#comesidice ‘stage': staaag o steig?

Metti per esempio che vai a un colloquio, sembrano seri, ti siedi e la persona di fronte a te comincia a descriverti la posizione ed esordisce con: “Allora, lei è qui per lo ‘steig’”, pronunciato /steɪdʒ/, all’inglese.
Questo signore, che sembra serio, ti ha appena chiesto se sei lì per il ‘palcoscenico’. In che senso? Costruirlo? Montarlo. Devi recitare?

E tu, quando hai risposto, che cosa gli hai detto? “Sì sono qui per lo ‘steig’” pure tu?” O hai risposto: “Sì, sono qui per lo staaag”. Pronunciato /’staʒ/, praticamente come si scrive, allungando un po’ la ‘a’ e facendo una strana ‘g’.

Perché se hai pronunciato ‘steig’, hai sbagliato. Ti stai riferendo pure tu a un fantomatico palcoscenico.

Ogni volta che sento ‘steig’, penso a me, su questo palcoscenico, che faccio la danza delle budella rivoltate. E poi subito dopo mi ricordo di un mio professore dell’università che ogni volta che qualcuno diceva ‘steig’ riferendosi a un ’tirocinio’, cominciava a farsi uscire il fumo dalle orecchie. Per niente divertente se, per esempio, dovevi discutere della tesi con lui o stavi per farci un esame.

Comunque, non ci distraiamo.

Se invece hai risposto alla francese ‘stage’ (/’staʒ/), hai tutta la mia stima. Risposta giusta. Perché è quella la pronuncia corretta.
D’altronde diciamo ‘stagista’ e non ‘steigista’, solo questo dovrebbe mettere la pulce nell’orecchio.

stage

Come avete ben capito, spero, la parola ‘stage’ è francese e proviene dall’antico ‘estage’, che voleva dire più o meno ‘soggiorno’. E volete sapere una cosa? In Inghilterra lo sanno e, infatti, loro questo errore non lo fanno, l’Accademia della Crusca infatti ci racconta che:

“la maggioranza dei vocabolari suggerisce come preferibile la pronuncia francese, ma allo stesso tempo registra come ammissibile e frequente quella inglese. Se in Italia ci si può ragionevolmente attendere di essere compresi pronunciando stage sia alla francese sia all’inglese*, è però sconsigliabile pronunciarlo all’inglese in Gran Bretagna; a meno che con make a stage non si voglia intendere, in un inglese a dire la verità approssimativo, ‘allestire un palcoscenico’.”

*(nota mia: perché l’Italia è il paese della flessibilità ad capocchiam, de “l’importante è che ci capiamo che ce ne frega delle regole”. Il male.)

Qui trovate l’intero articolo nel quale si parla di stage e tirocinio e dell’evoluzione di queste parole nel significato attuale.

Insomma, credo sia chiaro. Spero.
Diffondete il verbo, durante i vostri ‘stage’.
Sperando che siano veri, non schiavismo mascherato e, almeno, retribuiti.

We are family – Fabio Bartolomei

Al Santamaria è un genio. A quattro anni già legge, scrive e parla meglio di sua sorella più grande. Il suo mondo è la sua famiglia. Per lui è perfetta. Stanno insieme, ridono, giocano. La madre Agnese è bellissima e fa i ciambelloni più buoni del mondo, il padre Mario Elvis è divertente, fissato con Elvis, appunto, ed è un astronauta travestito da autista di bus. Al passa i giorni a godere di questo guscio caldo e, essendo più intelligente di tutti gli altri, a fare progetti per salvare il mondo, ma visto che è difficile farlo tutto insieme, capisce che bisogna cominciare casa per casa e quindi parte dalla sua famiglia. E questo progetto di perfezione e salvezza impegnerà Al praticamente per tutta la vita.

we are family

We are family è un libro che fa ridere, fa commuovere, fa riflettere e insegna. E che, per questo, amerete.
Fa ridere perché le avventure di Al, il suo punto di vista, la sua ironia, la sua intelligenza mettono insieme una serie di battute, scene, teatrini da piegarsi in due ogni volta. Fa commuovere perché, ben nascosto dietro il brillante e divertente Al e la sua energica famiglia c’è un dramma che viene fuori a poco a poco. E non posso dire di più, perché sennò vi svelo troppo.
Fa riflettere dal punto di vista sociale, perché, come appunto dice Al,“c’è stato un boom economico e la famiglia Santamaria nemmeno se n’è accorta”. Ci parla, in maniera diretta della condizione degli italiani degli ultimi 40 anni, del “boom” e di quanto effettivamente abbia toccato le persone ‘normali’, quelle oneste, quelle che cantano in macchina con i figli, che giocano con loro e che hanno come più grande aspirazione quella di dare loro un tetto sopra la testa che non sia in affitto. Fa riflettere dal punto di vista dei sentimenti, di come certi rapporti, quelli tra fratello e sorella, per esempio, siano inevitabili, ristoratori, incomprensibili e vitali. Al e Vittoria sono ‘la’ famiglia. Quello che Vittoria fa per Al, l’accettazione, la leggerezza con cui gli permette di vivere, assecondandolo ma proteggendolo, è uno dei regali più grandi che un fratello possa fare a un altro.
E ci insegna anche che certi sentimenti che noi sentiamo come complicati in realtà sono semplici; la spiegazione dell’amore di Al è una vera e propria lezione di vita, in tutta la sua tenera semplicità: “Significa che non ho dubbi, che tutte le domande hanno la stessa risposta. Chi voglio? Te. Cosa voglio fare? Te. Dove voglio andare? Te. Cosa voglio mangiare? Te”.

We are family ci insegna anche a ritornare un po’ bambini, come Al, che bambino lo sarà per sempre. Ci insegna che ‘famiglia’ è dove ci sono le persone che ami e che ‘giocano’ e lottano insieme a te; che la casa promessa è un posto nel cuore, indipendentemente dalla catapecchia dove andrai a vivere. We are family ci insegna a credere anche un po’ di più nei sogni, e che è possibile ‘costruirsi’ pezzo dopo pezzo, con determinazione e un pizzico di follia, nonostante tutto sembri remare contro. Se la causa è giusta, almeno per noi, niente dovrebbe fermarci.

we are family

È un libro che si legge velocemente, nonostante la densità e le emozioni che suscita. È un libro veramente divertente che può essere apprezzato anche da chi lettore forte non è. Fabio Bartolomei è uno scrittore che sa quello che fa, dosa bene dramma e divertimento e, davvero, scrive benissimo. È  un vero piacere leggerlo. Di lui avevo già letto e apprezzato Giulia 1300 e altri miracoli e La banda degli invisibili, ma, forse per questo mio preciso momento storico, We are family è quello che tra i tre mi è piaciuto di più.

Per chi ha dei fratelli e non ha capito quanto sono fondamentali; per chi non ce li ha, ma è circondato da persone che potrebbero tranquillamente esserlo; per quelli che si sono impantanati nel cercare di realizzare i propri sogni. Per quelli che si complicano la vita, crescendo. E per quelli che si sentono un po’ diversi, perché non hanno perso la spontaneità infantile e la leggerezza, nonostante il mondo intorno a noi faccia in modo che sembri una cosa brutta.

Il Salone del libro 2015 secondo me – Parte seconda: mi è piaciuto

Dovevo andarci da sola al Salone del libro e molto probabilmente sarebbe stata comunque una bella giornata. Forse invece di andare a mangiare al ristorante (perché “ma che ce ne fotte, sediamoci e godiamocela”), mi sarei presa un panino triste e, sicuramente, non avrei sorriso così tanto.

Salone libro ticket

Quindi, la prima menzione va alla compagnia. Grazie, Vicky, per essere venuta con me, per avermi assecondata quando sparavo nomi di editori a caso e li andavo a cercare e per avermi fatto da fotografa ufficiale. E per non esserti mai lamentata perché siamo state troppo in piedi. E per avermi detto a un certo punto che dovevo smetterla di spendere soldi, anche se penso che stavi cercando di convincere più te che me.

Il Salone del libro, per un lettore forte (mi pare che vengano definiti così) è tipo l’Edenlandia quando il nonno ti ci portava la domenica. Edenlandia forse lo capiscono solo i napoletani, vero, facciamo Gardaland, ma non è la stessa cosa, questione di sfumature.

Ci sono libri da tutte le parti, alcuni degli scrittori che vuoi proprio sentire sono lì a portata di mano, eventi che solo lì puoi trovare e solo per veri appassionati. Un enorme negozio di giocattoli dove vorresti prendere tutto e non sai da dove cominciare. Ci sono andata per due volte e per due volte mi ha fatto questo effetto. Anche se non comprerai niente da Sellerio, da Neri Pozza, Nottetempo, Minimum fax, Adelphi, ecc. ecc. (nomi a caso), devi andare a vedere lo stand, devi vedere che libri ci sono, devi sfogliarli, annusarli, devi ascoltare cosa dicono le persone che sono ammassate attorno a quel libro su quel libro, devi capire se ti può interessare, se ti può piacere.

È l’occasione giusta per incontrare persone che condividono la tua stessa passione, con le quali interagisci da tempo solo attraverso il web. Io ho incontrato la Lettrice rampante, Elisa, solo per 5 minuti e per scambiare due chiacchiere veloci, ma è stato bello scoprire che dietro tutti questi libri ci sono delle facce pulite e sorridenti.

È il momento per incontrare scrittori che ti hanno colpita. Sono andata a cercare Serena Venditto allo stand della Homo scrivens, perché a me lei ha fatto simpatia già a Bookpride e Aria di neve, mi era piaciuto tanto. E mi ha raccontato che sta scrivendo il seguito, delle sue ‘difficoltà’ di scrittrice tra impegni ed esami, del fatto che è solo dopo le cinquanta pagine che comincia a sentirsi più a suo agio con quello che scrive. Un fiume in piena di umiltà, parole e simpatia in due minuti d’orologio. Ovvio che leggerò il seguito di Aria di neve, se ero già convinta, ora lo sono ancora di più.

Al Salone del libro poi capita che fai le smorfie alle spalle di Andrea e Franco, i protagonisti, reali, di Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas. Ero in attesa di pagare allo stand della Marcos y Marcos e questi due, di spalle, non si volevano proprio spostare… non avevo mica capito! La tipica scena ‘angeliana’ che mi ha procurato due minuti di imbarazzo e di risate con la ragazza che si occupava dello stand.

E con la ragazza dello stand della Marcos y Marcos (non ti ho chiesto il nome, scusami, se mai mi leggerai) ho chiacchierato per cinque minuti su Miriam Toews e su come sono contenta che loro la pubblichino, che io la adoro e che sicuramente parlerò anche dell’ultimo libro I miei piccoli dispiaceri.

E al Salone del libro capita anche che la signora che ti sta servendo il risotto al nebbiolo ti chieda se sei una ‘professionista'; tu le rispondi che teoricamente saresti lì come blogger, ma non sei così sicura, e poi lei ti chiede di spiegarle una volta per tutte che cosa è un blog. …

Sugli eventi posso dire ben poco perché non ho avuto tempo di assistere a molto, purtroppo in un solo giorno o vedi la fiera o vai agli eventi.
L’unico evento al quale sono andata è stato quello con Gianrico Carofiglio. Non potevo proprio perdermelo. Forse prima o poi vi parlerò dei libri di questo scrittore che adoro e che mi ha dimostrato di essere brillante e simpatico non solo tra le pagine, ma anche di persona. Partendo dal suo personaggio più conosciuto l’avvocato Guido Guerrieri, ci ha parlato, facendoci ridere anche tanto, di morale, di bontà e della capacità di essere autoironici per ridere di sé.
E poi, alla fine, mi ha conquistata ancora di più, insistendo per firmare tutti i libri delle persone che stavano aspettando, nonostante andasse di fretta e la signora dell’Einaudi che lo accompagnava lo stesse tirando via dalla giacca, dicendo che non poteva più trattenersi.

Salone libro Carofiglio

Insomma, libri, parole, colori, tanta gente, tanta gente strana, incontri surreali. Eventi come questi sono belli anche solo se ti siedi in un angolo e osservi tutta la fauna che partecipa. Da quelli che ci credono davvero, gli entusiasti, quelli che ‘lavoro nell’editoria e quindi a prescindere sono più figo di te’, quelli che non sanno di cosa parlano, quelli vestiti malissimo, quelli vestiti benissimo, quelli con le facce da ‘non so proprio cosa ci faccio qui’, alcuni editori che li guardi e ti chiedi “ma perché?”, quelli che comprano un libro solo per avere ‘quella’ shopper (ehm…), quelli che arrivano col trolley (e sul comprare libri al Salone vedere la prima parte e la questione sconti). Quelli che vanno nello stand Feltrinelli e visto che c’è Saviano a firmare autografi, chiedono agli addetti Gomorra (pubblicato da Mondadori), e quelli che, nonostante siano belli grandi e cresciuti si fanno la foto con Snoopy, Lucy Van Pelt e Charlie Brown (uno dei momenti migliori, decisamente).

Il Salone del libro è un luogo che tutti i lettori (forti?), almeno una volta, dovrebbero visitare, anche solo per dire: “Naaaa, troppa gente, me ne torno a casa sul divano col mio libro”. Perché lì, se vuoi, vedi tutto il panorama, colorato, rumoroso e profumato di libri. E una vista d’insieme, per capire, soggettivamente, cosa è buono e cosa no, serve sempre.

Io da parte mia, spero di tornarci di volta in volta, sempre con lo stesso entusiasmo.

Il Salone del libro 2015 secondo me – Parte prima: i ’non mi è piaciuto’

Un giorno solo al Salone del libro è poco per scrivere un post ‘serio’ e forse andarci di sabato non è stata proprio la decisione più saggia, ma si fa quel che si può e un’idea me la sono fatta.
Parliamo subito di quello che non mi è piaciuto, così ci togliamo il pensiero.

L’immagine scelta per il tema. Ma… perché?

Salone del libro 2015

Il significato è anche chiaro (Meraviglie d’Italia, blablabla…), ma non ci credo che non ci siano state idee migliori. Lo aveva già detto qualcuno di cui mi fido che è brutta e lo confermo anche io; dal miscuglio disordinato di cose che dovrebbero rappresentarci, alla mancanza totale di libri. Poi, quella vera, da vicino, a grandezza naturale, mi ha fatto anche un po’ paura. Bocciata, mi dispiace.

salone libro

La mappa dell’evento
Non quella cartacea, quella dell’applicazione. Inutile e inguardabile perché identica alla cartacea solo molto molto più piccola. Se hai gli occhi buoni non è un problema grosso. Se invece sei mezzo ‘cecato’ come me ti tocca stendere il lenzuolo della mappa cartacea tutte le volte. E se sei pieno di borse, di libri, di gente, diventa complicato. Se sei fortunato e sei in compagnia è tutto un “mi tieni questo? Sì grazie. Faccio subito. Oh, scusi…“

Pochissimi, anzi rarissimi, sconti sui libri
Ho capito che il mercato è in crisi, ma, dal basso della mia ignoranza, non voglio credere che non ci sia la possibilità di fare sconti dedicati in un evento come questo. Perché uno dovrebbe andare al Salone del libro? Sì, va bene, ci sono gli eventi, ma tante persone non sono interessate a quelli e tante che vanno agli eventi, che pagano 10 euro per sentire Carofiglio o qualsiasi altro scrittore o personaggio presente, sarebbero molto più contente se ci fossero degli sconti. Perché chi va agli eventi è un lettore vero e fedele e se lo merita. Sinceramente, se devo andare in un posto dove ci sono un enorme stand Feltrinelli, un enorme stand Mondadori, un enorme stand RCS, ecc. ecc., vado in centro a Milano, o a Torino o in qualsiasi altra città, che è uguale (e ho le carte fedeltà sulle quali accumulo punti e, appunto, sconti). Ho l’impressione che ci sia la convinzione che ‘tanto chi legge i libri se li compra lo stesso’, sì, vero, io ne ho comprati quattro a prezzo pieno, ma girando, vagando di quarta di copertina in quarta di copertina, scoprendo, ho fatto una lista di un’altra decina di libri che comprerò, scontati, su Amazon. Scusate, Amazon è cattivo sì, ma le tasche sono le mie.

Poi c’è un’altra cosa che non mi è piaciuta forse perché era sabato e c’era troppa gente, e gli espositori erano impegnatissimi: se volete andare al Salone del libro per esplorare tra le piccole case editrici, non ci andate. Vengono completamente fagocitate da quelle grandi, con i loro Saviano di turno che richiamano folle enormi. L’attenzione viene sviata dai colori luminosi dei colossi. Io ho cercato qualcuno e l’ho visto, ma chi viene solo a farsi un giro rischia di non accorgersi nemmeno della presenza di alcune case editrici piccoline. Non è l’ambiente giusto per scoprire un’altra Italia ‘editoriale’ che merita (non tutti, eh? Anche lì, meglio essere selettivi); meglio i piccoli eventi, come Bookpride, o l’evento dedicato proprio alla piccola e media editoria come Più libri più liberi a Roma.

E non mi è piaciuta l’ombra nera e buia di quegli editori che non pagano i propri collaboratori. Erano presenti, ed erano presenti anche i collaboratori a informare le persone con i volantini. Non ci avete fatto una bella figura, cari editori non paganti, sappiamo chi siete. E anche se non voglio giudicare, e non voglio analizzare i motivi del perché questo accade (io, quando ho lavorato come correttrice di bozze, sono sempre stata pagata), questa è proprio una cosa brutta, il lavoro è sacro e va rispettato e soprattutto compensato. A questo punto pubblicate meno robaccia e dedicatevi alla qualità. Credevo che per me il ‘lavoro’ nell’editoria avesse toccato il fondo quando mi è stato chiesto di correggere una bozza di 400 e passa pagine dal venerdì sera al lunedì mattina alle 9 (e anche bene, per favore, che sennò non ti chiamiamo più. Ho rifiutato per motivi personali e la mia carriera editoriale è finita), ma a quanto pare il fondo è sempre più in fondo.

Non mi viene in mente altro, e sicuramente mi sono dimenticata di qualche cosa, anche perché di natura non sono una criticona, tendo a tollerare, quindi, in realtà, vincono le cose che mi sono piaciute, perché ho vissuto una giornata meravigliosa, con una compagna di viaggio meravigliosa, con incontri meravigliosi…

Ma leggerete il resto domani.

salone libro dall'alto

Ogni cosa è illuminata – Jonathan Safran Foer

Ogni cosa è illuminata è un libro da leggere o piano piano o veloce veloce. Io l’ho letto piano piano perché ormai i libri ‘seri’ li leggo solo così, per ricordarli e poi, in questo particolare caso, perché mi sono detta che dovevo capirlo e perdermici dentro. E mi ci sono veramente persa dentro. Però, potete leggerlo anche veloce veloce, ma sinceramente non so se poi la storia che vi racconta vi farà meno male.

Ogni cosa è illuminata è anche un libro che inganna. Perché è buffo, ci sono scene surreali, divertenti, si gioca con la lingua, con le parole e il loro significato (bravo il traduttore, ma, se mai ne avrò il tempo, mi piacerebbe leggerlo in inglese per capire meglio i giochi linguistici che ha fatto Foer) e poi a un certo punto il terribile e l’indicibile spuntano fuori e se da qualche parte ho letto che il buffo è uno dei pochi modi per raccontare la tragedia, ammetto che per molte pagine ho trattenuto il respiro. Mi aspettavo questa storia, non mi aspettavo che venisse fuori così.

Jonathan è uno studente americano che, con in mano una fotografia, va in Ucraina alla ricerca della donna che ha salvato suo nonno durante la Seconda Guerra Mondiale. A fargli da guida ci sono Alex, un “molto pregiato giovanotto”, suo nonno, che pensa di essere cieco, ma guida, e il cane puzzolente.

All’inizio tutta la storia sembra non avere senso, c’è la narrazione del viaggio dei tre uomini, c’è la storia della famiglia di Jonathan dalle origini nel villaggio di Trachimbrod e poi ci sono le lettere che Alex scrive a Jonathan. Mettere insieme questi tre filoni che a loro volta contengono altri filoni è complicato solo in apparenza, perché, leggendo, tutto, appunto, viene illuminato.

Un viaggio nel passato, per andare avanti. Perché “SE DOBBIAMO BATTERCI PER UN FUTURO MIGLIORE, NON DOBBIAMO CONOSCERE IL NOSTRO PASSATO E RICONCILIARCI CON ESSO?”. E Il viaggio nel passato sarà feroce, triste, divertente, epifanico, dritti nella Storia. Nella storia degli ebrei massacrati in Ucraina, nella storia delle codardie e delle imperdonabili cose che sono state fatte, nella storia che va sì illuminata, digerita, ma mai dimenticata.

ogni cosa è illuminata

Si possono avere delle serie difficoltà a capire lo stile di Foer, un po’ di realismo magico, surrealismo e così via; ammetto che deve piacere il genere. Se vi piacciono i libri che vanno dritti al punto (che poi sono quelli che preferisco anche io, ormai dovreste saperlo), che vi raccontano i fatti senza troppi fronzoli, lasciate perdere.  Se volete una storia che vi racconti proprio tutto, ma che sia anche un po’ magica, che vi faccia ridere, vi commuova e vi dia qualcosa su cui riflettere, allora provate a leggerlo. Questo romanzo può solo donare emozioni, negative o positive, non importa. E ci sono dei passi di pura poesia; solo per quelli ne vale la pena.

E poi magari guardate anche il film, come farò io.

Ogni cosa illuminata è anche un libro d’amore, nonostante tutti continuino a dirsi che non si amano e a un certo punto sembra che l’amore sia stato calpestato, masticato e sputacchiato. Perché, come dice ridendo la bibliotecaria della Biblioteca Yankel e Brod a pagina 241, tutti (i libri) parlano d’amore.

Le prime storie, il compleanno e “bene, bene, andiamo insieme”

Uno dei miei primi ricordi riguarda due libri, rilegati in cartonato, belli grossi, rivestiti di seta rossa. Uno era Storie proprio così di Rudyard Kipling, l’altro non me lo ricordo, ma molto probabilmente erano delle fiabe dei fratelli Grimm. Le prime storie che mi sono state lette da bambina prima di dormire. Me le leggeva mio padre.
Lui non ha studiato e ha preso la terza media perché doveva. Ma è stato lui il primo a  insegnarmi il piacere delle storie lette e raccontate. Mi ha insegnato a fare i cruciverba anche, e ha provato a insegnarmi a giocare a scacchi ma, ahimé, lì c’è stato un fallimento su tutta la linea. È grazie a lui, per esempio, che so dove si trova Trieste, perché lui le conosceva tutte le province d’Italia.
Mi ha insegnato la gentilezza e la forza che c’è nella calma. Mi ha insegnato l’ironia, l’autoironia, e il parlare poco ma parlare bene (su questo avrei bisogno di ripetizioni, dovrei passare più tempo con lui).
Mio padre mi ha insegnato anche a bere per divertirmi e non per dimenticare. Io credo che le meglio sbronze me le sono prese con lui.

E mi ha insegnato che il coraggio uno se lo può dare. Che a sessant’anni può cambiare tutto, che tu puoi cambiare tutto e che l’orgoglio certe volte è meglio metterlo da parte e che bisogna chiedere aiuto, perché è più importante la dignità. Grazie a lui so che se le carte in tavola cambiano tu puoi comunque ancora vincere.

Da mio padre ho preso questo naso un po’ appuntito con la gobbetta, gli occhi marroni che vanno un po’ in giù, le labbra sottili, i capelli crespi, i denti tutti storti e la miopia tardiva.

Da mio padre ho preso anche il compleanno.
Il 4 maggio 1983 io nascevo e lui festeggiava 31 anni. Questo è il nostro giorno.

papà

Ogni anno io il 4 maggio mi sveglio e non penso che è il mio compleanno, ma al ‘nostro’ compleanno, lo chiamo e noi come due cretini stiamo per cinque minuti a dire “Auuuugurii” “Auguuuuuuuuri” “No auguri prima a te” “E auguri pure a te”.

E facciamo le voci ironiche. Come quella sua calda e profonda di quando mi leggeva le storie di cui sopra. A una di queste storie sono particolarmente affezionata. Perché è talmente scema che mio padre la leggeva trattenendo le risate. E allora io e mia sorella ridevamo e alla fine era tutto un ridere e col cavolo che dormivamo.

La storia è questa qua:

“Dove vai?”
“A Cogozzo”
“Io vado a Cogozzo, tu vai a Cogozzo, bene, bene, andiamo insieme!”
“E tu ce l’hai il marito? Come si chiama?”
“Tito!”
“Mio marito Tito, tuo marito Tito, io vado a Cogozzo, tu vai a Cogozzo, bene, bene, andiamo insieme!”
“E tu ce l’hai un bambino? Come si chiama?”
“Pino!”
“Il mio bambino Pino, il tuo bambino Pino, mio marito Tito, tuo marito Tito, io vado a Cogozzo, tu vai a Cogozzo, bene, bene, andiamo insieme!”
“E tu ce l’hai la cuna?”
“Si chiama Sbattiluna!”
“La mia cuna Sbattiluna, la tua cuna Sbattiluna, il mio bambino Pino, il tuo bambino Pino, mio marito Tito, tuo marito Tito, io vado a Cogozzo, tu vai a Cogozzo, bene, bene, andiamo insieme!”
“Ce l’hai il servitorello?”
“Si chiama Vabelbello!”
“Il mio servitorello Vabelbello, il tuo servitorello Vabelbello, la mia cuna Sbattiluna, la tua cuna Sbattiluna, il mio bambino Pino, il tuo bambino Pino, mio marito Tito, tuo marito Tito, io vado a Cogozzo, tu vai a Cogozzo, bene, bene, andiamo insieme.”

È Donnette, dei fratelli Grimm.
Oggi festeggio dicendomi continuamente “bene, bene andiamo insieme”, il motto per il futuro che verrà, e pensando al mio papà, come sempre sarà. Perché anche se il compleanno è una cosa tutta personale, per me condividerlo con lui è veramente un onore.

Auguri a me.
E auguri pure a te, mio papà gentile.

La scrivania

Ci sono oggetti e oggetti.

Oggetti di cui ti liberi facilmente, perché il passato è passato e, come ho scritto qualche giorno fa a mia sorella, incartiamoceli nel cuore e non nelle scatole.

E poi ci sono oggetti che, sì, sono passato, ma che sono anche presente e che speri siano pure futuro, perché, semplicemente, non sei ancora pronto a lasciarli andare. O a lasciar che cambino il loro significato. Uno di questi oggetti è la mia scrivania.

È d’antiquariato e l’ho trovata nella stanza dove mia zia Elisa aveva deciso di sistemarmi quando sono arrivata ad Arezzo, un settembre di quasi 13 anni fa. Zio Sergio, il marito di zia, è un ebanista, comunemente detto restauratore; dico ‘è’ perché anche se è in pensione da un po’, quando tocca un pezzo di legno maltrattato, riesce a fare ancora vere e proprie magie (sì, sì, Pinocchio, Geppetto, bla bla bla) e quindi la loro casa era piena di tutti questi mobili possenti, antichi che, ora li adoro, ma all’epoca mi spaventavano anche un po’.

Chissà quante vite ha vissuto prima di me questa scrivania…

È successo che la scrivania messa lì, tra l’armadio e il comò di mia nonna, perché dovevo studiare e quello passava il convento è diventata il mio fortino e il mio campo di battaglia. Su questa scrivania ho iniziato le mie letture ‘serie’: Dante, Machiavelli, Ariosto e poi Calvino, Fenoglio, Verga, Svevo e ancora Zola, Stendhal, Hugo, Flaubert, passando per la Woolf, la Serao, la Morante, la Bellonci…

Su questa scrivania ho letto Shakespeare, De Filippo e Beckett.

E ho scritto la mia prima tesi su Boccaccio e il suo Decameron e l’altra sulla grande sconosciuta Alba De Céspedes.

Migliaia di penne, foglietti, post it, le unghie di Briciola, il gatto aretino, ben conficcate nella copertura di pelle, segnalibri, polvere, vestiti abbandonati, libri, quaderni, peluche, fotografie.

Su questa scrivania ho appoggiato per la prima volta il mio primissimo computer, un ibook g4 di quelli che la apple non se la cagava ancora nessuno, e ho scoperto le magie di Internet, del blogging. E la possibilità di poter comunicare con tutti anche se si è lontani.

Su questa scrivania ho imparato che il detto “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” è una grande cazzata ed è vero solo se vuoi che lo sia.

I cassetti di questa scrivania: quanti segreti, quanta polvere, quanti piccoli oggettini che mi hanno accompagnata durante i miei anni ad Arezzo…

È un oggetto che mi ricorda chi ero. Il mio prima e il mio dopo.

la scrivania

E, sinceramente e vergognosamente, me ne ero dimenticata. Non le avevo più dato importanza fino a quando non sono andata un fine settimana ad Arezzo e zia Elisa mi ha detto che zio Sergio l’aveva restaurata e che se volevo potevo portarla a Milano, ‘a vivere con me’.

E l’ho fatto, anche se non ho un vero e proprio posto dove metterla, anche se è stata derubata del suo ruolo e ora mi fa da ‘appoggiatutto’ in camera.

Nel momento stesso in cui l’hanno caricata in macchina ho saputo che quest’oggetto mi seguirà ovunque andrò. Perché io, nonostante tutto, non sono ancora ‘arrivata’, se mai si arriva da qualche parte. Ma quando succederà, se succederà, voglio che ci sia questa scrivania con me. Voglio lanciarci sopra violentemente, come facevo con la borsa dei libri quando ritornavo a casa dall’università, rovinando ogni volta di più la copertura di pelle, l’altra borsa, quella più importante, quella delle fatiche. Per poi sospirare di serenità.

Aria di neve – Serena Venditto

Ariel si sveglia una mattina e scopre che la vita che credeva di aver vissuto fino a quel momento è ‘letteralmente’ scappata via. Passata l’incredulità, la rabbia e il machecavolo!, prende le sue cose, il suo dolore e le bozze dei romanzi che traduce e se ne va da un’altra parte.

L’altra parte è una casa in via Atri, nel centro di Napoli, dove vivono Malù, archeologa con la passione per i gialli, Kobe, un pianista giapponese e geloso, Samuel detto Magnum, italiano di Cagliari, nerissimo, che fa il rappresentante di articoli per gelateria, e Mycroft, il gatto. E io non posso dire niente a proposito di Mycroft, sono troppo gattara per parlare di lui, e finirei col parlare solo di lui, quindi vi basterà la quarta di copertina e il nome, poi accendete la curiosità (e magari leggetevi il libro). Ah sì… c’è anche un fantastico e improbabile vicinato: dalla professoressa Papararo, che interroga tutti quelli che entrano nel palazzo, a Teresa, la donna perfetta.

Insomma, la vita nella casa di via Atri è un po’ pazza, ma Ariel ha bisogno di questa ‘pazzaria’, di trovare dei nuovi equilibri, delle nuove abitudini, di trovare nuovi amici e nuovi amori e quindi diventa subito parte integrante di questo coloratissimo insieme. D’altronde anche lei è un po’ strana: un’italoamericana, traduttrice, col padre che lavora alla Nato, e che ha deciso di rimanere a Napoli…  

aria di neve

A un certo punto, mentre ogni cosa sembra aver trovato il giusto ordine, mentre le amicizie si rafforzano, i dolori passano e gli amori nascono, un fatto terribile va a sconvolgere le vite di tutti: un assassinio. Malù e Mycroft non potranno fare a meno di indagare e quindi interferire e collaborare con le indagini della polizia e tutti gli abitanti della casa, inevitabilmente, si troveranno coinvolti e dovranno affrontare orribili sospetti, un passato che vuole tornare ma che, appunto, è passato, e l’aria di neve, che è “quando sai che qualcosa accadrà no perché qualcuno ti dice, ma perché senti profumo diverso intorno a te”.

Aria di neve è carino, non “carino” perché lo voglio liquidare, ma carino davvero. Ben scritto, divertente, intelligente, con un po’ di dramma, un po’ d’amore, il mistero da risolvere e la vita che va avanti. Ho riso tanto e mi sono affezionata ai personaggi.  Lo leggi subito subito e ti lascia un buon sapore. Un buon sapore che che però ti fa desiderare di averne ancora. Ed è questo il difetto che ho trovato: troppo corto. 165 pagine; metà libro parla di Ariel e di come finisce in via Atri, l’altra metà dell’assassinio e delle indagini. L’arco temporale è di un mesetto o giù di lì. Secondo me c’era materiale per un libro molto più lungo e altrettanto piacevole. Ma forse lo dico solo perché mi sono divertita e volevo che non finisse subito.

E poi, questa, per i lettori pigri, per quegli amici che ci chiedono qualcosa da leggere ma che non sia troppo lungo che poimiprendelansia e nonhomaitempoperleggere, potrebbe essere una cosa buona.

Io credo che leggerò altro di Serena Venditto, questa simpatica scrittrice che ho incontrato a BookPride e che mi ha fatto anche la dedica. E intanto vi consiglio Aria di neve, un libro per chi ama i gialli, per chi ama i gatti, per chi ama Napoli e per chi ama ridere.

Atti osceni in luogo privato – Marco Missiroli

Atti osceni in luogo privato mi ha accompagnato durante la mia prima esperienza all’estero da sola. Ero libera, consapevole, felice. E tutta questa consapevolezza non ha fatto altro che rendermi ancora di più la persona che sono, un po’ più adulta, e con l’esigenza di rafforzare, riequilibrare e confermare i legami che già avevo. Rendendomi ancora più libera.

E Libero Marsell, il protagonista del libro, che è diventato grande pagina dopo pagina, ha scoperto se stesso, la propria sessualità, le proprie oscenità, quelle degli altri, la propria personalità, i suoi desideri e ha creato, confermato e rafforzato i suoi legami d’amicizia, di famiglia, d’amore, è stato tutto il tempo con me.

Sinceramente, non potevo scegliere libro migliore.

attiosceni

Lo hanno definito un romanzo di formazione ed è vero. Si parte dall’infanzia di Libero, italofrancese, a Parigi e poi si arriva alla maturità a Milano. L’episodio scatenante della ‘formazione’ di Libero è il momento in cui il ragazzo scopre che la madre tradisce il padre. Inizia così questo viaggio che parte dai genitori ma che non è altro che l’avvio della scoperta di se stesso. Il fascino della madre, quel padre sognatore e originale, e poi Emmanuel, l’uomo che dovrebbe essere un rivale, ma che diventa pilastro, e Marie, una sorta di Beatrice che accompagna Libero, a suon di allusioni, rimpianti e insegnamenti, nella sua crescita come uomo. La vita di Libero è scandita da persone forti, da libri meravigliosi e da incontri indimenticabili.

Il sesso è onnipresente. E lo so che si potrebbe restare turbati da quanto ce n’è in questo libro. Sesso che viene descritto senza troppi fronzoli, come l’atto che è, e che volente o nolente ci appartiene. Si parla del sesso come una necessità, un bisogno, un ponte tra due persone che condividono qualcosa, come qualcosa di osceno, un puro divertimento, una scoperta, un tormento a volte. Sesso insomma, sì lo facciamo tutti, inutile arrossire. La stessa copertina potrebbe imbarazzare e potrebbe farci decidere di non leggerlo, ma dategli una possibilità, perché, se il sesso fa da filo rosso, non è solo di quello che si parla nel libro. Letteratura e cinema sono parte integrante della vita di Libero, si parla di Sartre e di Camus continuamente. Anche i luoghi sono evocativi: i Deux Magots, l’osteria di Giorgio, una splendida Milano…  Le donne, muse, seduttrici, compagne, riempiono buona parte della vita di Libero, non solo per il sesso. La sua formazione amorosa è tutto una salita che parte da Lunette per arrivare ad Anna; l’equilibrio, la scelta e, ancora, la consapevolezza. La formazione professionale di Libero è anche più intricata:  da avvocato a professore, per vita vissuta, per amore, per istinto.

Mi sono affezionata davvero molto a Libero e sono stata anche un po’ invidiosa, perché i personaggi meravigliosi che Marco Missiroli ha creato per accompagnarlo nella sua avventura fanno il libro ancora più bello. La compagnia intelligente, brillante, sincera e amorevole che ha avuto nella sua storia è stata decisiva; un insieme perfetto, per la formazione perfetta di una persona.

Il tutto, ma questo è chiaro fin da subito, porta verso l’esplosione e la rivelazione di quella libertà che il protagonista del libro ha nel suo stesso nome. Tutti possiamo identificarci in Libero, tutti possiamo cercare le letture citate, farne tesoro e seme per nuova conoscenza, e tutti possiamo creare le nostre fantasie. Senza invidiare troppo Libero che è, sì, il soggetto della formazione, ma poi diventa il formatore. Colui che ci dà dei piccoli spunti su come vivere. Perché alla fine, sono sempre le cose importanti quelle che contano: una famiglia che non ti molla mai; l’amore della tua vita, quello che sì ti è capitato per caso, ma che poi hai continuato a scegliere ogni giorno; e il lavoro che fai, quello che anche avresti dovuto scegliere, ma che se non lo hai fatto, un po’ di soddisfazioni comunque te le dovrebbe dare.

attiosceni2

Non possiamo essere tutti Libero Marsell, perché è un personaggio inventato e scritto molto bene da Marco Missiroli. Libero ha avuto la sua vita e le sue esperienze, ha fatto i suoi errori, le sue scelte, ha letto i suoi libri. Ma tutti possiamo essere profondamente consapevoli delle nostre vite, dalla nostra sessualità alla nostra formazione, dalle nostre origini al nostro presente. Delle persone che fanno la nostra vita. La libertà poi è una conseguenza.

La donna dal taccuino rosso – Antoine Laurain

Mentre sta rientrando, dopo una serata fuori, Laure viene scippata e batte la testa. Senza borsa, chiavi, cellulari e soldi si rifugia confusa nell’albergo di fronte casa sua e la mattina dopo viene ritrovata in coma. Intanto, la sua borsa rubata viene abbandonata per strada e viene trovata da Laurent, che fa il libraio. Laurent porta la borsa a casa sua e, dagli oggetti che trova dentro, capisce subito che Laure è una donna speciale. E vuole trovarla. Ma tra una molletta per i capelli, del profumo, un fermaglio, una penna, dei sassolini, dei dadi, un romanzo di Modiano con dedica, un portachiavi, una ricetta strappata da una rivista, ecc. non sembra esserci nessun indizio che lo aiuti. Neanche nel taccuino rosso, in cui la donna ha scritto i suoi “mi piace” e le sue paure, i suoi sogni.

Comincia una ricerca con ben pochi indizi, ma riesce a trovarla. E quando la trova, grazie all’insistenza e all’aiuto della figlia adolescente, allo stesso Modiano e a uno scrittore che legge i geroglifici, non può fare a meno di entrare nella sua vita. Grazie a un equivoco da lui assecondato si ritrova a badare a Belfagor, il gatto di Laure, mentre lei è ancora in coma.

Quando Laure si sveglia dal coma, Laurent scompare. Sente di aver fatto troppo per per manipolare il destino. Di essere stato fin troppo invadente. E a quel punto inizia la ricerca di Laure, che si chiede chi sarà mai il libraio che le ha restituito la borsa e che è stato parte della sua vita per qualche giorno mentre lei era incosciente. Il legame è creato, ormai Laure e Laurent, anche senza essersi mai incontrati, hanno una ‘loro’ storia.

la donna dal taccuino rosso

La donna dal taccuino rosso si legge molto velocemente e, se non si sta attenti, si rischia di scivolare tra le pagine senza coglierne la vera bellezza. Una storia d’amore tra le vie di Parigi, sapessi che novità… Ma noi qui non viviamo la storia d’amore, qui leggiamo il legame speciale che si crea tra i due personaggi senza che questi ne siano consapevoli. Leggiamo la capacità che abbiamo di disegnarci e condividerci attraverso le cose che possediamo. Leggiamo, nelle prime pagine, la confusione nel riconoscere che senza quei piccoli oggetti, che portiamo sempre con noi, e ai quali non diamo mai troppa importanza, ci sentiamo sperduti. Piccoli oggetti che cambiano per ognuno di noi, ma che ‘fanno’ ognuno di noi. E che fanno ognuno di noi anche per gli altri. E poi c’è Parigi, che riesce sempre ad affascinare, luogo ideale di amori sognanti, e incontri magici. E ci sono tanti scrittori che vengono citati e nominati (Poe, Baudelaire, Prévert, Proust, Nothomb…), Modiano fa addirittura parte dei personaggi… Laurent è un libraio, è colto, ce lo fa capire, e a noi lettori questa cosa piace sempre.

Una storia molto dolce, leggera, a tratti ingenua. Con un tocco malinconico e un po’ sognante. E per questo, non ci sembra strano che un uomo abbia sentito la necessità di ritrovare una donna solo grazie al contenuto della sua borsetta e che si sia introdotto in casa sua e nella sua vita in maniera  non proprio ortodossa. Anzi, siamo lì che non chiudiamo il libro fino all’ultima pagina, perché siamo curiosi di capire come andrà a finire. Vogliamo un lieto fine per questi personaggi così tranquilli, per niente esuberanti, normali e anche un bel po’ maltrattati dalla vita.

È che abbiamo bisogno di libri come questi, dove si parla dell’amore, con leggerezza, di come nasce e delle cose strane che ci fa fare. Ogni tanto abbiamo bisogno di sognare, perché fa proprio bene.

mipiace