vi verrà voglia di approfindire alcune cose e farete un bel regalo alla vostra anima.

quando siete felici fateci caso

I miei piccoli dispiaceri – Miriam Toews

I miei piccoli dispiaceri parla di Yoli, la sorella svitata, che ha fatto due figli con due uomini diversi, che scrive romanzi sul rodeo, che che fa sesso col meccanico, con l’avvocato, che gira sempre con una busta di plastica con dentro un manoscritto, e di Elf, la sorella perfetta, bellissima, pianista acclamata, intelligente, amata, che ha un solo uomo e che la adora. A un certo punto Elf non vuole più vivere e Yoli non sa proprio come fare per impedirle di morire. Insieme alla madre, a Nic, l’uomo di Elf, a sua zia Tina, pensano, provano, parlano. Yoli, per il troppo amore, prende anche in considerazione l’idea di aiutarla.
E il libro è questo, ci racconta delle vite di queste due donne, così diverse, così sorelle e di come l’una cerchi di convincere l’altra a continuare a lottare e a voler vivere. La Toews non prova a dirci se il suicidio sia giusto o sbagliato, ma, col suoi stile diretto, che io francamente adoro, ci racconta attraverso l’arrabbiata, paranoica, ‘incercadellafelicità’, Yoli, come si fa a sopportare e supportare chi non vede più la bellezza della vita, chi non ha più speranza. Di come prendersi carico di questa speranza e andare dritti per la propria strada. E ci racconta come, nonostante la diversità e la durezza con cui le due sorelle a volte si parlano (Elf vuole morire, Yoli vuole tenerla in vita, non c’è possibilità di un compromesso), quanto sia forte quest’amore, quanto, nonostante tutto, Yoli cerchi di capire la scelta di Elf e non la accusi mai, se non per convincerla a vivere, per provocarla.
Finisce che i piccoli dispiaceri di Elf diventano quelli di Yoli, che cerca di metterli a posto, nonostante la morte. Yoli capisce che la tristezza è dentro tutti, ma non vuole soccombere a questo. Lei deve trovare la felicità.

I miei piccoli dispiaceri

Quando leggi un romanzo della Toews (ne ho già parlato qui e qui!) piangi e ridi contemporaneamente. Piangi perché i suoi libri sono pieni di quella tristezza semplice, quella che ti ferma il cuore, che fa parte della vita, per quanto siano assurde le situazioni che questa scrittrice ci racconta. E ridi perché, nonostante tutto, nonostante quella tristezza, ci sono episodi divertentissimi; e ridi anche perché nei suoi libri non manca mai una cosa fondamentale: la speranza. Anche qui è quella semplice, quella che fa parte della vita e quella che lo fa andare avanti il cuore. Se I miei piccoli dispiaceri forse è un po’ più triste rispetto agli altri libri della Toews, in realtà è anche quello più pieno di speranza, perché ci racconta che dalla morte di qualcuno, dall’accettazione delle scelte degli altri, possiamo continuare a vivere e a costruire. La madre di Yoli ed Elf è il personaggio cardine per questo, che tiene un po’ le fila, con tutta la sua forza e la sua splendida eccentricità.

Questo libro poi è pieno zeppo di letteratura, l’incipit de L’amante di Lady Chatterley fa da monito all’intero libro e una poesia di Coleridge ne suggerisce il titolo:

Avevo anch’io una sorella, una sola,
era pazza di me, come io di lei.
Le confidavo i miei piccoli dispiaceri,
come un paziente abbracciato alla nurse,
e quel malessere oscuro del cuore
che si vergogna anche di un occhio amico.

lady chatterley

Anche la musica la fa da padrona: Elf è pura musica con la sua pelle bellissima, le sue mani, tutto il suo essere. Lei stessa dice di avere dentro un pianoforte di vetro ed è terrorizzata all’idea che possa rompersi. E quindi decide di non vivere più con questa paura.

Non c’è bisogno di iniziare discussioni etiche sul suicidio; non credo che la Toews abbia voluto questo scrivendo I miei piccoli dispiaceri, c’è bisogno solo di sedersi e leggere un bel libro. Faticoso, lo ammetto, soprattutto nella parte centrale che è stata difficile e un po’ lenta, ma bellissimo, pervaso dalla tenerezza che caratterizza la scrittura dell’autrice, dal suo umorismo diretto, che racconta una storia di vita, di amore e di scelta.

Miriam Toews ha scritto questo libro “per dare forma a un dolore vero”, io vi consiglio di leggerlo perché è bello ‘leggere’ il dolore che diventa speranza e ridere proprio perché abbiamo speranza. E si sa che ridere con intelligenza è il miglior regalo che possiamo fare al nostro cervello.

#comesidice ‘stage': staaag o steig?

Metti per esempio che vai a un colloquio, sembrano seri, ti siedi e la persona di fronte a te comincia a descriverti la posizione ed esordisce con: “Allora, lei è qui per lo ‘steig’”, pronunciato /steɪdʒ/, all’inglese.
Questo signore, che sembra serio, ti ha appena chiesto se sei lì per il ‘palcoscenico’. In che senso? Costruirlo? Montarlo. Devi recitare?

E tu, quando hai risposto, che cosa gli hai detto? “Sì sono qui per lo ‘steig’” pure tu?” O hai risposto: “Sì, sono qui per lo staaag”. Pronunciato /’staʒ/, praticamente come si scrive, allungando un po’ la ‘a’ e facendo una strana ‘g’.

Perché se hai pronunciato ‘steig’, hai sbagliato. Ti stai riferendo pure tu a un fantomatico palcoscenico.

Ogni volta che sento ‘steig’, penso a me, su questo palcoscenico, che faccio la danza delle budella rivoltate. E poi subito dopo mi ricordo di un mio professore dell’università che ogni volta che qualcuno diceva ‘steig’ riferendosi a un ’tirocinio’, cominciava a farsi uscire il fumo dalle orecchie. Per niente divertente se, per esempio, dovevi discutere della tesi con lui o stavi per farci un esame.

Comunque, non ci distraiamo.

Se invece hai risposto alla francese ‘stage’ (/’staʒ/), hai tutta la mia stima. Risposta giusta. Perché è quella la pronuncia corretta.
D’altronde diciamo ‘stagista’ e non ‘steigista’, solo questo dovrebbe mettere la pulce nell’orecchio.

stage

Come avete ben capito, spero, la parola ‘stage’ è francese e proviene dall’antico ‘estage’, che voleva dire più o meno ‘soggiorno’. E volete sapere una cosa? In Inghilterra lo sanno e, infatti, loro questo errore non lo fanno, l’Accademia della Crusca infatti ci racconta che:

“la maggioranza dei vocabolari suggerisce come preferibile la pronuncia francese, ma allo stesso tempo registra come ammissibile e frequente quella inglese. Se in Italia ci si può ragionevolmente attendere di essere compresi pronunciando stage sia alla francese sia all’inglese*, è però sconsigliabile pronunciarlo all’inglese in Gran Bretagna; a meno che con make a stage non si voglia intendere, in un inglese a dire la verità approssimativo, ‘allestire un palcoscenico’.”

*(nota mia: perché l’Italia è il paese della flessibilità ad capocchiam, de “l’importante è che ci capiamo che ce ne frega delle regole”. Il male.)

Qui trovate l’intero articolo nel quale si parla di stage e tirocinio e dell’evoluzione di queste parole nel significato attuale.

Insomma, credo sia chiaro. Spero.
Diffondete il verbo, durante i vostri ‘stage’.
Sperando che siano veri, non schiavismo mascherato e, almeno, retribuiti.

We are family – Fabio Bartolomei

Al Santamaria è un genio. A quattro anni già legge, scrive e parla meglio di sua sorella più grande. Il suo mondo è la sua famiglia. Per lui è perfetta. Stanno insieme, ridono, giocano. La madre Agnese è bellissima e fa i ciambelloni più buoni del mondo, il padre Mario Elvis è divertente, fissato con Elvis, appunto, ed è un astronauta travestito da autista di bus. Al passa i giorni a godere di questo guscio caldo e, essendo più intelligente di tutti gli altri, a fare progetti per salvare il mondo, ma visto che è difficile farlo tutto insieme, capisce che bisogna cominciare casa per casa e quindi parte dalla sua famiglia. E questo progetto di perfezione e salvezza impegnerà Al praticamente per tutta la vita.

we are family

We are family è un libro che fa ridere, fa commuovere, fa riflettere e insegna. E che, per questo, amerete.
Fa ridere perché le avventure di Al, il suo punto di vista, la sua ironia, la sua intelligenza mettono insieme una serie di battute, scene, teatrini da piegarsi in due ogni volta. Fa commuovere perché, ben nascosto dietro il brillante e divertente Al e la sua energica famiglia c’è un dramma che viene fuori a poco a poco. E non posso dire di più, perché sennò vi svelo troppo.
Fa riflettere dal punto di vista sociale, perché, come appunto dice Al,“c’è stato un boom economico e la famiglia Santamaria nemmeno se n’è accorta”. Ci parla, in maniera diretta della condizione degli italiani degli ultimi 40 anni, del “boom” e di quanto effettivamente abbia toccato le persone ‘normali’, quelle oneste, quelle che cantano in macchina con i figli, che giocano con loro e che hanno come più grande aspirazione quella di dare loro un tetto sopra la testa che non sia in affitto. Fa riflettere dal punto di vista dei sentimenti, di come certi rapporti, quelli tra fratello e sorella, per esempio, siano inevitabili, ristoratori, incomprensibili e vitali. Al e Vittoria sono ‘la’ famiglia. Quello che Vittoria fa per Al, l’accettazione, la leggerezza con cui gli permette di vivere, assecondandolo ma proteggendolo, è uno dei regali più grandi che un fratello possa fare a un altro.
E ci insegna anche che certi sentimenti che noi sentiamo come complicati in realtà sono semplici; la spiegazione dell’amore di Al è una vera e propria lezione di vita, in tutta la sua tenera semplicità: “Significa che non ho dubbi, che tutte le domande hanno la stessa risposta. Chi voglio? Te. Cosa voglio fare? Te. Dove voglio andare? Te. Cosa voglio mangiare? Te”.

We are family ci insegna anche a ritornare un po’ bambini, come Al, che bambino lo sarà per sempre. Ci insegna che ‘famiglia’ è dove ci sono le persone che ami e che ‘giocano’ e lottano insieme a te; che la casa promessa è un posto nel cuore, indipendentemente dalla catapecchia dove andrai a vivere. We are family ci insegna a credere anche un po’ di più nei sogni, e che è possibile ‘costruirsi’ pezzo dopo pezzo, con determinazione e un pizzico di follia, nonostante tutto sembri remare contro. Se la causa è giusta, almeno per noi, niente dovrebbe fermarci.

we are family

È un libro che si legge velocemente, nonostante la densità e le emozioni che suscita. È un libro veramente divertente che può essere apprezzato anche da chi lettore forte non è. Fabio Bartolomei è uno scrittore che sa quello che fa, dosa bene dramma e divertimento e, davvero, scrive benissimo. È  un vero piacere leggerlo. Di lui avevo già letto e apprezzato Giulia 1300 e altri miracoli e La banda degli invisibili, ma, forse per questo mio preciso momento storico, We are family è quello che tra i tre mi è piaciuto di più.

Per chi ha dei fratelli e non ha capito quanto sono fondamentali; per chi non ce li ha, ma è circondato da persone che potrebbero tranquillamente esserlo; per quelli che si sono impantanati nel cercare di realizzare i propri sogni. Per quelli che si complicano la vita, crescendo. E per quelli che si sentono un po’ diversi, perché non hanno perso la spontaneità infantile e la leggerezza, nonostante il mondo intorno a noi faccia in modo che sembri una cosa brutta.

Il Salone del libro 2015 secondo me – Parte seconda: mi è piaciuto

Dovevo andarci da sola al Salone del libro e molto probabilmente sarebbe stata comunque una bella giornata. Forse invece di andare a mangiare al ristorante (perché “ma che ce ne fotte, sediamoci e godiamocela”), mi sarei presa un panino triste e, sicuramente, non avrei sorriso così tanto.

Salone libro ticket

Quindi, la prima menzione va alla compagnia. Grazie, Vicky, per essere venuta con me, per avermi assecondata quando sparavo nomi di editori a caso e li andavo a cercare e per avermi fatto da fotografa ufficiale. E per non esserti mai lamentata perché siamo state troppo in piedi. E per avermi detto a un certo punto che dovevo smetterla di spendere soldi, anche se penso che stavi cercando di convincere più te che me.

Il Salone del libro, per un lettore forte (mi pare che vengano definiti così) è tipo l’Edenlandia quando il nonno ti ci portava la domenica. Edenlandia forse lo capiscono solo i napoletani, vero, facciamo Gardaland, ma non è la stessa cosa, questione di sfumature.

Ci sono libri da tutte le parti, alcuni degli scrittori che vuoi proprio sentire sono lì a portata di mano, eventi che solo lì puoi trovare e solo per veri appassionati. Un enorme negozio di giocattoli dove vorresti prendere tutto e non sai da dove cominciare. Ci sono andata per due volte e per due volte mi ha fatto questo effetto. Anche se non comprerai niente da Sellerio, da Neri Pozza, Nottetempo, Minimum fax, Adelphi, ecc. ecc. (nomi a caso), devi andare a vedere lo stand, devi vedere che libri ci sono, devi sfogliarli, annusarli, devi ascoltare cosa dicono le persone che sono ammassate attorno a quel libro su quel libro, devi capire se ti può interessare, se ti può piacere.

È l’occasione giusta per incontrare persone che condividono la tua stessa passione, con le quali interagisci da tempo solo attraverso il web. Io ho incontrato la Lettrice rampante, Elisa, solo per 5 minuti e per scambiare due chiacchiere veloci, ma è stato bello scoprire che dietro tutti questi libri ci sono delle facce pulite e sorridenti.

È il momento per incontrare scrittori che ti hanno colpita. Sono andata a cercare Serena Venditto allo stand della Homo scrivens, perché a me lei ha fatto simpatia già a Bookpride e Aria di neve, mi era piaciuto tanto. E mi ha raccontato che sta scrivendo il seguito, delle sue ‘difficoltà’ di scrittrice tra impegni ed esami, del fatto che è solo dopo le cinquanta pagine che comincia a sentirsi più a suo agio con quello che scrive. Un fiume in piena di umiltà, parole e simpatia in due minuti d’orologio. Ovvio che leggerò il seguito di Aria di neve, se ero già convinta, ora lo sono ancora di più.

Al Salone del libro poi capita che fai le smorfie alle spalle di Andrea e Franco, i protagonisti, reali, di Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas. Ero in attesa di pagare allo stand della Marcos y Marcos e questi due, di spalle, non si volevano proprio spostare… non avevo mica capito! La tipica scena ‘angeliana’ che mi ha procurato due minuti di imbarazzo e di risate con la ragazza che si occupava dello stand.

E con la ragazza dello stand della Marcos y Marcos (non ti ho chiesto il nome, scusami, se mai mi leggerai) ho chiacchierato per cinque minuti su Miriam Toews e su come sono contenta che loro la pubblichino, che io la adoro e che sicuramente parlerò anche dell’ultimo libro I miei piccoli dispiaceri.

E al Salone del libro capita anche che la signora che ti sta servendo il risotto al nebbiolo ti chieda se sei una ‘professionista'; tu le rispondi che teoricamente saresti lì come blogger, ma non sei così sicura, e poi lei ti chiede di spiegarle una volta per tutte che cosa è un blog. …

Sugli eventi posso dire ben poco perché non ho avuto tempo di assistere a molto, purtroppo in un solo giorno o vedi la fiera o vai agli eventi.
L’unico evento al quale sono andata è stato quello con Gianrico Carofiglio. Non potevo proprio perdermelo. Forse prima o poi vi parlerò dei libri di questo scrittore che adoro e che mi ha dimostrato di essere brillante e simpatico non solo tra le pagine, ma anche di persona. Partendo dal suo personaggio più conosciuto l’avvocato Guido Guerrieri, ci ha parlato, facendoci ridere anche tanto, di morale, di bontà e della capacità di essere autoironici per ridere di sé.
E poi, alla fine, mi ha conquistata ancora di più, insistendo per firmare tutti i libri delle persone che stavano aspettando, nonostante andasse di fretta e la signora dell’Einaudi che lo accompagnava lo stesse tirando via dalla giacca, dicendo che non poteva più trattenersi.

Salone libro Carofiglio

Insomma, libri, parole, colori, tanta gente, tanta gente strana, incontri surreali. Eventi come questi sono belli anche solo se ti siedi in un angolo e osservi tutta la fauna che partecipa. Da quelli che ci credono davvero, gli entusiasti, quelli che ‘lavoro nell’editoria e quindi a prescindere sono più figo di te’, quelli che non sanno di cosa parlano, quelli vestiti malissimo, quelli vestiti benissimo, quelli con le facce da ‘non so proprio cosa ci faccio qui’, alcuni editori che li guardi e ti chiedi “ma perché?”, quelli che comprano un libro solo per avere ‘quella’ shopper (ehm…), quelli che arrivano col trolley (e sul comprare libri al Salone vedere la prima parte e la questione sconti). Quelli che vanno nello stand Feltrinelli e visto che c’è Saviano a firmare autografi, chiedono agli addetti Gomorra (pubblicato da Mondadori), e quelli che, nonostante siano belli grandi e cresciuti si fanno la foto con Snoopy, Lucy Van Pelt e Charlie Brown (uno dei momenti migliori, decisamente).

Il Salone del libro è un luogo che tutti i lettori (forti?), almeno una volta, dovrebbero visitare, anche solo per dire: “Naaaa, troppa gente, me ne torno a casa sul divano col mio libro”. Perché lì, se vuoi, vedi tutto il panorama, colorato, rumoroso e profumato di libri. E una vista d’insieme, per capire, soggettivamente, cosa è buono e cosa no, serve sempre.

Io da parte mia, spero di tornarci di volta in volta, sempre con lo stesso entusiasmo.

Il Salone del libro 2015 secondo me – Parte prima: i ’non mi è piaciuto’

Un giorno solo al Salone del libro è poco per scrivere un post ‘serio’ e forse andarci di sabato non è stata proprio la decisione più saggia, ma si fa quel che si può e un’idea me la sono fatta.
Parliamo subito di quello che non mi è piaciuto, così ci togliamo il pensiero.

L’immagine scelta per il tema. Ma… perché?

Salone del libro 2015

Il significato è anche chiaro (Meraviglie d’Italia, blablabla…), ma non ci credo che non ci siano state idee migliori. Lo aveva già detto qualcuno di cui mi fido che è brutta e lo confermo anche io; dal miscuglio disordinato di cose che dovrebbero rappresentarci, alla mancanza totale di libri. Poi, quella vera, da vicino, a grandezza naturale, mi ha fatto anche un po’ paura. Bocciata, mi dispiace.

salone libro

La mappa dell’evento
Non quella cartacea, quella dell’applicazione. Inutile e inguardabile perché identica alla cartacea solo molto molto più piccola. Se hai gli occhi buoni non è un problema grosso. Se invece sei mezzo ‘cecato’ come me ti tocca stendere il lenzuolo della mappa cartacea tutte le volte. E se sei pieno di borse, di libri, di gente, diventa complicato. Se sei fortunato e sei in compagnia è tutto un “mi tieni questo? Sì grazie. Faccio subito. Oh, scusi…“

Pochissimi, anzi rarissimi, sconti sui libri
Ho capito che il mercato è in crisi, ma, dal basso della mia ignoranza, non voglio credere che non ci sia la possibilità di fare sconti dedicati in un evento come questo. Perché uno dovrebbe andare al Salone del libro? Sì, va bene, ci sono gli eventi, ma tante persone non sono interessate a quelli e tante che vanno agli eventi, che pagano 10 euro per sentire Carofiglio o qualsiasi altro scrittore o personaggio presente, sarebbero molto più contente se ci fossero degli sconti. Perché chi va agli eventi è un lettore vero e fedele e se lo merita. Sinceramente, se devo andare in un posto dove ci sono un enorme stand Feltrinelli, un enorme stand Mondadori, un enorme stand RCS, ecc. ecc., vado in centro a Milano, o a Torino o in qualsiasi altra città, che è uguale (e ho le carte fedeltà sulle quali accumulo punti e, appunto, sconti). Ho l’impressione che ci sia la convinzione che ‘tanto chi legge i libri se li compra lo stesso’, sì, vero, io ne ho comprati quattro a prezzo pieno, ma girando, vagando di quarta di copertina in quarta di copertina, scoprendo, ho fatto una lista di un’altra decina di libri che comprerò, scontati, su Amazon. Scusate, Amazon è cattivo sì, ma le tasche sono le mie.

Poi c’è un’altra cosa che non mi è piaciuta forse perché era sabato e c’era troppa gente, e gli espositori erano impegnatissimi: se volete andare al Salone del libro per esplorare tra le piccole case editrici, non ci andate. Vengono completamente fagocitate da quelle grandi, con i loro Saviano di turno che richiamano folle enormi. L’attenzione viene sviata dai colori luminosi dei colossi. Io ho cercato qualcuno e l’ho visto, ma chi viene solo a farsi un giro rischia di non accorgersi nemmeno della presenza di alcune case editrici piccoline. Non è l’ambiente giusto per scoprire un’altra Italia ‘editoriale’ che merita (non tutti, eh? Anche lì, meglio essere selettivi); meglio i piccoli eventi, come Bookpride, o l’evento dedicato proprio alla piccola e media editoria come Più libri più liberi a Roma.

E non mi è piaciuta l’ombra nera e buia di quegli editori che non pagano i propri collaboratori. Erano presenti, ed erano presenti anche i collaboratori a informare le persone con i volantini. Non ci avete fatto una bella figura, cari editori non paganti, sappiamo chi siete. E anche se non voglio giudicare, e non voglio analizzare i motivi del perché questo accade (io, quando ho lavorato come correttrice di bozze, sono sempre stata pagata), questa è proprio una cosa brutta, il lavoro è sacro e va rispettato e soprattutto compensato. A questo punto pubblicate meno robaccia e dedicatevi alla qualità. Credevo che per me il ‘lavoro’ nell’editoria avesse toccato il fondo quando mi è stato chiesto di correggere una bozza di 400 e passa pagine dal venerdì sera al lunedì mattina alle 9 (e anche bene, per favore, che sennò non ti chiamiamo più. Ho rifiutato per motivi personali e la mia carriera editoriale è finita), ma a quanto pare il fondo è sempre più in fondo.

Non mi viene in mente altro, e sicuramente mi sono dimenticata di qualche cosa, anche perché di natura non sono una criticona, tendo a tollerare, quindi, in realtà, vincono le cose che mi sono piaciute, perché ho vissuto una giornata meravigliosa, con una compagna di viaggio meravigliosa, con incontri meravigliosi…

Ma leggerete il resto domani.

salone libro dall'alto

Ogni cosa è illuminata – Jonathan Safran Foer

Ogni cosa è illuminata è un libro da leggere o piano piano o veloce veloce. Io l’ho letto piano piano perché ormai i libri ‘seri’ li leggo solo così, per ricordarli e poi, in questo particolare caso, perché mi sono detta che dovevo capirlo e perdermici dentro. E mi ci sono veramente persa dentro. Però, potete leggerlo anche veloce veloce, ma sinceramente non so se poi la storia che vi racconta vi farà meno male.

Ogni cosa è illuminata è anche un libro che inganna. Perché è buffo, ci sono scene surreali, divertenti, si gioca con la lingua, con le parole e il loro significato (bravo il traduttore, ma, se mai ne avrò il tempo, mi piacerebbe leggerlo in inglese per capire meglio i giochi linguistici che ha fatto Foer) e poi a un certo punto il terribile e l’indicibile spuntano fuori e se da qualche parte ho letto che il buffo è uno dei pochi modi per raccontare la tragedia, ammetto che per molte pagine ho trattenuto il respiro. Mi aspettavo questa storia, non mi aspettavo che venisse fuori così.

Jonathan è uno studente americano che, con in mano una fotografia, va in Ucraina alla ricerca della donna che ha salvato suo nonno durante la Seconda Guerra Mondiale. A fargli da guida ci sono Alex, un “molto pregiato giovanotto”, suo nonno, che pensa di essere cieco, ma guida, e il cane puzzolente.

All’inizio tutta la storia sembra non avere senso, c’è la narrazione del viaggio dei tre uomini, c’è la storia della famiglia di Jonathan dalle origini nel villaggio di Trachimbrod e poi ci sono le lettere che Alex scrive a Jonathan. Mettere insieme questi tre filoni che a loro volta contengono altri filoni è complicato solo in apparenza, perché, leggendo, tutto, appunto, viene illuminato.

Un viaggio nel passato, per andare avanti. Perché “SE DOBBIAMO BATTERCI PER UN FUTURO MIGLIORE, NON DOBBIAMO CONOSCERE IL NOSTRO PASSATO E RICONCILIARCI CON ESSO?”. E Il viaggio nel passato sarà feroce, triste, divertente, epifanico, dritti nella Storia. Nella storia degli ebrei massacrati in Ucraina, nella storia delle codardie e delle imperdonabili cose che sono state fatte, nella storia che va sì illuminata, digerita, ma mai dimenticata.

ogni cosa è illuminata

Si possono avere delle serie difficoltà a capire lo stile di Foer, un po’ di realismo magico, surrealismo e così via; ammetto che deve piacere il genere. Se vi piacciono i libri che vanno dritti al punto (che poi sono quelli che preferisco anche io, ormai dovreste saperlo), che vi raccontano i fatti senza troppi fronzoli, lasciate perdere.  Se volete una storia che vi racconti proprio tutto, ma che sia anche un po’ magica, che vi faccia ridere, vi commuova e vi dia qualcosa su cui riflettere, allora provate a leggerlo. Questo romanzo può solo donare emozioni, negative o positive, non importa. E ci sono dei passi di pura poesia; solo per quelli ne vale la pena.

E poi magari guardate anche il film, come farò io.

Ogni cosa illuminata è anche un libro d’amore, nonostante tutti continuino a dirsi che non si amano e a un certo punto sembra che l’amore sia stato calpestato, masticato e sputacchiato. Perché, come dice ridendo la bibliotecaria della Biblioteca Yankel e Brod a pagina 241, tutti (i libri) parlano d’amore.

Le prime storie, il compleanno e “bene, bene, andiamo insieme”

Uno dei miei primi ricordi riguarda due libri, rilegati in cartonato, belli grossi, rivestiti di seta rossa. Uno era Storie proprio così di Rudyard Kipling, l’altro non me lo ricordo, ma molto probabilmente erano delle fiabe dei fratelli Grimm. Le prime storie che mi sono state lette da bambina prima di dormire. Me le leggeva mio padre.
Lui non ha studiato e ha preso la terza media perché doveva. Ma è stato lui il primo a  insegnarmi il piacere delle storie lette e raccontate. Mi ha insegnato a fare i cruciverba anche, e ha provato a insegnarmi a giocare a scacchi ma, ahimé, lì c’è stato un fallimento su tutta la linea. È grazie a lui, per esempio, che so dove si trova Trieste, perché lui le conosceva tutte le province d’Italia.
Mi ha insegnato la gentilezza e la forza che c’è nella calma. Mi ha insegnato l’ironia, l’autoironia, e il parlare poco ma parlare bene (su questo avrei bisogno di ripetizioni, dovrei passare più tempo con lui).
Mio padre mi ha insegnato anche a bere per divertirmi e non per dimenticare. Io credo che le meglio sbronze me le sono prese con lui.

E mi ha insegnato che il coraggio uno se lo può dare. Che a sessant’anni può cambiare tutto, che tu puoi cambiare tutto e che l’orgoglio certe volte è meglio metterlo da parte e che bisogna chiedere aiuto, perché è più importante la dignità. Grazie a lui so che se le carte in tavola cambiano tu puoi comunque ancora vincere.

Da mio padre ho preso questo naso un po’ appuntito con la gobbetta, gli occhi marroni che vanno un po’ in giù, le labbra sottili, i capelli crespi, i denti tutti storti e la miopia tardiva.

Da mio padre ho preso anche il compleanno.
Il 4 maggio 1983 io nascevo e lui festeggiava 31 anni. Questo è il nostro giorno.

papà

Ogni anno io il 4 maggio mi sveglio e non penso che è il mio compleanno, ma al ‘nostro’ compleanno, lo chiamo e noi come due cretini stiamo per cinque minuti a dire “Auuuugurii” “Auguuuuuuuuri” “No auguri prima a te” “E auguri pure a te”.

E facciamo le voci ironiche. Come quella sua calda e profonda di quando mi leggeva le storie di cui sopra. A una di queste storie sono particolarmente affezionata. Perché è talmente scema che mio padre la leggeva trattenendo le risate. E allora io e mia sorella ridevamo e alla fine era tutto un ridere e col cavolo che dormivamo.

La storia è questa qua:

“Dove vai?”
“A Cogozzo”
“Io vado a Cogozzo, tu vai a Cogozzo, bene, bene, andiamo insieme!”
“E tu ce l’hai il marito? Come si chiama?”
“Tito!”
“Mio marito Tito, tuo marito Tito, io vado a Cogozzo, tu vai a Cogozzo, bene, bene, andiamo insieme!”
“E tu ce l’hai un bambino? Come si chiama?”
“Pino!”
“Il mio bambino Pino, il tuo bambino Pino, mio marito Tito, tuo marito Tito, io vado a Cogozzo, tu vai a Cogozzo, bene, bene, andiamo insieme!”
“E tu ce l’hai la cuna?”
“Si chiama Sbattiluna!”
“La mia cuna Sbattiluna, la tua cuna Sbattiluna, il mio bambino Pino, il tuo bambino Pino, mio marito Tito, tuo marito Tito, io vado a Cogozzo, tu vai a Cogozzo, bene, bene, andiamo insieme!”
“Ce l’hai il servitorello?”
“Si chiama Vabelbello!”
“Il mio servitorello Vabelbello, il tuo servitorello Vabelbello, la mia cuna Sbattiluna, la tua cuna Sbattiluna, il mio bambino Pino, il tuo bambino Pino, mio marito Tito, tuo marito Tito, io vado a Cogozzo, tu vai a Cogozzo, bene, bene, andiamo insieme.”

È Donnette, dei fratelli Grimm.
Oggi festeggio dicendomi continuamente “bene, bene andiamo insieme”, il motto per il futuro che verrà, e pensando al mio papà, come sempre sarà. Perché anche se il compleanno è una cosa tutta personale, per me condividerlo con lui è veramente un onore.

Auguri a me.
E auguri pure a te, mio papà gentile.

La scrivania

Ci sono oggetti e oggetti.

Oggetti di cui ti liberi facilmente, perché il passato è passato e, come ho scritto qualche giorno fa a mia sorella, incartiamoceli nel cuore e non nelle scatole.

E poi ci sono oggetti che, sì, sono passato, ma che sono anche presente e che speri siano pure futuro, perché, semplicemente, non sei ancora pronto a lasciarli andare. O a lasciar che cambino il loro significato. Uno di questi oggetti è la mia scrivania.

È d’antiquariato e l’ho trovata nella stanza dove mia zia Elisa aveva deciso di sistemarmi quando sono arrivata ad Arezzo, un settembre di quasi 13 anni fa. Zio Sergio, il marito di zia, è un ebanista, comunemente detto restauratore; dico ‘è’ perché anche se è in pensione da un po’, quando tocca un pezzo di legno maltrattato, riesce a fare ancora vere e proprie magie (sì, sì, Pinocchio, Geppetto, bla bla bla) e quindi la loro casa era piena di tutti questi mobili possenti, antichi che, ora li adoro, ma all’epoca mi spaventavano anche un po’.

Chissà quante vite ha vissuto prima di me questa scrivania…

È successo che la scrivania messa lì, tra l’armadio e il comò di mia nonna, perché dovevo studiare e quello passava il convento è diventata il mio fortino e il mio campo di battaglia. Su questa scrivania ho iniziato le mie letture ‘serie’: Dante, Machiavelli, Ariosto e poi Calvino, Fenoglio, Verga, Svevo e ancora Zola, Stendhal, Hugo, Flaubert, passando per la Woolf, la Serao, la Morante, la Bellonci…

Su questa scrivania ho letto Shakespeare, De Filippo e Beckett.

E ho scritto la mia prima tesi su Boccaccio e il suo Decameron e l’altra sulla grande sconosciuta Alba De Céspedes.

Migliaia di penne, foglietti, post it, le unghie di Briciola, il gatto aretino, ben conficcate nella copertura di pelle, segnalibri, polvere, vestiti abbandonati, libri, quaderni, peluche, fotografie.

Su questa scrivania ho appoggiato per la prima volta il mio primissimo computer, un ibook g4 di quelli che la apple non se la cagava ancora nessuno, e ho scoperto le magie di Internet, del blogging. E la possibilità di poter comunicare con tutti anche se si è lontani.

Su questa scrivania ho imparato che il detto “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” è una grande cazzata ed è vero solo se vuoi che lo sia.

I cassetti di questa scrivania: quanti segreti, quanta polvere, quanti piccoli oggettini che mi hanno accompagnata durante i miei anni ad Arezzo…

È un oggetto che mi ricorda chi ero. Il mio prima e il mio dopo.

la scrivania

E, sinceramente e vergognosamente, me ne ero dimenticata. Non le avevo più dato importanza fino a quando non sono andata un fine settimana ad Arezzo e zia Elisa mi ha detto che zio Sergio l’aveva restaurata e che se volevo potevo portarla a Milano, ‘a vivere con me’.

E l’ho fatto, anche se non ho un vero e proprio posto dove metterla, anche se è stata derubata del suo ruolo e ora mi fa da ‘appoggiatutto’ in camera.

Nel momento stesso in cui l’hanno caricata in macchina ho saputo che quest’oggetto mi seguirà ovunque andrò. Perché io, nonostante tutto, non sono ancora ‘arrivata’, se mai si arriva da qualche parte. Ma quando succederà, se succederà, voglio che ci sia questa scrivania con me. Voglio lanciarci sopra violentemente, come facevo con la borsa dei libri quando ritornavo a casa dall’università, rovinando ogni volta di più la copertura di pelle, l’altra borsa, quella più importante, quella delle fatiche. Per poi sospirare di serenità.