Cara Trieste

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Cara Trieste,

un anno fa ho preso il treno e son venuta da te. E forse solo tu, Stefano e Dorothy conoscete la verità di quel giorno lì.
Sai, alle persone io racconto solo le cose belle e/o divertenti che mi succedono e mi tengo per me quelle brutte, ché di patetismi gratuiti ne avanziamo già abbastanza.
Però, ora, dopo un anno, è arrivato il momento di raccontare il 22 giugno 2015, quando mi sono ritrovata sola, in una casa vuota a Milano e ho preso quel treno che tu sai.

Trieste, io sono sempre stata molto contenta di venire da te, perché mi hai chiamata e bla bla bla (tutte storie che puoi leggere negli altri post che ho scritto su di te), ma quel giorno lì, ero triste, tristissima, angosciata, spaventata, confusa e chi più ne ha più ne metta. Non ero sicura di niente. Stavo facendo la scelta giusta? Lo stavo facendo solo per amore? Che cosa avrei fatto io a Trieste? Se non ero riuscita a trovare un’identità lavorativa nella vivissima Milano, come avrei fatto a farlo nella piccola Trieste?
Stavo rinunciando a una parte di me? Continua a leggere

Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci

Il libro di Giordano Meacci, edito da Minimum fax, Il cinghiale che uccise Liberty Valance, ci racconta di un cinghiale che a un certo punto comincia a “capire” la lingua degli umani.
E, con tutte le difficoltà che questa nuova magica scoperta porta, comincia a elabora veri e propri pensieri, acquisisce consapevolezze e sentimenti. Nel libro, si parla anche di tutta una serie di personaggi che, nell’inventata Corsignano, una cittadina tra Umbria e Toscana, vivono la loro vita fatta di passioni, tradimenti, scoperte, paura, perdita. Non c’è un’unica trama con varie sfaccettature, ci sono tante trame, che però fanno un’unica grande storia sull’amore e la solitudine e l’incomprensibilità.
I ricordi di una donna abbandonata all’altare, i soldi persi a carte, incontri con delle prostitute in una panda, amori sbagliati, matrimoni che finiscono, delitti che si consumano.
E il film che viene citato nel titolo? Se ne parla, sì, e tiene un po’ il ritmo della narrazione, tornando via via, attraverso i discorsi di Walter e Fabrizio, due dei protagonisti del libro,che lo analizzano nei minimi dettagli.

IL cinghiale che uccise Liberty Valance

Da un lato ci sono gli umani che arrancano nelle loro vite, dall’altro c’è Apperbohr, questo cinghiale che è troppo bestia per provare a farsi capire e temere dagli umani e troppo umano per essere capito dagli altri cinghiali. Un cinghiale consapevole. Che, una volta capito il linguaggio, si rende conto della musica, dell’amore, della morte. E che non riesce a comunicare queste consapevolezze.
Da un lato ci siamo noi umani, che mandiamo tutto a puttane per scelte sbagliate, dall’altro c’è Apperbohr che soffre una solitudine indicibile, perché non può “condividersi”.

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Lì 3 giugno 2016. Sicuri?

«Perché, in calce alle lettere, si scrive “Trieste, 31 maggio 2016”?»

Chiariamo subito che non si scrive «lì» e, a voler essere precisi, neanche «li».

«E perché? Dai, è nei documenti ufficiali!»

Allora, «li», senza accento, è la forma arcaica (e ricordatevi “arcaica”!) dell’articolo determinativo «i/gli».
Tanto, ma tanto tempo fa, in calce alle lettere si scriveva «Trieste, li 31 giorni di maggio… » a voler dire «i 31 giorni di maggio».
Con il passare del tempo “giorni di” s’è perso per la strada, ma è rimasto quel «li» che però non ha più senso di esistere, perché è scomparso “giorni”, appunto.

lì o li

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Cupidix di Paolo Pasi

Carlo si innamora e… poi si annoia subito. Ada non riesce a dimenticare Carlo. Giovanni pensa di poter fare senza amore. L’azienda farmaceutica per la quale lavora Giovanni nel frattempo mette a punto una pillola miracolosa, la Cupidix, una pillola che oltre a farti innamorare, ti fa rimanere tale. Poi però si scopre che a rimanere immuni da questa pillola sono le persone che hanno dei traumi sentimentali irrisolti e allora si inventano Disamor, la pillola che fa guarire dal mal d’amore.
E poi l’anarchia. Perché le persone che hanno sempre i sintomi iniziali dell’innamoramento sono distratte, volatili, non restano comunque fedeli, ma trascinano quelle attenzioni da una persona all’altra con grande leggerezza. Nessuno litiga più, ma cala la produttività perché alla gente semplicemente “non importa”, la società, in pratica, si ferma. Si muovono studiosi per capire il fenomeno e si vive in due gruppi: quelli che ne diventano dipendenti e poi tutta la schiera di persone escluse che protestano, accusano.
E allora tocca correre ai ripari con un’altra pillola… e così via.

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Il Porto Proibito di Teresa Radice e Stefano Turconi

Più a fondo ci scava il dolore, più posto abbiamo da riempire di gioia.

Questo post su Il Porto Proibito, (un’opera a fumetti in quattro atti) di Teresa Radice e Stefano Turconi ed edito dalla Bao Publishing, è scritto a quattro mani.
La spiegazione di questa scelta sta nel fatto che io di graphic novel non ci capisco niente, perché ne ho letti quattro in tutta la mia vita, incluso questo.
Quindi mi serviva una mano, perché de Il Porto Proibito volevo proprio parlarne. E allora ho chiamato mio “cuggino”.
Dovete sapere che di cugini ne ho trentuno, uno per ogni evenienza, più o meno, e, ebbene sì, ne ho anche uno che legge i graphic novel, che dice di non essere esperto, ma insomma, a un certo punto nella parte che ha scritto lui ha usato l’espressione “niente china… tavole classiche”, quindi un po’ mi ha convinta… Il cugino in questione si chiama Luigi e visto che la genetica non è un’opinione mi ha assecondata. Eccoci qua quindi a parlarvi de Il Porto Proibito.

Esperti di graphic novel, abbiate pietà.

Il Porto Proibito

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Soddisfacendo o… soddisfando?

«Angela, si dice soddisfando o soddisfacendo

Questo messaggio su WhatsApp mi è arrivato qualche giorno fa da un amico in preda al panico… no vabbe’, ho esagerato, non proprio panico, giusto un po’ di sudore freddo.

Comunque è sempre un po’ strano quando le persone ti usano come Google, perché poi nonostante il mio istinto abbia urlato subito “soddisfacendo!”… mi sono venuti mille dubbi e sono andata a fare le opportune ricerche. La cosa bella dell’avere dubbi e che poi, anche quando ce li hai solo per paranoia, se approfondisci impari sempre qualcosa in più.

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La briscola in cinque di Marco Malvaldi

Premesso che fino a poco tempo fa io i gialli manco li consideravo, ebbene sì, non avevo ancora letto niente di Malvaldi, facciamocene una ragione. E ora posso dirlo, è stato un peccato, ma nei limiti del possibile, cercherò di recuperare.
Un’altra premessa necessaria è: ha senso parlare di un libro a quasi 10 anni dall’uscita? Secondo me ha sempre senso parlare di libri, ma soprattutto ha senso parlarne per indurre la gente a leggerli e, ovviamente, ha senso leggere i libri in generale, qualsiasi sia la loro “età”.

la briscola in cinque

Ma ora basta e parliamo de La briscola in cinque.
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La banda della culla di Francesca Fornario

Giulia ha 39 anni, l’endometriosi, un ovaio mancante e non riesce ad avere figli perché, per cercare il lavoro “stabile, ha finito con l’aspettare tanto prima di provarci. Non può neanche adottare, suo marito, Miguel, ha un precedente penale: il reato di clandestinità, nonostante sia cresciuto e abbia studiato in Italia.
Camilla e Veronica sono sane, giovani, si amano come il primo giorno, hanno un lavoro stabile e sono omosessuali. Inutile dire perché non possono né avere, né adottare figli.
Francesco e Claudia studiano all’università, sono giovanissimi, arrancano per pagarsi da vivere con lavoretti e… per risparmiare sui preservativi adottano il sistema contraccettivo meno funzionante di tutti e, come si dice dalle mie parti, “fanno il guaio”.
Insomma, la storia è sempre quella, chi ha il pane non ha i denti, chi ha i denti non ha il pane.
Le tre coppie si incrociano nello studio della ginecologa e, tra colpi di scena ricatti, piani mal riusciti, lavori dei quali non si è soddisfatti, lavori che non si trovano, bugie a fin di bene, legami che si creano, infiniti, arzigogolati ed esilaranti monologhi interiori e drammi inaspettati, questi personaggi mettono su un vero e proprio colpo per essere, o per non essere, a seconda dei punti di vista, genitori.

La banda della culla

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Il cuore girevole di Donal Ryan

Siamo in un villaggio irlandese e, Pokey Burke, un imprenditore edile, a seguito dell’esplosione della bolla speculativa immobiliare, scappa a col bottino e lascia, senza lavoro, senza contributi e nel totale sconcerto, dipendenti e familiari. L’intero villaggio ne subisce le conseguenze ed è proprio l’intero villaggio che racconta la storia di Pokey e di come ha influito sulle loro vite. Un romanzo polifonico nel quale 21 voci, da Bobby Mahon, se non il protagonista, sicuramente uno dei personaggi principali, a Timmy, lo ‘scemo’ del villaggio, da Lily, la prostituta, a Kate, la proprietaria dell’asilo, raccontano gli eventi dopo la fuga di Pokey. E non solo quelli: i personaggi raccontano e si raccontano mettendo sul piatto i loro cuori. Il cuore girevole del titolo, che sta sul cancello della casa del padre di Bobby, rosso, solido, ma arrugginito e in balia degli eventi è infatti al centro di tutto. Ognuno racconta il suo che una volta è pazzo, poi colpevole, tradito, infranto, illuso, innamorato, e così via.

Il cuore girevole

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Canto della pianura di Kent Haruf

Con Canto della pianura ritorniamo ad Holt, un paesino immaginario del Colorado che ormai per i lettori di Haruf è realissimo, e conosciamo Tom Guthrie, che insegna al liceo e che bada da solo a Bobby e Ike, mentre sua moglie si è messa in standby, passando le giornate al buio chiusa in camera; gli stessi Bobby e Ike, che crescono e sono travolti dall’assenza della loro mamma; Victoria Robideaux che ha sedici anni, è incinta e non ha un posto dove andare; e i fratelli McPheron, due vecchi cowboy che accolgono Victoria senza pensarci troppo su.

La prima sensazione che ho avuto appena finito il libro, in realtà anche mentre lo stavo leggendo, è stata che mentre Benedizione finisce con la morte, Canto della pianura finisce con la vita. E questo mi è piaciuto tantissimo.

Canto della pianura

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