Ragazze mancine di Stefania Bertola

Adele viene mollata dal marito di punto in bianco. Non ha mai lavorato in vita sua e così si trova sola, povera e costretta a prendere delle decisioni. Una di queste sarà: trovare un altro uomo ricco da sposare.
Eva invece non fa altro che lavorare senza mai vederne davvero i vantaggi. È una mamma single e deve badare a sua figlia. Vive alla giornata, ottimista e allo sbaraglio.
Complice un medaglione ‘portafortuna’ e una ricca torinese viziata e prepotente, Adele ed Eva si incontrano e cominciano una sgangherata convivenza.
Sempre a causa del medaglione incontrano Cristiano e Tommaso, mandati dalla loro mamma, una ricca torinese, a recuperarlo, perché era originariamente suo.

E via con equivoci, liti, intrecci che più intrecciati non si può, fino all’inevitabile lieto fine.

ragazze mancine

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Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati di Davide Bacchilega

Avete presente la Romagna da cartolina? Dimenticatela.

È Natale e nella nebbiosa provincia romagnola tre squillo (ex e non) ricevono delle lettere minacciose, delle quali non sappiamo veramente niente altro tranne che sono terribili e che fanno in modo che le ragazze contattino il loro ex protettore.
Barbara ora fa la moderna e super glamour prefica, quella che viene pagata per piangere ai funerali; Didi, lavora per portare suo figlio Pavel in Inghilterra; Giorgia soffre di prosopagnosia e non si ricorda le facce, quindi distingue i clienti dal modo in cui si slacciano le scarpe. E poi c’è Michele, giornalista che, per scrivere gli articoli, della ricerca del delitto ha fatto un’ossessione, che va avanti a tranquillanti e che è sempre in ritardo; Mauro che fa il tanatoprattore e che non ride mai, che è strano, solo, vuole andare a Chi vuol essere milionario? e “c’ha l’ansia, il vomito e il mostro che ha nello stomaco gli morde le pareti nello stomaco”. E Marta, che sta male, che è forse l’unico vero amore di Michele, che però si fa sempre aspettare, perché è sempre in ritardo, l’ho già detto.
E poi Ermes, il pappone. E gli stimabili della zona, che però poi vanno al “Circolo” a tirare fuori dagli armadi i loro scheletri. Tutti personaggi che in comune hanno segreti, paure, ansie e ossessioni.

Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati

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I gatti non hanno nome di Rita Indiana

De I gatti non hanno nome di Rita Indiana potrei raccontarvi semplicemente che è la storia dell’estate di una ragazzina di Santo Domingo che comincia ad avere consapevolezza personale e sessuale di sé, circondata da persone normali con i loro enormi, giganti, problemi normali, ma non farei altro che annullare e appiattire tutta la meravigliosa, un po’ strana e quasi surreale atmosfera del libro. Siamo in Sudamerica, e in Sudamerica ogni storia normale a un certo punto non lo è più e si viene travolti dalle stranezze.
Quindi mi limiterò a poche parole, che non aggiungono niente a quello che su questo libro è già stato detto, ma che spero vi convincano almeno un po’ a leggerlo.

La protagonista del libro ha 14 anni e non ha nome, come il gatto al quale lei vorrebbe darne uno del titolo. Passa l’estate a fare da segretaria nella clinica veterinaria dello zio e… vive e scopre e si scopre. Nel frattempo suo zio Fin, che è segretamente buddhista, cerca di sopravvivere al vivere rancoroso di sua moglie Celia, che non porta più i capelli sciolti e sulla cui fronte “si accendono insegne al neon”. E poi incontriamo tutta una serie di personaggi particolari che colorano il libro, da Radamés, l’haitiano con “la voce che sembra uno sciroppo per la tosse” a Uriel, “nella cui bocca vorresti traslocare”.

I gatti non hanno nome

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Cara Trieste

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Cara Trieste,

un anno fa ho preso il treno e son venuta da te. E forse solo tu, Stefano e Dorothy conoscete la verità di quel giorno lì.
Sai, alle persone io racconto solo le cose belle e/o divertenti che mi succedono e mi tengo per me quelle brutte, ché di patetismi gratuiti ne avanziamo già abbastanza.
Però, ora, dopo un anno, è arrivato il momento di raccontare il 22 giugno 2015, quando mi sono ritrovata sola, in una casa vuota a Milano e ho preso quel treno che tu sai.

Trieste, io sono sempre stata molto contenta di venire da te, perché mi hai chiamata e bla bla bla (tutte storie che puoi leggere negli altri post che ho scritto su di te), ma quel giorno lì, ero triste, tristissima, angosciata, spaventata, confusa e chi più ne ha più ne metta. Non ero sicura di niente. Stavo facendo la scelta giusta? Lo stavo facendo solo per amore? Che cosa avrei fatto io a Trieste? Se non ero riuscita a trovare un’identità lavorativa nella vivissima Milano, come avrei fatto a farlo nella piccola Trieste?
Stavo rinunciando a una parte di me? Continua a leggere

Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci

Il libro di Giordano Meacci, edito da Minimum fax, Il cinghiale che uccise Liberty Valance, ci racconta di un cinghiale che a un certo punto comincia a “capire” la lingua degli umani.
E, con tutte le difficoltà che questa nuova magica scoperta porta, comincia a elabora veri e propri pensieri, acquisisce consapevolezze e sentimenti. Nel libro, si parla anche di tutta una serie di personaggi che, nell’inventata Corsignano, una cittadina tra Umbria e Toscana, vivono la loro vita fatta di passioni, tradimenti, scoperte, paura, perdita. Non c’è un’unica trama con varie sfaccettature, ci sono tante trame, che però fanno un’unica grande storia sull’amore e la solitudine e l’incomprensibilità.
I ricordi di una donna abbandonata all’altare, i soldi persi a carte, incontri con delle prostitute in una panda, amori sbagliati, matrimoni che finiscono, delitti che si consumano.
E il film che viene citato nel titolo? Se ne parla, sì, e tiene un po’ il ritmo della narrazione, tornando via via, attraverso i discorsi di Walter e Fabrizio, due dei protagonisti del libro,che lo analizzano nei minimi dettagli.

IL cinghiale che uccise Liberty Valance

Da un lato ci sono gli umani che arrancano nelle loro vite, dall’altro c’è Apperbohr, questo cinghiale che è troppo bestia per provare a farsi capire e temere dagli umani e troppo umano per essere capito dagli altri cinghiali. Un cinghiale consapevole. Che, una volta capito il linguaggio, si rende conto della musica, dell’amore, della morte. E che non riesce a comunicare queste consapevolezze.
Da un lato ci siamo noi umani, che mandiamo tutto a puttane per scelte sbagliate, dall’altro c’è Apperbohr che soffre una solitudine indicibile, perché non può “condividersi”.

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Lì 3 giugno 2016. Sicuri?

«Perché, in calce alle lettere, si scrive “Trieste, 31 maggio 2016”?»

Chiariamo subito che non si scrive «lì» e, a voler essere precisi, neanche «li».

«E perché? Dai, è nei documenti ufficiali!»

Allora, «li», senza accento, è la forma arcaica (e ricordatevi “arcaica”!) dell’articolo determinativo «i/gli».
Tanto, ma tanto tempo fa, in calce alle lettere si scriveva «Trieste, li 31 giorni di maggio… » a voler dire «i 31 giorni di maggio».
Con il passare del tempo “giorni di” s’è perso per la strada, ma è rimasto quel «li» che però non ha più senso di esistere, perché è scomparso “giorni”, appunto.

lì o li

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Cupidix di Paolo Pasi

Carlo si innamora e… poi si annoia subito. Ada non riesce a dimenticare Carlo. Giovanni pensa di poter fare senza amore. L’azienda farmaceutica per la quale lavora Giovanni nel frattempo mette a punto una pillola miracolosa, la Cupidix, una pillola che oltre a farti innamorare, ti fa rimanere tale. Poi però si scopre che a rimanere immuni da questa pillola sono le persone che hanno dei traumi sentimentali irrisolti e allora si inventano Disamor, la pillola che fa guarire dal mal d’amore.
E poi l’anarchia. Perché le persone che hanno sempre i sintomi iniziali dell’innamoramento sono distratte, volatili, non restano comunque fedeli, ma trascinano quelle attenzioni da una persona all’altra con grande leggerezza. Nessuno litiga più, ma cala la produttività perché alla gente semplicemente “non importa”, la società, in pratica, si ferma. Si muovono studiosi per capire il fenomeno e si vive in due gruppi: quelli che ne diventano dipendenti e poi tutta la schiera di persone escluse che protestano, accusano.
E allora tocca correre ai ripari con un’altra pillola… e così via.

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Il Porto Proibito di Teresa Radice e Stefano Turconi

Più a fondo ci scava il dolore, più posto abbiamo da riempire di gioia.

Questo post su Il Porto Proibito, (un’opera a fumetti in quattro atti) di Teresa Radice e Stefano Turconi ed edito dalla Bao Publishing, è scritto a quattro mani.
La spiegazione di questa scelta sta nel fatto che io di graphic novel non ci capisco niente, perché ne ho letti quattro in tutta la mia vita, incluso questo.
Quindi mi serviva una mano, perché de Il Porto Proibito volevo proprio parlarne. E allora ho chiamato mio “cuggino”.
Dovete sapere che di cugini ne ho trentuno, uno per ogni evenienza, più o meno, e, ebbene sì, ne ho anche uno che legge i graphic novel, che dice di non essere esperto, ma insomma, a un certo punto nella parte che ha scritto lui ha usato l’espressione “niente china… tavole classiche”, quindi un po’ mi ha convinta… Il cugino in questione si chiama Luigi e visto che la genetica non è un’opinione mi ha assecondata. Eccoci qua quindi a parlarvi de Il Porto Proibito.

Esperti di graphic novel, abbiate pietà.

Il Porto Proibito

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Soddisfacendo o… soddisfando?

«Angela, si dice soddisfando o soddisfacendo

Questo messaggio su WhatsApp mi è arrivato qualche giorno fa da un amico in preda al panico… no vabbe’, ho esagerato, non proprio panico, giusto un po’ di sudore freddo.

Comunque è sempre un po’ strano quando le persone ti usano come Google, perché poi nonostante il mio istinto abbia urlato subito “soddisfacendo!”… mi sono venuti mille dubbi e sono andata a fare le opportune ricerche. La cosa bella dell’avere dubbi e che poi, anche quando ce li hai solo per paranoia, se approfondisci impari sempre qualcosa in più.

soddisfando

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La briscola in cinque di Marco Malvaldi

Premesso che fino a poco tempo fa io i gialli manco li consideravo, ebbene sì, non avevo ancora letto niente di Malvaldi, facciamocene una ragione. E ora posso dirlo, è stato un peccato, ma nei limiti del possibile, cercherò di recuperare.
Un’altra premessa necessaria è: ha senso parlare di un libro a quasi 10 anni dall’uscita? Secondo me ha sempre senso parlare di libri, ma soprattutto ha senso parlarne per indurre la gente a leggerli e, ovviamente, ha senso leggere i libri in generale, qualsiasi sia la loro “età”.

la briscola in cinque

Ma ora basta e parliamo de La briscola in cinque.
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