Il cuore girevole di Donal Ryan

Siamo in un villaggio irlandese e, Pokey Burke, un imprenditore edile, a seguito dell’esplosione della bolla speculativa immobiliare, scappa a col bottino e lascia, senza lavoro, senza contributi e nel totale sconcerto, dipendenti e familiari. L’intero villaggio ne subisce le conseguenze ed è proprio l’intero villaggio che racconta la storia di Pokey e di come ha influito sulle loro vite. Un romanzo polifonico nel quale 21 voci, da Bobby Mahon, se non il protagonista, sicuramente uno dei personaggi principali, a Timmy, lo ‘scemo’ del villaggio, da Lily, la prostituta, a Kate, la proprietaria dell’asilo, raccontano gli eventi dopo la fuga di Pokey. E non solo quelli: i personaggi raccontano e si raccontano mettendo sul piatto i loro cuori. Il cuore girevole del titolo, che sta sul cancello della casa del padre di Bobby, rosso, solido, ma arrugginito e in balia degli eventi è infatti al centro di tutto. Ognuno racconta il suo che una volta è pazzo, poi colpevole, tradito, infranto, illuso, innamorato, e così via.

Il cuore girevole

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Canto della pianura di Kent Haruf

Con Canto della pianura ritorniamo ad Holt, un paesino immaginario del Colorado che ormai per i lettori di Haruf è realissimo, e conosciamo Tom Guthrie, che insegna al liceo e che bada da solo a Bobby e Ike, mentre sua moglie si è messa in standby, passando le giornate al buio chiusa in camera; gli stessi Bobby e Ike, che crescono e sono travolti dall’assenza della loro mamma; Victoria Robideaux che ha sedici anni, è incinta e non ha un posto dove andare; e i fratelli McPheron, due vecchi cowboy che accolgono Victoria senza pensarci troppo su.

La prima sensazione che ho avuto appena finito il libro, in realtà anche mentre lo stavo leggendo, è stata che mentre Benedizione finisce con la morte, Canto della pianura finisce con la vita. E questo mi è piaciuto tantissimo.

Canto della pianura

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Il Triestebookfest, il terzo fine settimana

Se mi seguite anche sui canali social sapete già che il diario del terzo fine settimana del Triestebookfest è stato pubblicato non qui, ma su Bora.la!

Non mi seguite sui canali social?

Nessun problema, il mio personalissimo reportage sul fine settimana dedicato a “Lettura, scrittura e dintorni” è raggiungibile anche da qui!

A questi link trovate

la prima parte e la seconda parte.

Buona lettura!

triestebookfest

Era di maggio di Antonio Manzini

Ok… quando esce il prossimo?
Perché ci sono ancora troppe cose da sapere e scoprire su Schiavone. E perché ormai sono innamorata.

Ma facciamo un passo indietro e parliamo un po’ del libro. Era di maggio è il quarto libro della serie di Manzini sul vicequestore Rocco Schiavone, romano trasferito ad Aosta per ‘punizione’. Ed è anche il seguito naturale del terzo libro della serie, Non è stagione.

Era di maggio

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Il matrimonio di Chani Kaufman – Eve Harris

Chani sta per sposarsi con Baruch, che ha visto pochissime volte. È piena di dubbi, come del resto anche lui, perché entrambi sentono ‘qualcosa’, ma non sanno neanche da dove cominciare a costruire le basi della loro vita insieme. Perché nessuno racconta loro le cose importanti. Perché non si sono mai tenuti per mano, non hanno mai fatto niente insieme. Vivono una vita imposta dagli altri, consapevoli e, per questo, spaventati.
Nel frattempo Rivka, la Rebbetzin (la moglie del rabbino), che dovrebbe guidare le giovani donne della comunità Charedi di cui fa parte, vive una profonda crisi con se stessa e suo marito, per il quale ha cambiato tutta la sua vita, sembra non capire.
E Avromi, giovane rampollo della comunità, figlio di Rivka e del rabbino Chaim, scopre che fuori dal castello ‘dorato’ della religione ultraortodossa della loro comunità, c’è un mondo intero che lo chiama a pieni polmoni: c’è il sesso, l’amore, un’altra vita.

Il matrimonio di Chani Kaufman

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Jayber Crow di Wendell Berry

Jayber Crow non è uno di quei libri che solitamente mi piacciono e mi conquistano. Eppure, in un certo senso, lo ha fatto. Bello lungo, con una trama apparentemente banale, con pagine apparentemente noiose e altre, invece, intensissime. È un libro che nonostante la pacatezza del narratore e protagonista, racconta con chiarezza cosa succede quando il progresso si scontra col passato; la natura, che coi suoi tempi, regna sovrana; la fede e il rapporto con Dio e di come cambia nel corso di una vita; le dinamiche dei rapporti umani, nel bene e nel male. È un libro che mi ha fatto anche un po’ incazzare (spiego dopo perché), ma allo stesso tempo mi ha fatto venire voglia di andare in un bosco, sdraiarmi lì e non fare niente tranne che stare ferma e immobile per qualche tempo a cercare di trovare quel legame con la terra che non ho mai avuto. Sensazioni contraddittorie, lo so, ma d’altronde 500 pagine non possono essere statiche.

Jayber Crow

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Media o midia?

Ma voi come dite?
Social «media» o social «midia»?

Questo è veramente un mistero cosmico e ve lo dico subito: non ce l’ho una soluzione. Nel senso che la mia parte ‘purista’ (che è veramente piccola, nonostante le apparenze) in questo caso si trova in difficoltà.

Anzittutto chiariamo un po’ di cose.

«Media» è il plurale di «medium», una parola latina che significa «mezzo» [di comunicazione]. È entrata nel linguaggio comune, al plurale accettato anche come singolare, quando siamo diventati tutti un po’ anglofoni a caso. «Mass media» è la locuzione che per gli anglofoni veri, e anche per noi ormai, significa «mezzi di comunicazione di massa».

E… scusate, ma come sono finita dal latino all’inglese?
Perché «media» è un latinismo di ritorno. Che significa che è una parola latina che non è entrata direttamente nell’italiano, ma che è “ritornata” passando attraverso un’altra lingua, in questo caso l’inglese.
Ma se è una parola latina, non andrebbe pronunciata alla latina? «Media»?
Ma no, perché comunque è passata attraverso l’inglese, loro pronunciano così e quindi si pronuncia «midia», facendo anche un piccolo ammiccamento “guardacometistupisco”.

Social media... (1)

Insomma, come si pronuncia questa parola?
La Crusca, richiamando fonti autorevoli, che purtroppo non posso verificare, ci spiega che il Sabatini-Coletti indica solo la pronuncia all’inglese, il GRADIT indica entrambe le pronunce, segnalando però che quella alla latina è più diffusa, il GDLI non indica niente, dando per scontato la pronuncia alla latina, nel senso “si legge come si scrive”. Il DOP privilegia la pronuncia all’inglese.
Cercando ancora per conto mio, ho visto che Treccani indica solo la pronuncia alla latina e sconsiglia addirittura quella all’inglese.

E allora? Come si fa?
Se anche tutti questi super intellettualoni che scrivono i dizionari hanno dei dubbi in proposito, come facciamo noi comuni mortali?

Io faccio così, che poi è quello che consiglia la Crusca: scelgo la pronuncia rispetto al contesto in cui mi trovo.

Nella maggior parte dei casi, a cena con gli amici, a casa mia, parlando con persone che poco hanno a che fare con i mass media, i social media, ecc. ecc., penso al prof. Patota e alla sua  lezione di Storia della Lingua Italiana sui latinismi di ritorno e pronuncio «media», alla latina. Perché, mi dico, si tratta proprio di una parola latina e sono gli anglofoni ad aver, all’origine, sbagliato la pronuncia. Questioni di principio.

Quando invece sono insieme a persone che lavorano con i social media e i mass media, o “qualsiasi cosa media”, pronuncio «midia», perché lo fanno tutti. Già perdo troppo tempo a spiegare che il «piuttosto che» non significa «o» e che si può, è possibile, accentare la «È» maiuscola con l’accento, e che le «d» eufoniche sono brutte, quindi posso concedere il «midia», che comunque sbagliato non è.
Il bastone e la carota, avete presente?

È una contraddizione? Sì.
Non vi ho risolto il problema? Lo so.
Però credo di avervi dato un po’ di consapevolezza.
Quando conosciamo veramente la lingua che parliamo, possiamo anche scegliere come farlo, senza sbagliare troppo e soprattutto senza sembrare finti.

Trieste sottosopra di Mauro Covacich e altre storie di me e Trieste

Quando, circa un anno fa, è saltata dal niente la possibilità di venire a vivere a Trieste ammetto di non aver avuto molti dubbi. Sono una abbastanza abitudinaria, ma ormai ero nel vortice del cambiamento e gli imprevisti lo rendono ancora più eccitante.
Non fa niente se hai studiato inglese come una matta, è sempre utile.
Non fa niente se sai a memoria tutti gli annunci delle case in affitto di Reading (Uk), è materiale per qualcosa che sempre servirà, prima o poi.
Non fa niente se hai l’unico gatto che vive in casa con il chip e l’antirabbica, non avremo problemi in caso di vacanza all’estero e latenza di catsitter, sono comunque soldi ben spesi.

Trieste sottosopra

Andiamo a Trieste, quindi. La città che mi ha chiamata.
Sì, mi ha chiamata tre anni fa, quando, in preda alla consapevolezza che io e Stefano ci stavamo avvicinando al decimo anniversario di quello che siamo, alla sua domanda: «C’è un posto particolare che vuoi vedere? Una città italiana che ti piacerebbe visitare?», io ho risposto senza pensarci troppo: «Sì, andiamo a Trieste!», «Trieste? E perché?» «Come perché? Perché è Trieste: Svevo, Joyce; dai c’è stata Margerita Hack (che era morta da pochissimi giorni, all’epoca); c’è la Sissa, sai, tutti geni; e poi dice che la piazza, quella sul mare, è proprio bella. E comunque non mi pare giusto che nessuno se la caghi mai! Dai, andiamo a Trieste! Voglio conoscerla, mi sta chiamando!»

E se prima di quella tre giorni a Trieste avessi avuto per le mani Trieste sottosopra di Mauro Covacich molto probabilmente sarei venuta a viverci già allora. Avrei risposto prima al suo richiamo. Continua a leggere

Il Triestebookfest, il secondo fine settimana: Giornalismo e reportage narrativo!

Se mi seguite anche sulla mia pagina Facebook saprete sicuramente cosa ho fatto lo scorso fine settimana.
Armata di maglietta blu e un bel sorriso, sono stata al ‘banchino soci’ per il Triestebookfest e da lì, nascosta da qualche colonna e un po’ di tende, ho assistito agli incontri del secondo appuntamento della manifestazione di cui vi ho già parlato qualche tempo fa.

triestebookfest

Da Triestebookfest

Questo fine settimana era dedicato al Giornalismo e al reportage narrativo e gli ospiti, raccontando le loro esperienze e il loro lavoro, ci hanno dimostrato che un’inchiesta giornalistica può essere anche una narrazione letteraria, e quindi può ‘informare’ e avere contemporaneamente valore artistico.

Per un impegno di lavoro non ho potuto assistere agli incontri del sabato mattina, ma Paolo Rumiz, il primo ospite, ha riempito la sala; ha raccontato della sua esperienza su un’isola disabitata come guardiano di un faro. E poi Giorgio Lauro di Un giorno da pecora ha parlato di come fare informazione con la satira.

Una breve intervista a Rumiz, realizzata da Impatto Visivo Trieste:

Nel pomeriggio, la brava Barbara Gruden, triestina, inviata speciale della Rai, ci ha raccontato la sua storia di inviata sul campo nei luoghi di guerra. Forse il nome non vi dice niente perché non è che nei servizi del tg leggiamo sempre i nomi degli inviati, ma vi assicuro che sentendo la sua voce capirete subito chi è.
Dopo, Federico Zaghis, della Beccogiallo, ha raccontato la storia della casa editrice, di come e perché hanno deciso di raccontare vicende serissime e importantissime dell’attualità e della storia attraverso i fumetti; riuscendoci molto bene, tra l’altro.

L’ultimo ospite di sabato ha di nuovo riempito fino al limite la sala ed è stato molto bello vedere che, a dispetto della fama di Trieste di essere una città “vecia”, c’erano molti giovani ad ascoltarlo: Gad Lerner. Ci ha parlato dell’informazione locale e di quella mondiale; di come non possiamo far finta di niente, rifugiandoci nella leggerezza, ignorando quello che sta veramente accadendo nel mondo. Si è parlato, con grande rilassatezza, ma non superficialità, di argomenti di ‘super’ attualità: Siria, Isis, Libia, il caso Giulio Regeni e così via.
Di lui mi ha colpito quel sorriso dolce e quella calma disponibilità che ha dimostrato a tutti da quando è arrivato fino all’aperitivo all’Antico caffè San Marco, dopo la conclusione della prima giornata.

Gad Lerner

Foto di Stefano Landucci

Un’intervista, realizzata da Giampaolo Mauro per il TgRAI, ripresa da Impatto Visivo Trieste:

La domenica si è aperta con Toni Capuozzo che ha parlato del Segreto dei Marò; Alessandro Marzo Magno ha raccontato la storia dei Soldi dal Rinascimento a Renzi, accompagnato dal professor Daniele Andreozzi.
Eraldo Affinati, col suo stile diretto, ha parlato della sua esperienza di insegnante in situazioni difficili, con ragazzi complicati, della sua scuola di italiano per giovani immigrati e del suo ultimo libro su Don Milani. Ha chiuso la giornata Andrea Segrè, parlandoci di cibo e di sprechi e di cosa è cambiato dopo l’Expo.

Ho lasciato alla fine la vera e propria scoperta di questo fine settimana: Barbara Schiavulli. È un’inviata di guerra freelance e ha lavorato per tantissime testate italiane, radio e tv. E spero che scriva come racconta le sue esperienze, perché capita veramente pochissime volte di restare seduti per più di un’ora ad ascoltare qualcuno ‘raccontare’, senza mai cali di tensione e concentrazione. È arrivata al Triestebookfest per parlarci del suo ultimo libro La guerra dentro, nel quale intervista dieci soldati con dieci ruoli diversi, e si fa raccontare la guerra dal loro punto di vista.
Vi parlerò di questo libro, perché dopo averla ascoltata non potevo proprio lasciarlo andare. E spero di emozionarmi e ‘sentire’ quello che ho sentito durante la sua conferenza e di far venire voglia anche a voi di leggere delle storie diverse, che neanche immaginiamo, né prendiamo in considerazione.

La guerra dentro

Una menzione speciale va al luogo che ha ospitato questo appuntamento col Triestebookfest e che ospiterà anche il prossimo: la Piccola Fenice è veramente un gioiellino, un’altra delle tante scoperte di questa città.

Insomma è stato un altro fine settimana pieno, interessante e di cose nuove. Un’altra opportunità per imparare, per scoprire cose da leggere, per conoscere persone nuove, rendermi utile e divertirmi.

Ammetto che, visto che è un tema col quale sono molto più a mio agio, non vedo l’ora che arrivi l’ultimo appuntamento del 1, 2 e 3 aprile, nel quale si parlerà di Lettura, scrittura e dintorni e ci saranno, tra gli altri, Fulvio Ervas, Tiziano Scarpa e Tim Parks.

Sarò di nuovo una dei volontari.
Felice di esserlo e di esserci.

 

La fortezza di Jennifer Egan

Danny, maniaco di internet e delle ‘connessioni’ e con una vita abbastanza inconcludente, si ritrova in un castello dell’Europa centrale grazie all’invito di suo cugino Howard, che non sente da tempo e con il quale condivide un passato non troppo piacevole. Howard vuole trasformare il castello in un un resort di lusso, dove a dominare siano la meditazione, il silenzio e la fantasia e dove devono essere bandite tutte le tecnologie.

Intanto, Ray si trova in carcere e sta seguendo un corso di scrittura creativa tenuto da Holly, con la quale si crea un legame, grazie anche al romanzo che l’uomo sta scrivendo, che non è altro che la storia di Danny.

La prime cose che ci chiediamo appena iniziamo a mettere insieme un po’ di pezzi de La fortezza sono: perché Howard ha invitato Danny? La faccenda ha a che fare con il passato? E chi è la donna che non vuole uscire dal mastio? Chi è Mick, il vice di Howard? È un amico o un nemico? È la paranoia, il “verme”, come la chiama Danny, che sta prendendo il sopravvento o è tutto vero quello che sta accadendo?
E, anche se pensiamo che il libro non ci abbia pienamente convinti, leggiamo e continuiamo a leggere, perché, un po’ presi dalla curiosità, un po’ presi dal “verme” pure noi, vogliamo vedere come va a finire tutta questa storia. E perché il narratore parla direttamente a noi e ci prende per mano e ci accompagna tra i colpi di scena e le contraddizioni delle vicende narrate in questo libro. Quella ‘gotica’ e misteriosa e quella reale e drammatica di Ray, rinchiuso in carcere, e di Holly che non ha avuto una vita facile.
Messo da parte il disorientamento tra questi passaggi di narrazione, La fortezza mi ha rapita, un po’ come è successo a Danny quando arriva al castello.

La fortezza

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