Amori, crimini e una torta al cioccolato di Sally Andrew

Siamo in un colorato Sudafrica, Tannie Maria è una cuoca bravissima e tiene una rubrica di ricette per la «The Karoo Gazette». È vedova, piccola, morbida nei punti giusti e dice di ‘stare bene così’. Con le sue ricette e le sue amiche: Hattie e Jessie, che sono anche due sue colleghe. Un bel giorno però, si ritrova a dover tenere una rubrica di ricette del cuore.
Le persone cominciano a scriverle lettere alla ricerca di consigli amorosi e lei, che di amore non ci capisce niente, o almeno così dice, risponde con la ricetta giusta, che guarisce cuore e stomaco.
Tutto va bene fino a quando non arriva in redazione la lettera di Martine che le racconta del marito, che la picchia, e di Anna, che è innamorata di lei. Tannie coglie la richiesta di aiuto di Martine e tra un consiglio e l’altro, una ricetta e l’altra, si ritrova a indagare su un omicidio. E poi nella storia entra anche un burbero ispettore che mette in subbuglio la nostra Maria. E un po’ di gente pazza, pure.

Io ho divorato Amori, crimini e una torta al cioccolato, edito da Guanda e tradotto in italiano da Irene Abigail Piccinini. Da Tannie Maria alle sue ricette. Dal Sudafrica ai temi trattati. L’ho divorato, come farei con una torta al cioccolato, appunto.
Non è un libro semplice. Si parla di violenza sulle donne, di fracking, di truffe. Si ha a che fare con gente stupida, cattiva, con dei veri e propri psicopatici. Però poi Sally Andrew, invece di tingere tutto di nero, fa qualcosa di diverso: come una vera e propria cuoca, mescola a tutte queste cose brutte i panorami africani, del buon cibo e tanto amore.
E viene fuori questo libro qui, che ho letto praticamente in un pomeriggio e del quale ho sentito subito la mancanza (chissà se ci sarà un seguito…).

Amori, crimini e una torta al cioccolato

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né… né… o ne?

«Ma me la spieghi un po’ questa storia del “né” con l’accento? Perché non l’ho mai veramente capita…»

Quando a chiedermelo è un mio carissimo amico, che stimo, di cultura medioalta, che scrive anche molto bene, devo proprio rispondere.

Oggi quindi vi parlo del «». E anche del «ne».
Si tratta due paroline omonime, che significano due cose diverse e che non vanno confuse.

né né

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Panorama di Tommaso Pincio

Ottavio Tondi è un lettore puro. Anzi, è ‘il’ lettore. Lui, a differenza di tutti gli altri, non ha nessun romanzo chiuso nel cassetto. Scrivere non gli interessa, legge e basta. Questa sua passione diventa una professione e poi lo porta alla fama quando scopre, tra manoscritti e manoscritti abbandonati nella casa editrice per cui lavora, un libro che, scritto da una misteriosa autrice che vuole restare anonima (ogni riferimento a cose e persone qui per me non è affatto casuale), raggiunge un successo stratosferico. La fama di Ottavio però scema inesorabilmente dopo un avvenimento grave. A essere duramente colpiti e cambiati sono sia la sua vita che il mondo dell’editoria. A un certo punto nessuno legge più, le librerie chiudono, le case editrici anche, e i ‘lettori’ sono visti come ‘nemici’.
Ottavio, allora, che non riesce più a leggere, si ritrova a dover riorganizzare, risistemare la sua vita e, grazie a Mario Esquilino, scopre Panorama, un social media che ha delle regole rigidissime (non ci si può disiscrivere, deve essere pubblicato un contenuto al giorno, deve essere puntata la webcam su una vista della propria casa, ecc. ecc.). Qui entra in contatto con Ligeia Tissot e se ne innamora. E da lì, ancora una volta, la vita di Ottavio subirà delle forti scosse.
Ci sono altri personaggi nel libro, il direttore editoriale, Maddalena, Loretta Buia, lo stesso narratore e il fondamentale Mario Esquilino. Tutti girano e rigirano intorno a Ottavio e alla sua vita e contribuiscono all’evoluzione della storia. Continua a leggere

l’«out out» è out!

Qualche tempo fa nei titoli del tg3 è apparsa una cosa strana. Si parlava di tempo degli «out out».
E se provate a fare una ricerca veloce su google, vedrete che si chiedono in molti sia il significato di questa ‘strana’ espressione, sia la corretta grafia.
E c’è veramente qualcuno che scrive «out out». Qualcuno che non ha fatto latino, forse, e che è ormai abituato all’anglofonia imperante.

«Out out», sì.

Ho trovato anche questo in rete, ovviamente su yahoo answers, che riempie sempre le mie giornate di gioia. Si risponde alla domanda: «Cosa significa aut-aut?», risale a 7 anni fa e magari e un fake, ma rende l’idea.

out out

Dopo averlo letto ho avuto bisogno io di cinque secondi per elaborare.

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Centra non c’entra!

Durante la ricerca di nuove mirabolanti avventure per la rubrica Come si scrive e come si dice, mi sono imbattuta in uno che sembra essere veramente un vero e proprio dilemma per molti scriventi dell’era dei social media:

«Ma, skusate, si scrive c’entra o centra?».


(non devo ripetere ogni volta la storia del tempo che vi concedo per riflettere, vero?)

Allora, in realtà, come molti di voi già sapranno, le grafie sono entrambe corrette, solo che significano due cose diverse. Scriviamo, o almeno dovremmo:

«io non c’entro niente con il furto della marmellata!»,
«c’entra tutto in macchina?»,
«l’arciere centra il bersaglio»,
«hai centrato perfettamente l’argomento!».

centra non c'entra

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Guardrail di Eva Clesis

Assunzione Maria Addolorata De Caro, ribattezzata Alice dai suoi genitori alcolizzati a 7 anni, è una ragazzina molto sola. Perché un bel giorno ha perso tutto quello che aveva: la mamma, il papà e il suo libro preferito (Alice nel paese delle meraviglie, appunto).
È stata accompagnata da un’assistente sociale in un piccolo paesino in Puglia, dalla nonna dalla quale ha ereditato il nome, e lì i suoi guai, nonostante tutto quello che le è già successo, non sono per niente finiti. La nonna è dispotica, avara di emozioni, sentimenti e soldi; Alice non viene capita, perché parla un italiano troppo contaminato dall’inglese, lingua di sua madre. È ribelle, aggressiva, e a tutto questo si aggiungono un’amica abbastanza st****a, una delusione d’amore e la perenne insoddisfazione dell’adolescenza.
Vuole fuggire da lì, allora con 500 euro e un coltellino svizzero, decide di fare l’autostop, per andare a prendere un aereo che la porti a Londra, per cercare i suoi nonni materni. Ovviamente, sale nella macchina sbagliata e incontra un altro strano personaggio, a metà fra il Cappellaio Matto e lo Stregatto.

Guardrail

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Una mutevole verità – Gianrico Carofiglio

Il maresciallo dei carabinieri Pietro Fenoglio, piemontese che vive a Bari, deve indagare su un omicidio che sembra avere una soluzione troppo facile fin da subito. Un uomo viene trovato ucciso nel suo appartamento e c’è una testimone chiave. Lui ragiona, un sacco, mette insieme i pezzi, fa il lavoro che deve fare, e alla fine trova la soluzione del delitto. Decisamente ovvia, anche se il buon Fenoglio ci mette tutto il suo.

Fenoglio, che spero si chiami così in onore dello scrittore di Alba, è un non troppo nuovo personaggio di Carofiglio,  il libro è uscito nel 2014, sono io che sono ‘in ritardo’, e se vi aspettate di trovare qualche cosa in comune con Guido Guerrieri, l’altro personaggio più famoso di Carofiglio, o le scintille del Silenzio dell’onda o del Bordo vertiginoso delle cose, resterete molto delusi leggendo Una mutevole verità, perché è un libro diverso. Non si tratta di un brutto libro, Carofiglio è sempre Carofiglio, ci mancherebbe, ma ho sentito la mancanza, anche nella scrittura, che io adoro, di quella passione che solitamente caratterizza i libri dello scrittore barese.

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Un post «ad hoc» sul perché non si scrive «a doc»

Questo è un post «ad hoc» sul perché non si scrive «a doc».

Da una lettrice della fanpage, Stefania, ho saputo che questo è un altro ‘equivoco’ frequente. Pur essendo molto scettica, ho fatto le dovute ricerche e ho scoperto, purtroppo, che è vero. C’è chi, violentando anche la mamma della nostra lingua, il latino, scrive «a doc». Oppure, non so se è ancora più osceno o meno, «ad ok».

Dopo i soliti cinque secondi necessari per ammortizzare lo shock, vado subito al sodo. «Ad hoc» è latino, sì, e significa “per questo”, in italiano lo usiamo per segnalare qualcosa che è fatta “appositamente”, “quella che ci vuole”, “adatta al caso”, “appropriata”, e così via.
«Ad» è una preposizione e può significare tante cose, in questo caso, insieme all’accusativo, significa «per».
«Hoc» è l’accusativo neutro dei pronomi dimostrativi latini e insieme all’«ad» significa, come ho già detto, “per questo”, “a questo scopo”.

ad hoc

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La Madonna dei mandarini – Antonella Cilento

Siamo a Napoli, Statine fa il volontario per un’associazione che si occupa di ragazze madri, disabili, disagiati, di figli ’sbagliati’. È malato, bruttino, studia medicina e sua nonna sta morendo. Come gli altri volontari è lì perché non ha trovato di meglio. Salvatore Mennella è ignorante e prepotente, la peggio specie. È entrato nelle grazie sia di Mimì Stabiano che di don Cuccurullo, e lui l’Associazione la dirige. Mimi Stabiano, l’avvocato, che si crogiola nell’essere ‘giusto buono e potente’, l’Associazione l’ha fondata. Insieme a Don Cuccurullo, il prete preoccupato del rolex d’oro e che pensa che ‘il paradiso è in terra, basta solo saperlo cogliere’. E poi Agata, la mamma che ha fatto il figlio ‘sbagliato’, e le ragazze madri, Amalia, in particolare, che dà inizio a tutto.

A un certo punto, da un singolo, scioccante episodio, parte un effetto domino che fa della Madonna dei mandarini, libricino di Antonella Cilento, un viaggio, qualche volta divertente, molte volte meno, nella varia umanità di chi sta dietro le associazioni benefiche. Ma non c’entrano solo le associazioni, questo libro ci fa fare un viaggio nell’ipocrisia di un mondo dove il profumo dei mandarini copre la puzza di tutto quello che non va.

La Madonna dei mandarini

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La Lira di Dio costa l’Ira di Dio!

Non credevo che fosse possibile, e invece sì. Qualche giorno fa ho chiesto sulla mia fanpage un aiuto con la ricerca di errori ricorrenti ed ‘equivoci’ sulle parole o su espressioni e la lettrice Elisa mi ha detto che ci sono persone che pensano che sia «lira di Dio» l’espressione corretta e non «l’Ira di Dio».

Ho fatto un po’ di ricerche qua e là, su internet con qualche amico, parente, ecc. ecc. e… sì, è vero. C’è chi usa l’espressione «costa una lira di Dio!» e non «costa l’Ira di Dio!».

Vi do due minuti per riprendervi. O per farvi qualche domanda se siete tra quelli della “lira”.

Fatto?
Ecco. Giuro che sarò breve.

Si dice «l’Ira di Dio». Perché?

l'ira di Dio

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